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IL VITTORIOSO E IL PIONIERE (da Nicola Spagnolli)

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E' il caso di evidenziare l'intervento odierno di Nicola Spagnolli, dottore di Ricerca in Storia contemporanea, che ci ha scritto a proposito del Convegno di studi Il Diavolo e l'Acqua Santa: la stampa periodica per l'infanzia e l'adolescenza in Italia tra pedagogia e lotta politica tenutosi lo scorso venerdì 31 gennaio 2014 a Rovereto.

Qui gli altri commenti e i ragguagli sul tema nostra disposizione.

Le immagini più rare di Benito Jacovitti sono state fornite (per un altro scopo, invero) da Tomaso Turchi.

Grazie infinite.

B -Jacovitti su VITT

Buon giorno,

sono uno degli organizzatori della conferenza in oggetto.
Ringrazio tutti per i commenti che sono stimolanti e che mi danno la possibilità di raccontare un po’ il senso dei due volumi, la giornata di ieri e di spiegare alcune cose.

1) Molti si chiedevano sul motivo della chiusura del Vittorioso. Se leggete il saggio di Preziosi conoscerete le motivazioni editoriali e societarie che Preziosi ha ritrovato negli archivi dell’Azione cattolica.

2) Entrambe le ricerche si basano sullo spoglio accurato delle riviste, di ricerche negli archivi degli editori, dei soggetti interessati e anche su interviste e testimonianze di autori, direttori…

Basta leggere l’introduzione e la tavola degli acronimi e delle abbreviazioni di “Falce e fumetto” per capire il lavoro di ricerca che ci è dietro. Qui non si è scritto sulla base di “mio cugino mi ha detto…”, “ho sentito che…”, “su una vecchia fanzine ho letto di…”…. Questa è la prassi che io e che gli altri autori dei saggi abbiamo seguito in questa e in altre pubblicazioni.

3) E’ vero che il punto di vista degli autori dei due libri è di carattere storiografico, ma perché nascono entrambi dal voler analizzare e capire quali messaggi passavano attraverso i fumetti e le altre rubriche delle riviste e in quale contesto storico esse si inserivano.

Ma poi, anche durante la conferenza di ieri sera, si è sottolineato che il successo o meno di alcuni periodici dipendeva alla fine soprattutto dalla qualità dei fumetti proposti e questa componente rientra nel metodo con il quale si affronta l’analisi di una testata.

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4) Nessuno si sente professorone, a differenza di qualche commentatore in questa discussione. Semplicemente, con metodo scientifico (ricerca delle fonti, raccolta delle testimonianze e analisi delle stesse) e senza pregiudizi nei confronti di una pagina di cultura popolare del nostro paese, abbiamo voluto raccontare la storia di questi prodotti editoriali dopo che per anni di questo si sono occupati soprattutto collezionisti e appassionati del fumetto che, lodevolmente, hanno prodotto degli studi sull’arte del fumetto e sui loro autori, ma che però erano carenti dal punto di vista metodologico (mancanza di riferimenti precisi delle notizie reperite, voci di corridoio prese per buone, errori di datazione,incapacità di cogliere l’influenza delle contingenze storico-politiche).

5) I fumetti, come qualsiasi prodotto culturale, veicola dei messaggi – sia in maniera volontaria che inconscia. Pensare di parlare di fumetto solo dal punto di vista estetico mi pare una prospettiva alquanto ristretta.

6) Queste presentazioni ci hanno dato modo di incontrare soprattutto ex lettori di Vittorioso e del Pioniere e di avere un quadro più completo di quale fosse la fruizione di tali periodici, di cosa piacesse loro, di come venivano fruiti e passati ad amici e conoscenti.

Cosa alquanto difficile da conoscere e che non può essere demandata solo alla lettura delle fanzine dei club dei lettori delle singole testate.

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7) Sono rimasto alquanto perplesso nel leggere come contributi di questo tipo nei confronti della storia dell’editoria – condotti sine ira et studio - vengano attaccati per il puro fatto che non siamo dei cultori del fumetto che conoscono a memoria tutte le tavole e le storie di un personaggio o di un autore. Intravvedo in alcuni commenti un po’ il sentimento di chi si sente depredato del proprio “giocattolino”. 8) “Falce e Fumetto” è stato presentato anche a Firenze, Torino, Bologna. Le prossime presentazioni saranno il 21 febbraio a Roma e il 28 a Parma per chi volesse venire a sentire di persona ed poter poi commentare a ragion veduta.

