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L’AMORE E IL BUIO: UN’OPERA PRIMA (di Alberto Becattini)!

L'amore il buio

Signori, Alberto Becattini ha scritto e pubblicato il suo primo romanzo.
Ne parliamoalungo con lui.Senza por tempo in mezzo.
E’ un debutto. Applaudiamolo!


I dati tecnici:

Alberto Becattini
L’amore e il buio
Prefazione di Anna Carelli
pag. 104
Edizioni Ripostes, 2020
ISBN 9788886819831
Euro 15,00

La sinossi ufficiale:

Sullo sfondo di una Firenze che ancora reca le ferite dell’alluvione del 1966, un giovane cronista scopre casualmente, suo malgrado, una torbida storia intrisa di attività criminose, violenza e morte.
L’amore e il buio è un atipico noir dove il mistero da risolvere, che pure costituisce l’asse portante dell’opera, offre all’autore la possibilità di scavare all’interno dei personaggi, di scrivere dei loro sentimenti e di mostrarne anche e soprattutto il lato più oscuro e nascosto.
È un romanzo fatto di poche luci e molte ombre, che tuttavia sin dal titolo sembra suggerire quale possa essere l’unica possibile via per esorcizzare il buio che è dentro ognuno di noi.

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So che sei sempre stato un grande appassionato di noir, sia film che romanzi di genere. E anche collezionista di libri originali, soprattutto per le loro evocative illustrazioni di copertina, alcune delle quali abbiamo incorporato in questo post. Ma non credevo che le tue corde vibrassero per la costruzione di un giallo così particolare, misterioso e quasi inestricabile per una buona prima parte del libro. Senza “spoilerare”, per molte e molte pagine ho avuto la sensazione che quanto racconti sia frutto di fantasie di un personaggio, non una descrizione di fatti concreti. Si tratta di una sensazione di spiazzamento che hai voluto provocare ad arte nel lettore o è stata solo una mia percezione?

Partiamo dal fatto che un romanzo è per definizione un’opera di fantasia… come ogni forma d’arte, deve essere realistica, ma non reale. O, per dirla in termini hitchcockiani, “talmente finta da sembrare vera”. Quello che descrivo, almeno nella parte del “buio”, è in effetti una situazione estrema, ma non del tutto inverosimile. L’isolamento nel quale il personaggio è costretto, poi, mi ha dato modo di impostare una sorta di lungo monologo interiore, per costruire, se possibile, un ritratto narrato abbastanza definito del giovane giornalista Alessio Baronti, fornendo d’altra parte informazioni sulla sua vita, sul suo carattere, sui suoi sentimenti…
Non è un caso che la struttura di buona parte del romanzo giustapponga capitoli interamente ambientati nel buio e nell’isolamento con altri che narrano di fatti anteriori e paralleli, fino a convergere verso il finale. Non so dire se l’approccio sia spiazzante… Certo è che l’inizio doveva essere forte, d’impatto… dare il senso della sofferenza, della violenza e della paura…

Cosa ti ha spinto a raccontare in prima persona un romanzo, passando dalla critica filologica e dalla ricerca storica di fumetti, illustrazione e di Immagine in genere, alla narrazione di eventi ascrivibili nell’ambito della fiction?

Volevo semplicemente cimentarmi con la scrittura creativa, dopo anni dedicati alla saggistica e alla critica. Del resto, la letteratura è sempre stata una delle mie passioni… soprattutto quella britannica e americana – sono laureato in Lingue Straniere con tesi in letteratura americana – che peraltro, da insegnante, cerco di far conoscere e amare ai miei studenti.

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Come ti è venuta la prima idea del soggetto? Hai tratto spunto da parti di racconti che ti erano noti, dalla lettura di fatti di cronaca, dalle conversazioni con qualcuno che aveva vissuto esperienze simili a quelle del povero protagonista, Alessio Baronti?

L’idea-base rimonta a molti anni fa…
Mi rendo conto che ci siano suggestioni derivanti dalle mie letture, non solo di genere… ma per lo più non sono consapevoli. Diciamo che ho riversato nella scrittura di questo romanzo buona parte della mia esperienza di lettore, di spettatore cinematografico e anche della mia personalità, delle mie idee… Quindi no, non ho tratto spunto da un racconto o da un fatto di cronaca in particolare… o almeno, non l’ho fatto deliberatamente. Debbo sottolineare che la prigionia di Baronti ha anche risvolti simbolici, così come alcuni dei personaggi principali… Laura rappresenta la donna ideale (non ho scelto il nome petrarchesco a caso), la luce che illumina almeno in parte l’oscurità di Alessio… Qualcuno ha obiettato che sia troppo perfetta, ma è esattamente così che la volevo…
Gli altri personaggi o sono decisamente malvagi (Scatizzi, su tutti), o hanno comunque dei risvolti negativi, ma non Laura… Laura è incredibilmente bella, intelligente, emancipata… e rappresenta il bene, rappresenta la luce e l’amore contrapposti alle tenebre e all’odio… Di nuovo, non è un personaggio reale, ma soprattutto simbolico… Il Commissario Frugoli è un altro personaggio che ritengo accattivante, e che mi riprometto di conoscere e far conoscere meglio in futuro…

