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SIAMO TUTTI QUIIIII, E TUTTI INSIEME VOGLIAM VEDERE BARACK OBAMA SHOOOOOW! (post dedicato a Leone Del Vivo)

Donnina

Bracco

Due notizie: la prima!

Il grande Guillaume Bianco ha un suo nuovo blog!

Guillaume ci dice: “‘y’a pas grand chose pour le moment… Donc n’hésitez pas à me mettre dans vos link , afin que je puisse de-
venir super célèbre.”

E quindi, ecco! Con una sua immagine immediatamente qui a destra (la donnina a zinne di fuori), vi inoltro l’invito ad andarlo a visitare sovente.

http://guillaumebianco.blogspot.com/

Poi, la seconda notizia, che c’entra con i fumetti solo se tirata per i capelli. La verità è non ho potuto evitare il pecoreccio gioco di parole del titolo, certo che qualcun altro l’avrebbe conce-
pito comunque, prima o poi.

Magari, chessò, Pingitore.

Veniamo alla parte più seria del ragionamento; bisogna constatare che ne sappiamo ben poco degli umori che si agitano negli Stati Uniti, se non per il tramite di discutibili fonti mediatiche (alcune discutibili più, alcune discutibili meno). Eppure, noi italici siamo più che mai fortemente condizionati dalle scelte politiche, strategiche e anche commercial-culturali fatte dall’altro lato dell’Oceano.

Come accenno nel titolo, questo post è dedicato a Leone Del Vivo, tornato a chiacchierare nel blog.
Lo so, vi siete accorti che si tratta di una pagina foriera dello stesso contenuto (o quasi) che avevo postato addirittura prima dell’Epifania.

Dellgiant31huckleberryhound

Allora, rispetto al gran-
de successo riportato ieri da Barack Obama nello Iowa, mi sento di consigliare il blog (uno dei suoi tanti) di una giovane opinionista che pur vivendo a Los Angeles è capace di scrivere in un italiano musicalmente perfetto.
Alexandra Amber-
son
ha attualmente (agosto 2008) ventun anni, è sposata da poco più di uno, ha vissuto a lungo a Pavia, studia Scienze Politiche in USA.
Ha votato per la Lega quando stava in Italia, e da quello che si legge nelle sue pagine è sicu-
ramente collocabile a destra, pur essendo as-
sai open-minded, il che sicuramente spiazza i close-minded italici di ogni schieramento, cattolicopapisti e binet-
tianformigoniani in primo luogo.

Ecco cosa scrive nel suo blog http://alexandra-amberson.blogspot.com; questo è il suo commento risalente all’inizio dello scorso gennaio, quando ancora si combatteva all’ultimo sangue la battaglia fra Hillary e Obama per la candidatura del futuro sfidante democratico.

Da una prima veloce panoramica sui risultati delle primarie in Iowa, mi sento di dire che il fatto più evidente è la “sconfitta”, in campo democratico, di Hillary Clinton.
A differenza di Rudolph Giuliani che, sulla sponda repubblicana, ha rinunciato a parte-
cipare alla prima tornata elettorale, lei, Hillary, è scesa in campo da subito. E ha perso.

Non c’è niente da fare. Hillary Clinton è abile, ha raccolto più soldi di tutti, ha alle spalle un’organizzazione mostruosa e ben collaudata, oltre all’immagine mai sbiadita di un marito che è rimasto nel cuore di tanti Americani, ma deve vedersela con un handicap insormon-
tabile come l’antipatia personale.

Al di là di quelli che sono gli argomenti specifici, tu la guardi, la valuti e finisci col dire che no, c’è qualcosa in lei che non ti piace e non ti convince.
E questo, purtroppo per lei, è un convincimento che accomuna gli abitanti di stati abituati a pensarla in maniera differente: dalla comunità rurale dell’Iowa (che ha già provveduto a bastonarla), all’elettorato più liberal ed emancipato della California, dove non è ancora detto che potrà spuntarla.
Per fare un esempio, tra i tanti amici e conoscenti che votano democratico, io non ne ho an-
cora trovato uno che sopporti Hillary e che sia disposto a votarla. Quindi, la sensazione è che, forse, la candidatura finale se la dovrà sudare più del previsto.

Per contrasto, l’affermazione di Barack Obama (in uno stato con popolazione prevalen-
temente bianca) è molto significativa.
In questi mesi gli attacchi che gli sono piovuti dallo staff della Clinton miravano soprattutto a sottolineare la sua inesperienza e inadeguatezza a ricoprire un ruolo di massima respon-
sabilità. Evidentemente ha avuto la meglio l’effetto “novità”.