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Commenti

beh, si potrebbe qui e ora prendere, come oggetto storiografico da presentare, il periodo 1943 /45 de "Il Vittorioso", considerato attraverso il senso da attribuire alle storie a fumetti di Jacovitti, qui parzialmente rappresentate da due di esse ,"Pippo e la pesca dell'inizio 1943" e "Pippo sulla luna" della metà del 1945.
Periodo certamente tragico per l'Italia, che termina là dove inizia la ricostruzione di un paese uscito dal ventenniio fascista e dagli anni della Repubblica sosiale.
La nascita della democrazia, la speranza di un futuro migliore per tutti.
"Il Vittorioso", settimanale dell'Azione Cattolica, in quale modo partecipa a questa crescita economica e morale?
I fumetti e le rubriche, i racconti e i giochi contenuti dal settimanale dell'A.V.E rappresentano un contributo civile allo sviluppo etico del paese??
E fra tutti i disegnatori e scrittori che collaborano con "Il sempre pià bello", quale il ruolo preciso di Jacovitta inquadrato in questa particolare ottica?
Gli altri editori, Mondadori, Nerbini, Capriotti ecc, ecc. con quale collane di albi e giornali a fumetti si inseriscono, e come, nel rinato mondo del dopoguerra??
Con funzione anche educativo /pedagogica, e se si, attraverso quali strumenti e strategie??

Rompo il ghiaccio con una sorta di anteprima generalista e autoreferenziale.


La prendo alla larga: beh, fra il 1943 e il 1945 ebbi fra le mani parecchi fumetti, tutti quelli che mio fratello Franco maggiore di me di sette anni poteva comperare. Volenti o nolenti tutti quei fumetti erano portatori sani(?) di ideologie legate o al mondo dell'Azione Cattolica o a quello laico, oppure politicizzati se legati all'universo facista.
Fulmine, per esempio, tacciato da molti come "il tipico eroe fascista , ma dal sottoscritto MAI percepito in quella veste. POi anche una massa indifferenziata di albi che in edicola allora non uscivano, ma che vi si erano accumulati e che appartenevano agli anni precedenti.
La storia che ancora ricordo meglio, proprio nei dettagli, si riallaccia a "Il Vittorioso" ed era “Cucu” di Jacovitti, a colori a tutta pagina. Quindi per me i protagonisti di quelle peripezie disegnate, Cucu e zio Fagiolo, erano degli eroi che mi trasmettevano un messaggio chiaro e ineludibile di libertà , di gioia di vivere lagata al senso dell'avventura. Pare invece che lo scopo de "Il Vittorioso" nell'icaricare Jacovitti di disegnare quella storia fosse quello della condanna di tutti i romanzi per ragazzi di matrice straniera. Non solo, ma poichè allora L'AVE aveva una causa in corso intentata dagli eredi salgari per suppostio plagio, in quella storia vengono tirati in ballo anche gli eroi dello scrittore veronese. Se tutti i bambini che allora leggevano "Il Vittorioso" eranp pressapoco com'era il sottoscritto, beh, allora quel messaggio di condanna non fu assolutamente percepito. La stessa cosa per altri eroi di carta Così come il gigantesco Fulmine, oppure il quasi gemello Furio, l’uomo dal pugno di acciaio.
Questi i miei primi ricordi in fatto di fumetti, piuttosto vaghi. Non ricordo particolari traumi pedagogici avvertiti consapevolmente.

infatti dubito che la motivazione "diffondere il cattolicesimo"
fosse resa dai fumetti

mi piacerebbe poterli leggere quei fumetti
non c'è un sito che li ha scansionati?

Non credo che le annate de "Il Vittorioso2 o "I Giornalino" degli anni 40 e 50 siano mai stati scansionati.Anche il Blogger "Corrierino/GIornalino" parte più tardi.
Però questi eruditi che scrivono libri sui fumetti certamente li avranno letti, altrimenti come farebbero a scriverne??

