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DINO BATTAGLIA A CITTÀ DI CASTELLO di Vittoria Ceriani

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Vittoria Ceriani ha scritto questo articolato, esaustivo pezzo su Dino Battaglia in concomitanza con la mostra ancora in corso, fino al 4 novembre, a Città di Castello.
Le sue note sono comunque eterne, valgono anche a mostra chiusa, come pure il bel catalogo, curato da Piero Alligo, massimo collezionista italiano (e globale) delle opere del Maestro Battaglia.

L’articolo di Vittoria, destinato alla bellissima rivista che esce a Città di Castello, diffusa in tutto il mondo in abbonamento (dati i convegni internazionali che organizza ogni anno), uscirà in questo mese in taglia short. Noi abbiamo l’opportunità, invece, grazie alla disponibilità dell’autrice, di leggerlo in versione XXL (ovvero totale).
Gracias!

A lei la parola!

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A Milano, partendo a spanne intorno agli anni sessanta del secolo scorso, vissero quattro grandi autori del disegno, dell’illustrazione, del fumetto. Tre di loro, quasi stabilmente a Milano, quasi sempre in casa e seduti ai rispettivi tavoli di lavoro, il quarto viaggiando per l’intero globo ma attratto a tornare in questa città dall’affetto che lo legava agli altri tre insieme all’irresistibile smania di dibattere con loro ogni argomento e spesso litigare fino a notte inoltrata. Nessuno dei quattro è ancora vivo.

Il primo ad andarsene fu Dino Battaglia, a soli cinquant’anni, con la leggendaria aureola di una bravura carica di potenza e raffinatezza; il secondo fu Ugo Pratt, che lasciava alle spalle un’ampia narrazione di paesi, di popoli, di mari, con immagini colte e veloci; il terzo, Guido Crepax, a settant’anni giusti di cui almeno i due terzi inchiodato al celebre tavolo a comporre tavole folgoranti; l’ultimo, Sergio Toppi, morì d’agosto, quando un funerale è quasi un controsenso data la vitalità che sprizza dalla natura e considerati i mille progetti di lavoro che ancora affollavano i suoi pensieri.

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Questi quattro artisti vanno nominati insieme perché si deve a loro, esclusivamente a loro, se il fumetto è entrato nel campo dell’arte. E a questo punto ignoro volutamente tutto quanto è stato scritto a proposito del fumetto; se fosse cioè, questa attività, opera artistica o artigianale, se rientrasse oppure no nell’ambito della cultura e dell’arte. Nel caso del nostro quartetto do l’arte del tutto acquisita ringraziando Umberto Eco ed Elio Vittorini, due fra i tanti letterati che con i loro scritti hanno sancito tale appartenenza.

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Si deve all’ Associazione amici del fumetto se la XVII edizione di Tiferno Comics di Città di Castello dedica quest’anno a Dino Battaglia una grande mostra antologica dal titolo “La perfezione del grigio tra sacro e profano”.

Dal 14 settembre al 3 novembre sarà possibile ammirare oltre 320 tavole originali di uno dei più importanti disegnatori italiani conosciuto in tutto il mondo. La degna cornice di tale esposizione è Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, un insieme architettonico del ‘500 rimasto fino a oggi integro a testimoniare la grandezza rinascimentale della città. Mentre mi piace pensare che l’anfitrione per Dino Battaglia a Città di Castello sia Gianfranco Bellini, presidente di Tiferno Conics, il curatore della mostra e del catalogo è il collezionista ed editore Pietro Alligo che ha lavorato in stretto contatto con il pittore Franco Barrese per l’accurato allestimento. Il bel catalogo cartonato di oltre 200 pagine contiene interventi di noti studiosi e di veri appassionati dell’opera di Battaglia.

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La vita di Battaglia è trascorsa in gran parte a Milano e in gran parte in casa studiando e lavorando. Lavorava lentamente ma a lungo durante la giornata, mai soddisfatto del proprio lavoro. Per completare una tavola poteva anche impiegare diversi giorni. Ha sposato Laura De Vescovi che è stata sua indefessa compagna e collaboratrice con la quale ha avuto il figlio Pino. È morto dopo una carriera artistica che ha raggiunto l’apice negli ultimi quindici anni. È conosciuto internazionalmente nel mondo perché ha portato il fumetto nell’ambito dell’arte. Interprete raffinato della letteratura gotica, nera o del terrore, non poteva trascurare il leggendario colosso d’argilla denominato Golem che figura sulla copertina del catalogo dell’esposizione a Città di Castello.

