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IL GIORNO PALINDROMO DELLE SARDINE

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Con un mesetto e rotti di anticipo, in questa data palindroma, come non se ne vedevano da una decina di anni e un mese (02.02.2020, cioè che si può leggere al contrario), mi sembra il caso di segnalare questa manifestazione padovana per avere la scusa di mostrare il virtuoso poster illustrato da geniale Mirka Andolfo.

Wuff

Marmotta

Dopodiché, oggi è anche il Giorno della Marmotta, come ci ricorda Il Post:

(…) la marmotta viene fatta uscire dalla sua tana la mattina del 2 febbraio: se vede la sua ombra e rientra nella sua tana, perché la giornata è soleggiata, l’inverno durerà altre sei settimane. Se invece rimane fuori, perché non vede l’ombra, l’inverno finirà prima. Non serve che vi spieghiamo che non c’è nessuna logica scientifica, ma che è un gran carrozzone tipicamente americano divertente da seguire. Phil ha fatto il suo pronostico su quando finirà l’inverno quando in Pennsylvania erano le 7:28 del mattino, cioè alle 13:28 italiane: non ha visto la sua ombra, quindi l’inverno finirà presto.

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Meo Mazurkai

Ne approfitto per riprodurre, in due pezzetti, una tavola con Wuff the Prairie Dog, il “cane della prateria” praticamente inventato da Carl Buettner, almeno nel formato nel quale l’abbiamo conosciuto nei fumetti del marchio M.G.M., vagamente ispirato a qualche personaggio semisconosciuto di una qualche Happy Harmony primaverile cinematografica, probabilmente di Harman e Ising.

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La serie, che in Italia era stata tradotta come Flic e Floc negli albetti tascabili delle Edizioni Cenisio, sarebbe stata portata avanti da Vivie Risto, non ristampabile. Perché gli impianti sono andati, gli originali pure (da subito).

Our Gang 053-27

Our Gang 053-28

Da un roditore a una flotta di pesci. In questo giorno palindromo le Sardine non cercano di ridurre un programma politico a slogan, come fanno alcune inqualificabili fornazioni politiche.

Intendono aiutare a ricostruire e rendere solido lo stato di diritto, spesso bistrattato, le libertà per tutti, la dignità delle persone. Come base necessaria per il rinnovamento della politica e la costruzione di programmi politici davvero progressisti e utili, inviano questa importante lettera a Giuseppe Conte.

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Onorevole presidente del Consiglio,

scriviamo a Lei in quanto massimo esponente del potere esecutivo, come espressione di una maggioranza parlamentare. È difficile provare a parlare per conto di una moltitudine di storie soggettive e desideri che hanno riempito le piazze di tutta Italia, testimoniando sete di partecipazione e segnando un punto di svolta nel panorama immobile della politica italiana. La genesi di questa esperienza ci indica che la spinta iniziale del movimento di popolo a cui abbiamo preso parte sta proprio nelle diverse anime che lo attraversano, ma che si muovono tutte, con sicurezza, nel solco dei principi e dei valori sanciti dalla nostra Costituzione.

L’incontro fra generazioni, così come lo stabilire un nesso comunicativo fra di loro, è un fatto importantissimo, impensabile fino a qualche tempo fa. Osservando ciò che è accaduto, ci rendiamo conto che dopotutto sono bastate un po’ di empatia e di cura nell’utilizzo delle parole per coinvolgere una parte di cittadinanza che si sentiva naufraga in una burrasca di “tweet” e “post” che rendeva sempre più distante la speranza di un approdo. Presidente, noi non abbiamo nulla da insegnare, ma oggi tutti ci chiedono come si sconfigge quel populismo che fino a tre mesi fa sembrava inarrestabile. Non chiediamo riconoscimenti ma ascolto: abbiamo orecchie, occhi e cuori sparsi per l’Italia e tante storie da raccontare che varrebbe la pena concedersi il tempo di ascoltare.

Non siamo un partito e neanche un governo ma quella connessione che la politica va cercando da decenni e quell’abbraccio che per troppo tempo è mancato tra noi italiani. Siamo il ritorno alla partecipazione, ma non presentiamo conti da saldare. Abbiamo però un obiettivo: intendiamo arrivare dove gli slogan del populismo rischiano di ingannare gli elettori di oggi per poi generare i delusi di domani.

Vorremmo arrivare nei luoghi in cui la politica rischia di perdere il suo senso più nobile, lì dove qualcuno pensa che la dignità dei cittadini valga meno di una manciata di voti. Per farlo abbiamo bisogno di capire di chi possiamo fidarci: noi procediamo in banchi, ma sappiamo bene che in mare aperto è possibile imbattersi in predatori famelici. Abbiamo bisogno di confrontarci, di dialogare e trovare interlocutori credibili e leali. Capiamo l’attenzione dalle politica parlamentare, ma abbiamo bisogno di risposte e non di attestati di simpatia. Nutriamo profondo rispetto verso le Istituzioni, e abbiamo un alto senso dello Stato: è per questa ragione che abbiamo sentito l’urgenza di metterci la faccia e il corpo in un momento di grave crisi di valori.