Salvo casi eccezionali, il fascismo non voleva che si facessero film ideologici.

I fascisti non pretendevano neppure una stampa per ragazzi, a fumetti o meno, politicizzata.

Come i nazisti, volevano che i ragazzi leggessero storie edificanti con personaggi buoni e generosi come boy-scout (poi c'era chi, come Hergé, era più realista del re).

Semmai, per gli standard pedagogici tradizionali dei fascisti, Dick Fulmine era troppo americano.

Insomma, dire che un fumetto dell’era fascista non era fascista (come si fa spesso), NON HA SENSO, in quanto nessuno ordinava che si facessero fumetti “fascisti” in Italia o racconti per ragazzi “nazisti” in Germania. Fascisti e nazisti si ritenevano “buoni” e volevano personaggi buoni, che facevano azioni eroiche.

Poi, come nel cinema, c’erano le eccezioni degli autori di fumetti più realisti del re.

Semmai, i sistemi ideologici come il fascismo, essendo di tipo dirigista, tendono a imporre il punto di vista degli esperti, in questo caso dei pedagogisti.

I pedagogisti dell'Italia fascista non erano molto diversi, per esempio, da quelli americani ma, a differenza di questi ultimi, venivano ascoltati dallo Stato e quindi avevano maggiore influenza sulla società (anche sul fumetto).

La prova di questo è che in pieno fascismo vengono pubblicati fumetti americani, da Gordon a Mandrake, che certo non riflettevano valori fascisti. Ma nessuno si aspettava che la stampa per ragazzi riflettesse valori specificamente fascisti. Dato che gli eroi americani erano buoni, generosi ed eroici, andavano bene perché così (come si riteneva ovunque) dovevano essere i personaggi per ragazzi.

Questi fumetti sono stati vietati solo durante la guerra perché, è ovvio, non si può importare la produzione del nemico.

Poi si sono vietate anche le nuvolette perché i fumetti erano presenti in Italia da pochissimi anni e quindi ricordavano l’America, anche quando erano realizzati da italiani. Inoltre si è dato retta ai pedagogisti, che trovavano diseducative le nuvolette. Dovevano pensarla così anche nella Russia comunista, perché lì i fumetti non sono mai stati pubblicati.

Sauro: su "L'Intrepido" periodo 1938/43 ci sono storie a fumetti di propaganda fascista: certo i cattivi erano gli altri, i bolsevici nemici di DIo.
I ragazzi avanguardisti o moschettieri del Duce, erano personaggi fascisti, certo nell'ottica del tempo bravi ragazzi. Ma pronti a qualsiasi azione per la Patria littoria, anche a fucilare rossi (quindi criminali).
I poveri preti, in genere grassi, morivano a bizzeffe, le orfanelle dei conventi dovevano guardarsi dai rossi superdotati e sempre immandrilliti.
Quindi il moschiettere del Duce era legettimato a sparare o, se poteva, spingere il malvagio giù da qualche rupe, soto la quale il mare tempostoso attendeva di sfracellare il nemico di Dio.
insomma, i giovani fascisti non erano boy scaut.
Questo sull'Intrepido, che era un girnale erede del romanzo d'appendice, quindi a forti tinte.Un titolo: L'orfanella di Cadice!!!!
Va beh, mi fermo qui

L'Intrepido presentava qualche storia sopra le righe, credo anche antisemita, ma era un'eccezione non richiesta dal regime.

Poi il suo editore è diventato un eroe della Resistenza.

Ignoro quasi tutto del Vittorioso, ma immagino che pubblicasse fumetti tradizionali. Magari qualche storia poteva avere un qualche sottointeso ideologico, ma questo veniva sempre dopo la storia in quanto opera artistica, sia pure di eventuale scarso pregio.

Semmai, come i cinegiornali propagandistici che precedevano i film (non propagandistici) durante il fascismo, probabilmente i fumetti, sostanzialmente non propagandistici, venivano intervallati da redazionali più “ideologici”.

Questo, almeno, era il caso del Giornalino degli anni settanta, un periodico cattolico per ragazzi che conosco abbastanza bene.

Il Giornalino presentava fumetti non ideologici (gli eroi non hanno colore) e redazionali blandamente ideologici, naturalmente in senso cattolico.