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Puoi raccontare in pochissime righe, con le dovute cautele, una sinossi quantomeno dello scenario che il lettore si trova davanti con L’amore e il buio? Non esiste nulla di simile nemmeno nelle note di copertina, e quindi l’acquirente deve acquistare sulla fiducia il tuo romanzo…

Lo definirei un “noir atipico”, perché se è innegabile che abbia diversi elementi propri di quel genere, è anche vero che quello che mi interessava era soprattutto lo studio psicologico di un personaggio di per sé abbastanza mite e inoffensivo, persino imbranato, il quale, messo a confronto con una situazione estrema di privazione della libertà, scopre una parte “oscura” di sé che forse non sospettava neppure di avere. Il titolo stesso mette in opposizione l’amore, che rappresenta e simboleggia la luce, con quel buio che è appunto dentro ognuno di noi.

Per imbastire uno scenario credibile, un teatro adatto a muovere i propri attori, è consigliabile per un narratore appoggiarsi su elementi che conosce bene e che sa padroneggiare. Ecco quindi la tua Firenze, in un’epoca che precede i cellulari, ma anche i fax, le videocassette, ovviamente Internet e il digitale. Un mondo svanito ma che la nostra generazione ha conosciuto e vissuto a fondo. Per raccontare i luoghi frequentati dai personaggi di L’amore e il buio nella seconda metà degli anni Sessanta ti sei documentato e ti sei basato su ricordi personali? Sicuramente non hai lavorato di invenzione: i riferimenti a strade, edifici, luoghi dell’epoca sono troppo precisi, quasi che avessi un navigatore in grado di guidarti all’indietro nel tempo.

Sì, credo anch’io che si debba scrivere di quello che si conosce… perché si è più a proprio agio e perché – nel mio caso – volevo raccontare della Firenze di fine anni Sessanta, che ovviamente ho vissuto in prima persona. La scelta di quel periodo nasce primariamente dall’alluvione, ma a parte questo, come notavi, avevo bisogno di un’epoca praticamente priva di orpelli tecnologici… fatti salvi il telefono, il cinema e la TV.
Riguardo alla precisione nella descrizione dei luoghi… è assolutamente voluta, anche se alcuni lettori l’hanno trovata eccessiva. L’effetto che intendevo ottenere era che almeno i fiorentini o chi comunque conosca e ami Firenze potesse visualizzare i luoghi e gli itinerari descritti nel romanzo… ripercorrendoli idealmente… un po’ quello che ho fatto io quando, a San Francisco, sono andato in pellegrinaggio sui luoghi de La donna che visse due volte di Hitchcock… Più banalmente, il romanzo è un’ulteriore scusa per parlare della mia Firenze, di quella Firenze ormai lontana ma per me così vicina e viva nella mia memoria.

Nel corso della lettura, noi lettori di fumetti e frequentatori di luoghi e persone, troviamo delle note, o delle strizzate d’occhio, a cose che conosciamo bene. Alcune vie (Via delle Panche, sede della vecchia casa editrice Nerbini; via Bocci, sede del negozio Comics & Dintorni di Mauro Bruni), i Grandi Magazzini Duilio 48 (che non credo esistano più, non come li conoscevamo allora, in ogni caso), alcuni cognomi come “Frugoli” (che è un noto mercante di fumetti vintage di Lucca). E… potrei sbagliare, ma tra le righe è citato anche un tuo vecchio numero di telefono fisso!

Come dicevo prima, il romanzo è pieno di riferimenti, espliciti e impliciti, ai luoghi che ho frequentato dall’infanzia in poi, e che in buona parte frequento ancor oggi… Anche diversi tra i personaggi hanno qualcosa in comune con persone che ho conosciuto o conosco… Alessio Baronti, primo tra tutti, ha le mie stesse iniziali ed ha tratti fisici e psicologici in comune con me. E poi, come dici anche tu, mi sono divertito a usare cognomi e nomi di strade che potessero “innescare” qualcosa in una parte dei lettori. Riguardo a Duilio 48 (che da molti anni non esiste più… è stato sostituito da Coin), credo che per i bambini della mia generazione sia stato e resti una sorta di mito… soprattutto il Reparto Giocattoli… dove, come si dice a Firenze, ho “fatto il solco”…

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L’evento tragico dell’alluvione di Firenze, dell’autunno 1966, ha una voce importante nel romanzo. Addirittura è determinante per fatti che accadranno negli anni successivi. Quando è avvenuta sul serio eri molto piccolo, andavi alle scuole elementari. Cosa ricordi, effettivamente, di allora (io ricordo benissimo cosa facevo quando arrivò una telefonata di allarme dai miei parenti fiorentini e prima che la nostra famiglia si mobilitasse per i soccorsi)?