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La modalità raffinata con la quale Battaglia si accingeva a lavorare è nota perché la moglie Laura l’ha descritta in moltissime circostanze, mentre chi l’ascoltava, me compresa, non poteva che sorprendersi ogni volta per la passione e l’ammirazione che trapelavano dalla sua voce. ”Per mio marito”, diceva Laura, “una giornata normale cominciava di mattina presto. Fino alle dieci si dedicava a piccoli lavori artigianali, soldatini di legno, piccole ceramiche, altre cose. Poi cominciava a disegnare”.

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Prima di tutto bisognava che il tavolino fosse in perfetto ordine, pulitissimo, sul quale Dino stendeva un primo cartoncino bianco. Poi esaminava la sedia, che era d’obbligo fosse “quella “, mai un’altra. Poi traeva dalla cartella il secondo cartoncino guardandolo davanti e dietro. Bisognava a quel punto posizionare gli attrezzi del mestiere: tre pennini taglienti, un paio di ceselli dalla punta forgiata in varie forme, spugnetta, inchiostro di china, tazzina per l’ inchiostro diluito con acqua, pezzetti di lino e batuffoli di cotone per le sfumature, una o due lamette da barba, uno spruzzino e le silhouette.

Questo bagaglio era indispensabile per i suoi graffiti bianchi su neri pieni, o il contrario, per la cura maniacale del rapporto tra vuoto e pieno delle immagini allo scopo che la tavola avesse l’equilibrio perfetto che lui cercava.

Sempre Laura: “Le matite di Battaglia erano rapide e perfette, ma era la messa in nero che era complessa. Non era mai contento, non trovava mai l’equilibrio tra il bianco e il nero.

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Non lavorava più di sette o otto ore, ma poteva stare anche tre ore, o tre giorni, su una sola tavola. Per ottenere i suoi tipici effetti nebbiosi preparava prima il disegno e intanto tracciava le zone d’ombra. Prendeva la carta da lucido e copiava il pezzo che doveva risultare in ombra, lo ritagliava, lo applicava sulla carta e lo batteva con del cotone imbevuto di china. È una tecnica che hanno poi provato a usare in molti, ma trovare le esatte gradazioni di inchiostro è piuttosto difficile”. (Da un’intervista rilasciata a Mariadelaide Cuozzo.)

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Penso che sia importante parlare di Laura, moglie, amante, collaboratrice, perché lei e Dino sono vissuti per tutta la vita a meno di venti centimetri l’una dall’altro. Ho ricordi vivissimi su Laura e sulla lunga amicizia che ci ha legato fino alla sua morte pur essendo molto diverse. Io non sono capace di buttar via mezza michetta rafferma. La spezzetto con il coltello zigrinato per il latte della mattina. Spengo sempre la luce quando esco da una stanza per non risentire la voce di mia madre, morta ormai vent’anni fa, che mi grida di tornare indietro a farlo. Il luogo della mia spesa è il supermercato e posso usare scarpe malridotte senza sentirmi una poveraccia. Che significa questa premessa? Serve a mostrare in forma scherzosa qualcuna delle differenze fra lei e me. Lei comperava i grissini da Peck, il più caro salumaio di Milano, amava vivere sotto i riflettori, portava scarpe lussuose. Lei era una vera cicala mentre io sono piuttosto formica. Nulla di disdicevole, per carità, dato che verso le sei di sera avremmo potuto entrambe tirare le cuoia.

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La nostra amicizia si è rafforzata nel 1983 alla morte di Dino. Facevamo passeggiate al Parco Lambro con Ranieri Carano, un paio di volte con Ugo Pratt o con Sergio Bonelli. Camminando si parlava del più o del meno disperdendoci in mille rivoli senza mai toccare l’argomento che occupava invece tutti i nostri pensieri ma che non avevamo il coraggio di affrontare. Prima di morire Dino le aveva detto, anzi, data la complessità dei suoi pensieri legati alla fede, l’aveva assicurata che sarebbe rimasto sempre con lei, che nulla sarebbe cambiato, niente lamenti quindi e niente lacrime, e Laura, durante i nostri incontri faceva di tutto per ubbidirgli.

Sempre insieme in vita, sempre insieme dopo. La passeggiata si concludeva di norma in un ristorante ai margini del parco e allora bastava poco, un nonnulla, una farfalla, una foglia sul tavolo, perché le sgorgasse dagli occhi un fiume incontenibile mentre noi ci guardavamo impotenti.