Ho scritto qualche storia per il Giornalino, ma nemmeno per un attimo ho pensato di metterci dentro una visione “cattolica”.

Io ho l’impressione che i cattolici facessero questi settimanali non tanto per inculcare i loro valori, quanto per distogliere i bambini da letture “pericolose” con personaggi “violenti”, come Dick Fulmine e Gim Toro.

il termine -buono- è relativo.
IO sono buono perché è l'Altro ad essere il cattivo
il nemico
lo straniero.
il vincitore è sempre il buono
non ha forse dio dalla sua parte?
e il "giudizio" di dio non favorisce SEMPRE il più forte?

l'eterna lotta del bene e del male
dicono
ma se ci si pensa
il Bene in quanto tale non può essere in -lotta-
altrimenti è un "male" minore.

chi si vede dalla parte della ragione non bada a "piccolezze" come l'omicidio di un "cattivo"
e la Giustizia non si è mai preoccupata di sbagliare.

e a questa regola non "scappa" neppure l'eroe dei fumetti specie se in determinati periodi storici
o -ambientati- in determinati periodi...
fanno eccezione cose come i telefilm di Hercules
dove lui non uccide mai
dove coi nemici ci... -balla-!

Buonasera. Un appunto, L'Interpido del periodo fascista aveva qualcosa a che vedere con quello del dopoguerra? Anche io sapevo he il suo editore era un eroe della Resistenza e che anche per la libertà delle storie del giornalino la Chiesa l'aveva messo al bando in quella famosa lista di proscrizione.

" i giovani fascisti non erano boy scaut"

attenzione:
il termine -boy scout è fuorviante;
sono in realtà dei... "militari"

L'Intrepido è sempre stata la stessa rivista pubblicata dallo stesso editore.

A proposito dell’editore, tutti possono cambiare idea. Giorgio Bocca scriveva articoli più antisemiti della media fascista, ma poi anche lui ha fatto il partigiano. Eugenio Scalfari era caporedattore di Roma Fascista, ma poi ha fondato La Repubblica.

La Chiesa non so se avesse messo al bando l’Intrepido, ma negli anni settanta presentava storie da night club come quelle di Billy Bis, e quindi non mi stupirebbe affatto.

Nei primi anni novanta la Chiesa non metteva al bando più niente, altrimenti avrebbe sicuramente vietato l’Intrepido che curavo io.

Sono d'accordo con Sebastiano.

I boy scout sono stati fondati da un militare per preparare i bambini alle armi.

I fascisti adoravano i boy scout e per questo hanno fondato i balilla.

I nazisti hanno fatto lo stesso, con la gioventù hitleriana.

I balilla e la gioventù hitleriana facevano le medesime cose dei boy scout.

Comunque i fascisti non insegnavano ai balilla a picchiare le persone, ma ad aiutarle come bravi boy scout.

La guerra gliela avrebbero insegnata durante il servizio militare, per il momento bastava l’allenamento fisico.

Il Balilla, settimanale degli omonimi, era diretto da Rubino.

Si può lontanamente pensare che Rubino inducesse i ragazzini a picchiare chicchessia?

Grazie, Saur. Che l'Intrepido fosse proibitissimo è sicuro. Forse il più proibito, da non leggere affatto, mentre Topolino era da leggere "con cautela". Sono cose che so per averle lette, non ero nato e non ho mai visto una chiesa con uno di questi cartelli ma ho visto una foto con questa doppia lista. Se potessi ritrovare la pagina web che lo mostrava ve lo farei leggere volentieri.

L'Intrepido, mi diceva l'editore dell'epoca, non ha mai pubblicato fumetti per ragazzini.

Il che non è del tutto vero.

Comunque, l’unico fumetto che mi aveva chiesto di non pubblicare è stato proprio una storia per ragazzini.

Si tende a sopravvalutare il controllo del fascismo sui periodici.

Intanto non c’era la censura preventiva.

I quotidiani dovevano pubblicare le veline, ma non erano obbligati a enfatizzarle.

I periodici erano più liberi, ma naturalmente non dovevano mettersi contro il regime.