Per un bambino di undici anni – quanti ne avevo io nel 1966 – l’alluvione è stato un evento scioccante e incancellabile. La visione apocalittica che Alessio Baronti ha quando arriva in Piazza Stazione, il giorno dopo, è esattamente la stessa che ho avuto io… Nel 1966, fortunatamente, abitavamo già in periferia (non a caso, molto vicino a dove abita Baronti), dove le acque dell’Arno non sono arrivate. Ma da bambino abitavo in pieno centro, in Via Pellicceria, di fronte al ristorante di mio nonno, che il 5 novembre vidi completamente invaso da fango e liquami. Un disastro. L’alluvione, poi, mi faceva gioco ai fini della trama… Mi rendo conto che non sia un’idea così originale… L’avevano già usata scrittori fiorentini di noir decisamente più bravi e “navigati” di me… come Marco Vichi e Leonardo Gori… ma ne avevo comunque bisogno, per narrare di una tragedia nella tragedia.

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Come definiresti questo tuo primo lavoro noir? A quali giallisti, romanzieri e comunque scrittori pensi di essere più vicino (o le cui opere hai magari consultato per assorbirne lo spirito mentre stavi scrivendo)?

Raymond Chandler e Giorgio Scerbanenco sono i miei due punti di riferimento, nella letteratura noir… In loro, e in altri cosiddetti “scrittori di genere” (termine che ritengo del tutto limitante e persino ingiusto), ammiro l’abilità nel descrivere situazioni estreme in modo credibile e in un registro linguistico sempre adeguato… Ma su di me ha avuto grande impatto anche il cinema noir, soprattutto quello americano degli anni Quaranta… e uno degli obiettivi che mi sono prefisso è stato appunto di avere un approccio “cinematico” alla scrittura, così da poter evocare nel lettore immagini anche decisamente violente e disturbanti…

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Lavorando nell’ambito dei fumetti, con i tuoi articoli e saggi sono sempre rimasto stupito, come tutti, del connubio fra due elementi: la precisione scientifica nei riferimenti e l’instancabile velocità di scrittura per organizzarli e commentarli. Se ho ben capito, anche per il tuo romanzo la tua scrittura è scaturita abbastanza di getto, in un arco di tempo limitato. In quanto l’hai scritto? E in quali circostanze?

Come dicevo, l’idea-base per questo romanzo mi frullava in testa da molti, molti anni… ma per un motivo o per un altro non mi ero mai messo di “buzzo buono” a scriverlo… finché l’anno scorso, al mare, avendo finito di leggere i libri che mi ero portato dietro, ho deciso di acquistare due bloc notes e due penne biro e mi sono messo a scrivere, come una macchina impazzita, sotto l’ombrellone, per una settimana di seguito. Poi, ovviamente, ho riassemblato e riordinato il tutto a casa, al computer, togliendo, modificando e aggiungendo. Ma il grosso del libro era già scritto su quei due taccuini. Anche e soprattutto per questo, credo che L’amore e il buio abbia tutti i pregi e tutti i difetti di qualcosa che è stato scritto al 90% di getto… ma credo che sia un’opera sincera, nata dal mio bisogno di esprimermi in un ambito che fin qui non avevo personalmente praticato…
Riguardo alla velocità, è vero, è sempre stata una mia caratteristica, ma un conto è scrivere un’opera di narrativa, un altro scrivere un pezzo o un saggio su fumetto o illustrazione. A parte i diversi registri linguistici, credo che sia più facile – o almeno, lo è per me – redigere un articolo… questione di ore… ma per la preparazione e la documentazione sono necessari dei giorni…

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Se dovessi suggerire a un lettore le ragioni principali per spingerlo alla lettura di L’amore e il buio, quali specificheresti?

Che dire… Credo che possa essere interessante per chi ama leggere di misteri da risolvere, quindi per chi predilige il giallo tradizionale… ma anche per chi ama l’introspezione, lo studio psicologico dei personaggi… Non è un caso che io citi Edgar Allan Poe… vero e proprio Maestro nel costruire atmosfere inquietanti… nonché inventore del genere poliziesco.

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Dal punto di vista tecnico, il tuo libro era stato programmato per una data che, disgraziatamente, è caduta in modo imprevedibile nel periodo di chiusura delle librerie, causa coronavirus. Per cui non è stato possibile fare nessuna presentazione pubblica. Chi volesse acquistarlo ora, come può fare in alternativa alla richiesta in libreria?

Sì, purtroppo la presentazione sarebbe dovuta essere il 13 marzo 2020 (era un venerdì!) e poi è successo quello che tutti sappiamo. Spero, comunque, di avere un’altra occasione per presentarlo, magari insieme al secondo romanzo, che ho quasi finito di scrivere. L’amore e il buio è comunque disponibile su tutte le maggiori piattaforme online, da amazon.it in poi.

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