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Poi ci sono stati film da vedere, belli o brutti, ma sempre era come rivedere film già visti con Dino. E libri da leggere, ma era come rileggere sempre storie già lette mentre Dino disegnava le sue immacolate e sfolgoranti tavole trascrivendo Poe, o Rabelais, o Oscar Wilde. Esaurite le lacrime erano infine venuti i ricordi. E i ricordi non finirono mai. Di che cosa parlava Laura? Di Dino. Chi era il migliore illustratore d’Italia? Dino. Del mondo? Dino. E l’uomo più intelligente, più buono, più elegante? Sempre Dino.

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L’opera di Battaglia attraversa un periodo storico decisivo. Solo negli anni trenta il fumetto si afferma come genere espressivo autonomo. Prima di allora il pregiudizio negava al genere una validità. Riviste come il Corriere dei Piccoli nascono senza il ‘balloon’, ma con una didascalia scritta in rima dentro vignette di grandezza tutte uguali. I suoi primi lavori lo costringevano in griglie che imprigionavano le sue abilità. Il grandissimo editore Sergio Bonelli, sempre rimpianto, ha scritto: “Battaglia non ha avuto una vita facile nel mondo dei fumetti. Ha dovuto mediare la propria attività con esigenze editoriali che gli erano estranee, è sceso a compromessi con le sue ambizioni, ha dovuto piegarsi a richieste spesso poco gradite. Tutto quello che ha fatto, in ogni caso, è stato grande: qualunque fosse il mezzo, qualunque fosse l’obiettivo, qualunque fosse il committente”. (Dino Battaglia, Narratore Ilustratore Disegnatore – Hazard Edizioni Milano, febbraio1997).

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Battaglia cercò subito di evitare la tradizionale struttura a griglia regolare. Pian piano cercò di imporre una tavola suddivisa in vignette di grandezza variabile alternata a spazi bianchi, senza riquadri. Quando poté cimentarsi con riviste come Linus, Alter Alter, Corto Maltese, guidate via via da direttori illuminati quali Giovanni Gandini, Oreste Del Buono e Fulvia Serra, la sua abilità si manifestò in pieno illustrando i classici della letteratura dell’Ottocento.

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Significativo è ciò che scrive Giulio C. Cuccolini: “Che cosa contraddistingue lo stile grafico-narrativo o, se si preferisce, la ‘poetica’ iconica di Battaglia e che lo rende capace di coinvolgere non solo i meccanismi fisiologici della visione ma anche quelli emotivi della mente?…Il fatto che le sue efficaci ricostruzioni ambientali e che i suoi penetranti ritratti umani paiono immersi in un’incantata atmosfera, accentuata da un delicato e velato cromatismo dovuto alla sensibile mano della consorte Laura, evocatrice di molteplici emozioni e sensazioni a seconda dei soggetti rappresentati: una sottile vena ironica che sconfina a volte nel grottesco; una pervasiva malinconia che assume a volte toni pessimistici ed altre volte poetici; contesti fiabeschi e fatati; l’impressione dello spessore polveroso del tempo; un senso di strisciante inquietudine che scuote le certezze della realtà e sprofonda in una dimensione angosciante; e via di questo passo”. (Battaglia Illustrateur – Illustratore, Mosquito Saint-Egrève, avril 2009).

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La bella mostra a Città di Castello mette in evidenza il percorso di Battaglia dai primi esordi.

Nella realtà non avrebbe voluto fare fumetti bensì era attratto dall’illustrazione. Ma nel dopoguerra gli illustratori non erano richiesti in quanto i libri illustrati costavano troppo. Accettò quindi di fare fumetti ma anche nei suoi primi lavori si nota la tendenza a considerare il fumetto in altro modo rispetto alla produzione corrente dei suoi colleghi del tempo, al punto che ogni singola vignetta esprime già il valore interpretativo che lo renderà famoso. In più non amava il colore. La sua idea dell’immagine era soltanto in bianco e nero. Quando gli editori volevano stampare a colori e lasciavano alle redazioni il compito di colorare le tavole, il risultato non piaceva mai a Battaglia.

Fu così che Laura pensò di cimentarsi da sola e a poco a poco elaborò un suo proprio sistema applicando il colore sul dietro della tavola per non toccare il disegno del marito. A Palazzo Vitelli sono esposti alcuni esemplari di questa tecnica. Da allora Laura Battaglia venne identificata come una brava colorista anche da altri disegnatori, lavoro che eseguì volentieri finché la salute glielo consentì.

Vale la pena di indicare a grandi linee gli argomenti trattati da Battaglia fornendo alcuni esempi tra le storie da lui illustrate. Tra le favole e le leggende, insieme alla divertente fiaba Il gatto con gli stivali di Charles Perrault, figura Il gigante egoista di Oscar Wilde “ il cui nucleo narrativo è centrato sulla misura della convivenza tra chi possiede la gioia di vivere e chi conosce la regola esattamente opposta del possesso, della forza, del dominio. La durezza del gigante si scontra con l’esigenza dei bambini che durante la sua assenza sono penetrati nel suo giardino per giocare (Annalisa Costa).