Preferiamo i politici coraggiosi e lungimiranti a quelli che ogni giorno dicono di risolvere un problema. Vogliamo essere l’argine laddove una certa politica genera macerie, legittima un linguaggio d’odio che colpisce chi non risponde a precisi schemi sociali di potere, disegna cornici entro le quali la diversità e la pluralità costituiscono un ostacolo invece che un’opportunità. Amiamo la politica anche se ce n’eravamo dimenticati essendoci spesso sentiti orfani di rappresentanza. Crediamo nel ruolo dei corpi intermedi. Ci entusiasma sentirci protagonisti e se siamo apparsi dormienti è forse perché siamo stati invitati nella maniera sbagliata.

Siamo a disposizione della buona politica: dal basso, magari ingenuamente, ma di sicuro con spontaneità e gratuità. Ci fidiamo forse più di noi stessi che della classe politica, eppure siamo pronti a metterci in discussione perché crediamo nel processo di riavvicinamento che abbiamo intrapreso. Ma sappiamo bene che tutto ciò non dipende solo da noi cittadini. Vediamo tanta confusione, sia nel Paese, sia nel Parlamento, ma ci piace pensare che la matassa da sbrogliare possa diventare una rete di salvataggio.

Noi di reti ci riteniamo abbastanza esperti e ci piacerebbe trovare con Lei i fili giusti, per tessere percorsi e provare a sciogliere nodi. A partire dal Sud, un filo un po’ maltrattato, ma che malgrado tutto conserva la sua dignità e aspetta solo di divenire rete, parte di un coraggioso e fiero intreccio finalizzato alla crescita e alla cura. Il luogo in cui tante giovani menti, e persone nella loro interezza, crescono, si formano, ma poi vanno via. Il secondo filo si chiama Sicurezza: sicurezza di un lavoro e sul lavoro, sicurezza di assistenza sanitaria, sicurezza di accesso ad un’istruzione di qualità. Il terzo filo si chiama Dignità della Democrazia, ed è quell’arteria vitale che ogni giorno, nella vita di ogni cittadino, collega la libertà al rispetto delle regole, la vita reale a quella virtuale, e che può aiutare a capire la differenza tra la politica con la P maiuscola e i suoi innumerevoli surrogati.

È presumibile che Lei ci dica che di questi temi si è già parlato e che tanto è già stato fatto. Eppure, a nostro avviso, vi è alla base un problema d’interpretazione. Le parole sono importanti. Quando il concetto di Sicurezza viene messo in contrapposizione al salvataggio di vite umane, alla tutela dei diritti fondamentali della persona dentro e fuori i confini nazionali o di percorsi d’integrazione e cittadinanza, si generano eclissi della ragione e sonni della civiltà.

Quando il problema del Sud diventa l’invasione degli stranieri e non la fuga degli autoctoni o l’assenza di opportunità, si esclude ogni possibile sinergia tra l’accoglienza e la permanenza. Quando una certa politica si ciba della contrapposizione tra salute e industria, si mina ogni possibilità di sviluppo e di lavoro e si logora la reputazione dello Stato. Quando le campagne elettorali divengono un ring senza regole né limiti alla decenza si accentua la distanza tra i cittadini e la Res Publica.

Non siamo esperti, né tuttologi, ma siamo a disposizione, prima di tutto come individui e poi con le tante competenze che abbiamo al nostro interno. Saremo i primi a rinunciare ad un’automobile se ci verrà proposta un’alternativa credibile, i primi a difendere le fasce fragili ed emarginate della popolazione quando lo Stato non riuscirà a farsene carico, i primi ad investire se si scommetterà sull’innovazione e a lavorare se verranno assicurate le giuste garanzie sociali. Saremo i primi a pagare le tasse perché le abbiamo sempre pagate, ma anche i primi a lodare un servizio pubblico quando questo sarà all’altezza delle aspettative e proporzionale ai sacrifici richiesti per renderlo fruibile.
Saremo i primi a riempire le piazze quando la politica di qualsiasi colore mostrerà di non rispettare l’intelligenza delle persone, la dignità dei cittadini e la storia della nostra Repubblica.

Potremmo essere il popolo che avete sempre voluto, se riuscirete a dare corpo alla politica che abbiamo sempre sognato. Abbiamo portato luce a Bibbiano, Riace, Taranto. Saremo a Napoli e non vediamo l’ora di raggiungere ogni luogo che merita di essere raccontato e di raccontarsi. Ma da soli non bastiamo a noi stessi. Per uno strano scherzo del destino molte persone cercano risposte in noi, quando dovrebbero chiederle anzitutto alle istituzioni della Repubblica.

Non ci presentiamo a Lei nelle vesti di oracoli ma ci conceda, per un giorno, di sentirci come Ermes. Smettiamola di considerarci solo come elettori e politici. Iniziamo a onorare i nostri ruoli di cittadini e amministratori. Ognuno faccia la sua parte ma torniamo a dialogare. Crediamo possa essere questo il primo nodo da sciogliere, il primo passo verso un’Italia migliore.

6000 Sardine