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VITA AL TEMPO DEI GIORNALINI, di Pier Luigi Gaspa (seconda parte)

COMANDANTE-MARK

Il vero problema era procacciarsi nuove letture.

Diabolik Il sistema che usavamo a quei tempi era estremamente semplice ed economicamente ineccepibile: il baratto. I giornalini venivano scambiati se-condo un criterio banalissimo, determinato dal costo di copertina degli stessi. Io ti do un Tex, 200 lire, più due Diabolik, altre 300 lire, e tu in cambio mi dai due Messalina, totale 300 lire e un Zagor. Semplice ma senza problemi.

In questa maniera gli scambi avvenivano tranquillamente e con reciproca soddisfazione.
Ricordo che avevo uno scambiatore privilegiato in quel periodo, che abitava nel palazzo prima del mio. Ogni tre o quattro giorni suonavo alla sua porta con il mio mucchietto di giornalini per procurarmi qualcosa di nuovo da leggere, e sulle scale portavamo avanti il nostro baratto, circondati da una selva di fiori e piante che riempivano i corridoi e le ringhiere, magari alla luce di una lampadina penzolante dalla parete (le case allora non avevano luce condominiale.

Arrivò assai più tardi e nel frattempo ciascun inquilino provvedeva a installare una lampadina direttamente collegata all’impianto di casa, per illuminare le case durante le ore buie della giornata.
E siccome nei quartieri di frontiera spesso gli esempi non sono dei migliori, anche noi ragazzini avevamo il nostro vizio. Giocare a giornalini.
Gioco d’azzardo, insomma. Solo che al posto del denaro si puntavano giornalini, sempre con lo stesso criterio del costo di copertina. Generalmente si giocava con le carte, e i giochi erano praticamente sempre gli stessi: sette e mezzo, poker (una versione estremamente ridotta di quello vero) e mazzetto.

Vendetta indiana

Il sette e mezzo aveva le regole note per il gioco. Ogni giocatore riceveva una carta e doveva cercare di ottenere il punteggio maggiore possibile, tenendo presente che le figure valevano mezzo punto. Pertanto chiedeva carte finchè non si riteneva soddisfatto oppure (ahilui) non “sballava”, ovvero non superava quel punteggio. Unica possibilità che aveva era di rinunciare ai due e ai quattro, se non andavano bene alle sue necessità.

Naturalmente c’era un banco che distribuiva le carte, e che doveva tenere fronte alle scommesse di tutti gli altri giocatori. Chi otteneva un punteggio superiore al banco vinceva l’equivalente della posta che aveva messo in gioco. Punteggio inferiori o uguali al banco risultavano invece perdenti.

Sto_west16P Analogo era anche il “Mazzetto”. Il banco faceva tanti mazzetti quanti erano i giocatori, questi sceglievano un mazzetto e ci puntavano un tot in giornalini. L’ultimo mazzetto della spartizione era sempre del banco, che rispondeva a tutti gli altri giocatori. Punteggi maggiori erano vincenti (e il banco pagava), punteggi uguali o inferiori erano perdenti (e il banco incassava).

Soprattutto d’estate, al riparo dell’ombra fornita dal grande portone dei palazzi, era uno dei passatempi preferiti di noi banda di ragazzini.

Una serie infinita di letture, le più disparate, ma in tutti quegli anni le “meglio” erano sempre quelle di Tex, Zagor, Il Comandante Mark, La Storia del West.

Collezioni iniziate e mai proseguite, albi letti, riletti e strariletti. E l’emozione di Vendetta indiana, il primo albo disegnato da Giovanni Ticci, con un tratto che lasciava a bocca aperta, oppure quella del centesimo Tex, tutto a colori.

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Images Oppure lo stupore nell’aprire Terra Promessa, altro albo disegnato da Ticci, che teneva incollati noi ragazzi per mesi, tra una par-tita di pallone e uno scambio di figurine dei calciatori, sino alla sua conclusione, dopo una sequela di storie memorabili, da mozzare il fiato, lunghe e appassionanti, come Il giuramento, Tra due bandiere, Sulle piste del Nord, Diablero, Il ritorno di Montales, solo per ricordarne alcune.

E non c’era solo Tex. C’era, soprattutto, anche Zagor, con Titan, Hellingen, L’Uomo Lupo, Zombi!, Il mio amico Guitar Jim, Zagor racconta… Altre storie memorabili di un personaggio memorabile, scritto in maniera più scanzonata e ricco di citazioni molte delle quali soltanto più tardi avrebbero avuto un senso (al pari di quelle texiane).

Opera di un tal Guido Nolitta.

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Non ci importava tanto chi fosse, bastava che ci appassionasse. Ci divertisse. E quello avveniva, puntualmente, tra una Ora zero e le gag di Cico Cayetano Lopez y Martinez y… Tutti comprati dal signor Renzo, passati di mano in mano, a volte stropicciati dalla ripetuta lettura, divorati appartandosi da qualche parte, magari nonostante le lusinghe della bella stagione che invitavano a dare due calci a un pallone o a vagabondare con gli amici.

E quando mi iscrissi al ginnasio, lasciando per sempre la vita di quartiere, arrivò un altro personaggio. Un eroe non eroe che si ubriacava, le prendeva, andava a donne e viveva in un luogo sconosciuto, ignoto a tutti: l’Amazzonia.

Questo “nuovo, esplosivo personaggio” si faceva chiamare Mister No ed era scritto dallo Stesso Guido Nolitta che avevamo apprezzato nelle storie di Zagor.

Ricordo ancora che comprai insieme i primi due numeri, nell’estate del 1975, al termine del primo, faticoso, anno di ginnasio. Era un caldo tardo pomeriggio e li presi in una edicola del centro, di ritorno da una visita alla nonna paterna. Mi intrigava, lo trovavo più simile all’adolescente che nel frattempo ero diventato. Non ero il solo e per anni con i nuovi amici di allora ci domandammo quale fosse il suo vero nome. Jerry Drake mi ha accompagnato regolarmente, ogni mese, come un’attesa emozione prima e come una dolce abitudine poi, per oltre trecento mesi.

Nel frattempo. il momento della vita di quartiere era terminato per sempre. Le abitudini, gli interessi, le amicizie, tutto era cambiato.

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Quello che rimaneva uguale era la lettura di Tex, per qualche anno ancora di Zagor, e poi di Mister No. In seguito me sarebbero venuti altri, Ken Parker, Martin Mystère, Dylan Dog, ma ancora oggi, ogni tanto chiudo gli occhi e rivedo i pochi brandelli di memoria rimasti di quel giorno, in cui guardai la copertina di quel Tex e cominciai ad amare i fumetti.

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Merito di Tex, di quel “text by G. L. Bonelli”, di quel Galep tanto copiato su fogli e foglietti. Ma soprattutto del loro editore, appassionato “artigiano”, come voleva – a ragione – che lo si definisse,dai meriti straordinari e forse non del tutto compresi; lo stesso editore che quando volle cimentarsi nella sce-neggiatura, forse in un impeto di pudicizia volle darsi un nuovo nome, Guido Nolitta.

Si chiamava invece Sergio Bonelli e per noi era l’avventura a fumetti.

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