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SIAMO ANCORA TUTTI CHARLIE HEBDO?

Copertina di Charlie Hebdo

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Sono passati tre anni dal criminale, odioso omicidio multiplo nella sede di Charlie Hebdo, ma oggi la gente sembra avere in testa altro, specialmente in Italia, dove la ridicola Sacchettopoli dei giorni scorsi ha oscurato i veri problemi dell’Italia di questo inizio 2018, a cominciare dai rincari a tappeto, che tartasseranno gli italiani fra poco, con l’arrivo delle prime bollette.
Ieri la Befana è scesa dal campanile, per dire. La TV parla delle calze con il carbone, per (ri)dire.

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Intanto, ieri e oggi, in Francia le associazioni Printemps Républicain, Comité Laïcité République e Licra hanno organizzano, coincidentemente alla sanguinosa ricorrenza, una riunione pubblica alle Folies Bergère per proclamarsi «Toujours Charlie!».

Epifania di Jacovitti

Tra le personalità presenti spicca la filosofa Élisabeth Badinter, che ha rilasciato un’intervista della quale copio alcuni stralci, rimandando al link della redazione completa, alle pagine online del CorSera.

«Molti musulmani restano contrari a Charlie e i cattolici di destra si sono trovati d’accordo con la comunità musulmana sul no alle nozze gay, c’è una specie di complicità religiosa. Ma il peggio è che ci si abitua a tutto, si è diffusa una forma di stanchezza».

Da noi, pensiamo ai salvino-leghisti e ad altri reazionari dai cervelli oscurati dalla propaganda. La situazione non è differente.

In Francia l’affare Weinstein (continuo a citare) ha preso una piega particolare, con le denunce per violenza sessuale contro l’intellettuale islamico Tariq Ramadan. Charlie Hebdo allora ha ironizzato sui tanti che hanno chiuso gli occhi a lungo, e ne è nato uno scontro durissimo con la sinistra che si considera più vicina alle ragioni dei musulmani, rappresentata da Edwy Plenel e dal giornale Mediapart. Replica la Badinter:
«Una parte della sinistra chiude gli occhi perché identifica i musulmani di Francia con gli oppressi e i colonizzati. Sono i vecchi riflessi degli anni Sessanta e Settanta. Pensano che noi ce la prendiamo con la religione, quando invece la nostra lotta è contro l’islamismo politico».

Insomma, in Francia, e tutto sommato anche da noi, per altri versi (si vedano le epurazioni degli ultimi anni alla Rai) la libertà di espressione è diventata “un prodotto di lusso”: nel primo numero del 2018, il direttore del settimanale, Riss, titola “Tre anni in una gabbia”, in prima pagina Charlie Hebdo, la cui redazione si trova ormai costretta a lavorare in un bunker top secret nella regione di Parigi.

Lotta per la risata

“Ogni settimana – spiega Riss, che ha concesso una sua intervista all’ANSA all’inizio dell’anno – almeno 15.000 copie, ovvero 800.000 all’anno, devono essere vendute solo per finanziare la sicurezza della redazione”. Di qui, l’amara constatazione che la libertà di espressione sia diventata un “prodotto di lusso”, incluso in un Paese democratico come la Francia.

Come gli anni scorsi, diciamocelo, i forzati della risata, o meglio della “risata-costi-quel-che-costi” si sentono soli.
Chi altri, nel mondo, svolge oggi la loro funzione?
Sarebbe bello riflettere e discuterne, potendo avere la chance di farlo (ma i commenti, qua sotto, sono disattivati, con grande sdegno di visitors che continuano a scrivermi di persona, ma io che posso farci?).

Della situazione attuale parlava già un anno fa un articolo di Laurence Benhamou, Charlie Hebdo, survivant mondialement connu, se sent bien seul, alla vigilia dell’anniversario di quel terribile fatto di sangue dove sono caduti anche nostri conoscenti e Maestri; un crimine efferato dettato dalla cecità criminale del potere di chi sfrutta una pseudo-religione con finalità di dominio, perfettamente in linea con i disumani dettami del capitalismo cannibalistico internazionale. Un episodio da non dimenticare GIAMMAI.

La foto sopra è © AFP/AFP.
La pallina idiota sotto (a detta di tutti, fino all’ultimo dei collaboratori dell’uomo autodefinitosi intelligentissimo e molto stabile) è tratta dalla pagina FB di Charlie Hebdo.

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“Pas question d’autocensure, sinon cela signifierait qu’ils ont gagné. Si l’actualité nous amenait à redessiner Mahomet, on le ferait”, proclame Eric Portheault, coactionnaire du journal avec Riss et directeur financier.
“Nous sommes lus maintenant par beaucoup plus de gens, qui ont découvert l’humour particulier de Charlie”, ajoute-t-il, en visant des ventes qui se maintiendraient autour de 100.000 exemplaires.

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