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JEFFREY CATHERINE JONES: LA VITA E LE SCELTE

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Nel 1977, a New York (capitale mondiale dell’editoria) i quattro artisti fotografati qua sotto cambiarono il corso della storia del Fumetto (e anche dell’Illustrazione, almeno un po’).

Maria-paz-cabardoPer uno di loro i cambiamenti non finironno qui, estendondosi, fra l’altro, anche alla propria sfera sessuale.
Lo spiega la talentuosa regista Maria Paz Cabardo, che attraverso testimonianze (c’è anche Moebius), ricerche, meravigliose immagini e attraenti commenti musicali (degli Alabama 3) ha realizzato il film Better Things: The Life and Choices of Jeffrey Catherine Jones.

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In uscita quest’anno, tredici o quattordici mesi dopo la scomparsa della figura, grande e controversa (nonché introversa, ma anche estroversa) che fu Jeffrey (Catherine) Jones.

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Ecco nel post una galleria di sue opere, per chi non lo/la conoscesse.
E immeditamente sotto, una delle sue rare interviste.

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Thmb-poster-2La casa di produzione così presenta la pellicola (della quale ancora non conosciamo la data di uscita, né la forma della stessa; in Italia probabilmente potremo solo vederla in dvd, o in qualche festival).

In his four decades as a painter and graphic artist, Jeffrey Jones has followed a unique path—one which began in the lowbrow realms of pulp novels and comic books in the early 1970s. In those lean years of economic stagnation and artistic experimentation, Jones and other pop culture visionaries helped to light the fuse for the creative explosion in American comics that would bring the world such classics as Watchmen, V for Vendetta, The Sandman, 300 and Love and Rockets.

In this new documentary, a host of comics industry pioneers shares their memories of this vital time with a focus on Jones and his work, which continues to inspire fellow artists and fans alike.

The documentary features not only comic book artists but other comics industry professionals as well. Jones’s life and work are the highlights, but the effects of art—on an individual, on society, and as a business—are also discussed. How important and influential is art? Can it really save a person’s life, as its practitioners claim? How did it evolve from pure decoration to a commercial commodity?
All of these questions will be examined as we explore the world of Jeffrey Jones
.

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Artist-berni-wrightsonDopo la scomparsa di Jeff, avvenuta a maggio 2011, alcuni siti e blog hanno pubblicato suoi dipinti allo scopo di spiegarne la “poetica anatomica” e le tecniche.
Come la sua ispirazione in generale, questi dipinti sono debitori delle opere di Maestri antichi del pennello e di quelle di altri più recenti, votati all’illustrazione per best seller fantasy o epici. A cominciare da Frank Frazetta.

Dopo l’immagine sopra (di metà anni Novanta), servita per la copertina di un vecchio numero della rivista americana Epic, ecco uno dei più noti lavori del Jones della prima ora. Con un vigoroso botto di mouse su di esso, si spalanca come la porta della grotta dei 40 ladroni; pesa un po’ nello scrolling, ma ne vale la pena, coraggio!

Rappresenta Sheherazad, la flemmatica e sagace narratrice delle Mille e una notte. L’anno di realizzazione è il 1970. Seguirà un disegno fatto per sé, a “uso interno”. Chissà chi rappresenta…

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Un commento abbastanza tecnico su questo dipinto compare nelle pagine di un ammiratore di Jones che forse aveva avuto il piacere di conoscerlo di persona: l’illustratore Mark Harchar.

Riprendo quesi per intero le sue valutazioni, proposte nel blog The Constant Student.

I must admit that I was unaware of Jones’ work until it was introduced to me by Rebecca Guay. Jones has a very sensual feel to the works and employs a muted palette of colors while making the most of composition to offsite a relative lack of detaiL.

If you look at the body of Jones’ work, you will see a definite arc which begins with a very Frazetta-esque design and color aesthetic and moving more toward a heavier application of the paint and in some cases, a more impressionistic handling of the subjects.

This image is an earlier work and illustrates this earlier, thinner application of the paint. It appears that Jones began with a burnt umber underpainting that was applied to a canvas support.

I would suspect that a wipeout technique was employed in order to achieve the variation in umber thickness. A thicker application of whites and ochres over areas of burnt sienna and umber create a transparent material effect as well as a more solid flesh rendering which pushes those areas forward in illusory 3 dimensional space of the picture plane.

Jones then carves out sculpturally the form of the hair and body allowing the under umbers/siennas to create the hair and shadow areas of the arm and neck. Even though this is a relatively simple execution of these techniques, it is the masterful treatment which keeps me staring at it and returning for more.

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Nel suo The Comics Reporter, Tom Spurgeon traccia un profilo di Jeff Jones, mentre Michael Netzer ha un ricordo personale da condividere, nell’articolo Woman in the Man.

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Parla di lui Bill Sienkiewicz in un panel su questo film indagatore della vita e delle scelte personali di Jones. L’incontro si è tenuto lo scorso anno alla convention Comic-Con di San Diego.

E questo è Henry Mayo.

Segue Rick Berry, con la regista Maria Cabardo della Macab Films.

La sceneggiatrice (di comic book) Louise Simonson ricorda Jeffe Jones quando lavorava presso la Warren Publishing e la sua posizione sull’impiego delle reference.

Sopra, l’opinione del compianto Jean Giraud (Moebius).
Seguono altre illustrazioni che sembrano dipinti (forse perché lo sono) nelle quali lo studio anatomico del Maestro/a scomparso/a ieri rivela le sue tipicità.

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Il © sulle immagini è dell’autore. O meglio, a ‘sto punto, dei suoi aventi diritto.