Quando diventavano troppo problematici, per esempio quando il Vaticano si era incazzato per le donnine mezze nude di Boccasile su Le Grandi Firme, venivano chiusi d’ufficio.

Nessuno diceva agli editori dei fumetti che storie pubblicare.

Non c’erano problemi ideologici con i fumetti, semmai pedagogici.

Fino alla guerra, almeno

Quindi, se un giornalino pubblicava un fumetto ambientato nella Guerra civile spagnola, lo faceva per decisione autonoma, non su richiesta delle autorità.

A qualcuno risulta il contrario?

"La guerra gliela avrebbero insegnata durante il servizio militare, per il momento bastava l’allenamento fisico"

e non dimentichiamoci di quello che più gli premeva:
condizionarli,
insegnargli ad ubbidire alla Gerarchia
e ai suoi Ordini

si sa, i ragazzi sono dei "ribelli" per natura e refrettari alla "disciplina" e agli ordini.

i ragazzi di oggi pensano di andare a "giocare" ma invece -giocano ad ubbidire-

non so cosa fanno nei campeggi ma vedendo cosa fanno in città... coi banchetti
una volta a uno che conosco gli parlai del...
banca del tempo...
¿si chiama così?
quando qualcuno mette a disposizione il suo tempo a persone che hanno bisogno di qualcuno per piccole "commissioni" che baratto con "natura"
torte o altro.

perché limitarsi a "far attraversare la strada alle vecchiette"?
quando puoi dare un servizio Sociale maggiore imparando -davvero- ad AIUTARE il Prossimo?

non gli garbò.
meglio mettersi in piazza con una bancarella a chiedere contributi... in denaro!

"A qualcuno risulta il contrario?"

non sono sicuro ma mi sembra di ricordare che, non davano indicazioni ma, sequestravano quelli che non erano in linea...
ma potrei sbagliarmi:
confondere i Tempi.

Vorrei tornare a quanto scritto dal prof.Spagnolli, il quale, correttamente e giustamente chiarisce la sostanza e il metodo di lavoro del prof Preziosi, autore del saggio"Il Vittorioso, storia di un settimanale per ragazzi, 1937-1966".
All'interno del capitolo IV,"Spirito guerriero o amor di Patria?" il paragrafo 7° (che inizia a pagina 179) si intitola "L'influenza dei fumetti nel vissuto dei ragazzi".
Ecco, su questa specifica questione mi piacerebbe sentire altre voci, di persone informate sui fatti, che abbiano cioè letto il saggio del Prof.Preziosi.
Perchè in caso contrario, se chi parla non ha letto il libro in questione, qui non si fa altro che continuare a menare il can per l'aia.
Il capito appena citato e il paragrafo da me tirato in ballo, sono oltremodo interessanti, perchè la voce narrante non parla a vanvera, ma entra nello specifico attraverso la citazione , commento ed analisidi quanto scritto da eminenti studiosi ed addetti ai lavori; da Faeti ad Umberto Eco, passando da Domenico Volpi, Zeri, Trinchero,Antonio Cadoni,Becciu ecc,ecc.

Vorrei fare una salutare e allegerente digressione, per sollevare il tono troppo serioso di questo post. Per questo mi riallaccio al post ormai scomparso nel pozzo telematico e dedicato a "Romero el torero", storia jacovittesca disegnata dal Nostro fra la fine del 1942 e l'inizio dell'anno successivo e poi pubblicata dalle ed.AVE nella serie "Roma".
Posso???
Chi tace acconsente.....Ehhh, pare che in questo intricato caso della presunta bimba Veddiana ( che in realtà pare sia uno scaricatore di porto genovese) sia coinvolto pure il Prof, Spagnolli in veste di detective ( avrebbe non so quale incarico nella Sûreté parigina), il quale interviene su il qui presente post che parla de "Il Vittorioso" e del saggio del prof Preziosi sul "Vittorioso" stesso.
Sto camminando in fretta lungo la prima citata rue du faubourgh Saint.Martin, svolto a sinistra per arrivare all'omonimo famoso canale di S.Martin, dove all'interno di un barcone ormeggiato all'altezza della Place de la Republique mi attendono Spagnolli e la sua guida parigina Zazie.
“Bianconiglio”, l'ignobile talpa che si vende al miglior offerente, mi ha spifferato che proprio nel punto nel quale il canale prima citato si interra coperto Bd Jules Ferry poi Richard Lenoir, attualmente bivacca Luca Boschi, convertitosi alla filosofia del clochard dopo alcuni incontri con il suo mentore spirituale padre Gorla.
Insomma la situazione non è per nulla chiara.