Il personaggio Obama piace. Umanamente piace molto anche a me. Tra tutti i candidati è senza dubbio quello dotato di maggior capacità affabulatrice. Lo ascolti e ti piace. Ha fascino e quello che dice lo sa comunicare in maniera accattivante.
Nelle ultime fasi della campagna elettorale, dove un po’ tutti si sono azzuffati scagliando merda in faccia agli avversari, lui non si è fatto prendere da quel vortice di nervosismo e di cattivo gusto e ne è uscito con classe.

Alexandra

Sostanzialmente il successo di Obama si legge come un desiderio di novità, la voglia di una politica diversa, dove l’entusiasmo supplisca all’inesperienza.
Da un lato possiamo riconoscere che anche J. F. Kennedy, quando arrivò alla Casa Bianca, non aveva grande esperienza. Ma, in senso opposto, non possiamo dimenticare nemmeno quanto fu politicamente disastrosa la sua presidenza.

Poco da dire sul secondo posto, in campo democratico, di John Edwards. Certo, per chi vota repubblicano lui sarebbe l’avversario ideale in quanto trascinerebbe i democratici alla sicura sconfitta. Troppo di sinistra per poter arrivare alla Casa Bianca e, francamente, così poco credibile, lui multimilionario snob, nei panni di un moderno Robin Hood che toglie soldi e privilegi ai ricchi (come lui) per donare benessere e felicità a tutti i diseredati della terra. No, non sarà lui il candidato finale alla presidenza.

Passando ai repubblicani, dico subito che il vincitore di ieri, Mike Huckabee, è quello che tra i cinque principali contendenti considero il meno affidabile nelle vesti di possibile Pre-
sidente.

(… Taglio un po’, mica posso copiare pari pari tutto il commento, magari Alexandra non è felice di ciò, NdR)

Huckabee, con il suo modo di fare e con il suo linguaggio populista, che arriva al cuore di quei tanti Americani, è percepito come “uno di loro” più di qualsiasi altro candidato.
Lo si avverte quando, tra il chiasso e la birra, si mette a suonare un inno del rock sudista come Sweet Home Alabama e sembra proprio che si diverta a farlo.
Così come, la sera prima del voto in Iowa, lo vedi suonare il basso da Jay Leno e ti viene da pensare: “Cazzo, domani quello se li straccia tutti alla grande”.

E quasi quasi le sue parole di stima nei confronti di Obama (che al pari di Huckabee mette in assoluto risalto l’aspetto dei valori cristiani) sono suonate profetiche di questo loro successo in comune.

Basta così.
La foto qua sopra ritrae Alexandra. La canzoncina citata nel titolo rimanda alla fulminante sigla di apertura del divertente Braccobaldo Show andato in onda in Italia intorno al 1963.

Bracco_stars_commercial

Sigla composta dal Maestro Miglioli, papà della nostra amica Ornella (amica mia e di Leone), in quanto nella versione originale dello show americano non esisteva in tal modo, poiché il programma di Hanna-Barbera era sponsorizzato dalla società Kellogg’s, produttrice di risi, granoturchi, corn flakes e fiocchi di avena soffiati per le colazioni degli americani.

Nella sigla originale, Hanna e Barbera ani-
mavano il galletto e le altre bestiolazze del-
la Kellogg’s che intonava un motivetto pub-
blicitario; poi, Braccobaldo (o meglio Huckleberry Hound) gestiva il prodotto: toccava la sca-
tola dei cereali soffiati, li serviva ai commensali… Faceva una marchetta vera e propria. Un comportamento che adesso difficilmente le società detentrici di diritti su personaggi o serie (le properties) consentirebbero di far fare. Insomma, era impossibile recuperare quella parte animata e il suo sonoro per l’esportazione all’estero dello show.

Sopra e immediatamente qua sotto, due esempi di titoli di testa pubblicitari e introduzione dello show, a colori e in bianco e nero, con Braccobaldo e vari personaggi della Kellogg’s Cereali, oltre all’orso Yoghi (Yogi Bear), i topolini Pixi e Dixi e il gatto Ginxi (Mr. Jinx). Questa è la novità, che ha un suo strascico anche nel post immediatamente successivo a questo!

Il © su Braccobaldo e compagnia è (da qualche anno) della Warner Bros.