Il secondo gruppo di storie può rientrare nel tema della comicità e del grottesco, e qui vi sono senz’altro alcuni racconti di Edgar Allan Poe tra cui, tremenda. La maschera della morte rossa dove “l’implacabile pennino di Battaglia indugia sui volti dei sicuri candidati a orribile morte con la crudeltà sottile di un cartoonist alla Grosz” (Ranieri Carano). A questo gruppo certo appartiene Gargantua e Pantagruel dove “Forse addirittura più dello stesso Maupassant, Battaglia ha saputo ricreare l’atmosfera a volte cupa, altre volte sottilmente malinconica della Francia settentrionale sullo sfondo di una campagna ricca di suggestioni e di tristezza dopo la guerra franco-prussiana e la disfatta di Sédan nel 1870” (Ranieri Carano).

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Il terzo tema riguarda la guerra, le armi, i soldati e comprende appunto La guerra dei signori, e qui è certo che “Per Battaglia si deve ritenere che le divise avessero uno speciale significato, a proposito del quale ben poco si è detto. La divisa contiene, manifesta, dichiara, fa comprendere, convince, proclama, ammonisce: la riconoscibilità di un esercito riassume proprio i termini di un complesso sistema di comunicazione. È propriamente il più tipico fra gli aggregati comunicativi. Doveva quindi Battaglia informarsi, riflettere, studiare documenti. Se si fosse consentito una falsificazione, una distrazione, un’imprecisione, avrebbe sottratto l’essenza a quella notificazione di cui intendeva farsi garante” (Antonio Faeti).

Il quarto tema può essere Il mistero dove Battaglia affronta i racconti di Poe, di Stevenson, Hoffmann, Lovecraft, Crane. “Il primo incontro tra Battaglia e il mistero risale al 1953, complici la rivista inglese Top Spot e il racconto The devilish compulsion, dove il disegnatore ha la duplice opportunità di misurarsi per la prima volta con il genere letterario fantastico verso il quale avverte una forte inclinazione, e di esordire nell’interpretazione di un tema, quello del patto con il diavolo che, a partire da quel momento figurerà fra i tòpoi privilegiati della sua produzione (Mariadelaide Cuozzo).

Il quinto argomento è La religione e comprende la vita dei santi Francesco e Antonio e altri episodi di spiritualità. Ha scritto di lui Giulio C. Cuccolini: “A prima vista le opere di tenore religioso di Battaglia hanno un aspetto paradossale. L’autore non era credente e tantomeno praticante, risultandogli inaccettabili i dogmi che comportano la rinuncia alla ragione. Non era ateo, neanche agnostico, ma non aveva il dono della fede. Almeno di quella cattolica che fonda tutto sulla trascendenza. A modo suo era credente, aveva fede nella ragione e nella dignità dell’uomo”.

Nella mostra si erge la grande sagoma del Golem. Le tavole del Golem sono considerate uno dei capolavori di Battaglia. Quattordici tavole che raccontano la storia del rabbino Judah Loew tratta da Jorge Luis Borges illustrate con una straordinaria tecnica dove il nero è la pece e il bianco è neve, dove la lametta ha rigato, graffiato il foglio fin quasi a strapparlo. Racconta che dopo studi ed elaborazioni il rabbino individua in emeth la parola adatta a vivificare il Golem costruito con l’argilla. Il rabbino istruisce il Golem, gli insegna i comportamenti in vista di un proprio segreto progetto. Ma un vicino curioso intuisce gli strani eventi della casa accanto , vuole saperne di più e distrae il rabbino il tempo necessario perché il Golem fugga per le strade di Praga seminando panico e distruzione. Quando Loew lo ritrova, essendo mancata la totale sottomissione del Golem ai suoi voleri, lo riporta al suo comando e lo distrugge cancellandogli dalla fronte la parola emeth.

Pubblicato in bianco e nero sulla rivista Linus nel 1971, ripubblicato nel 1985 su Corto Maltese nella versione a colori fatta da Laura, il Golem ha avuto da allora diverse edizioni in volume, in Italia e all’estero, ed è stato esposto per la prima volta in originale nella memorabile mostra antologica di Battaglia che si è tenuta a Milano nel 1997 voluta da Sergio Bonelli, ideata e curata dallo Studio Michelangelo al Palazzo Bagatti Valsecchi.

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