Poi, a ben pensarci, nella storia di Jacovitti "Oreste il gustafeste" disegnata nel 1945 sulla scia di "Ghigno il maligno" e "Raimondo il vagabondo", ma poi pubblicata a puntatea partire dal 1948 su "Il Vittorioso", cè un barbuto personaggio che risponde al nome di Nicola (l'uomo che spara la pistola).
Allora, prof Nicola Spagnolli, se mi legge, posso "giocare" su questi elementi della fiction fumettistica e coinvolgerla come personaggio nella storia tutta inventata di "Chi ha rapito Veddiana??".
Il mio è un gioco, che faccio per non soccombere alla noia.
Le garantisco che il suo ruolo sarà di personaggio forte, leale e generoso, in sintonia con gli ideali espressi da "Il Vittorioso".
La saluto cordialmente.

Valutare il Vittorioso uscito dopo la liberazione di Roma???
Ehh, tutto si era praticamente fermato nel mese di Settembre 1943 con l'aarmistizio e la nascita della Repubblica sociale.
In quel contesto assai complesso ,L'amico Buffatti, ha cercato di far luce sul ruolo della stampa .Ecco qui." Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati avevano pianificato – anche per lo scacchiere italiano - uno stretto controllo della stampa e dei mezzi di comunicazione. L’11 dicembre 1943 venne creato, all’interno del PWB (Psychological Warfare Branch,), l’APB (Allied Pubblications Board) per coordinare l’azione di tutti gli organismi militari preposti alla sorveglianza delle informazioni. Il suo compito era quello di “concedere e revocare le autorizzazioni per pubblicazioni di quotidiani, settimanali, libri, manifesti”.
Con il 24 marzo fu stabilita una direttiva in merito alla funzione del PWB, come unica fonte di notizie, ed il 2 giugno 1944 vennero aggiornate le funzioni dell’APB, creando degli uffici locali (provinciali o regionali).
L’11 luglio venne emessa – dal Sottosegretario alla Stampa del Governo Italiano – una circolare in cui veniva ribadito che “le autorizzazioni alla stampa (o le riconferme) dovevano essere richieste al Prefetto che avrebbe espresso la propria valutazione, e poi l’avrebbe inoltrata all’ACC (Commissione alleata di controllo), cui era delegato il potere autorizzativo” che doveva però sottostare (lettera del 21 luglio) al giudizio definitivo dell’APB.
Con il 1° agosto venne istituita la Commissione Italiana Stampa per sostituire gradualmente le funzioni dell’APB, ma è solo con il 15 gennaio 1945 che nell’Italia liberata, e sotto la giurisdizione del Governo Italiano, avvenne questo passaggio di funzioni.

LA STAMPA A ROMA LIBERATA

Durante i 45 del governo Badoglio, il meccanismo di controllo della stampa era rimasto praticamente intatto, ma già il 5 agosto 1943 fu posto un freno alla breve ventata di libertà di stampa che si era propagata tra i mezzi d’informazione.
Il giorno stesso dell’arrivo degli alleati a Roma, il PWB installa i suoi uffici nell’ex MinCulPop (il Ministero ella cultura fascista). Essi trovano una città con una struttura informativa propria di una capitale, praticamente intatta. Per prima cosa sospende, secondo le direttive del 1-7-1943, tutte le pubblicazioni, censisce i quotidiani stampati negli ultimi due giorni di libera circolazione (5 e 6 giugno) - sette quotidiani, 3 del mattino e 4 della sera - e fa l’inventario della carta da stampa.
Ma fin dal giorno stesso della liberazione della capitale, edicolanti e strilloni improvvisati vendono una moltitudine di giornali, tanto che il PWB scriverà – una settimana dopo – che non è facile il controllo della stampa romana e che i quotidiani in circolazione a quella data sono ormai quasi una ventina. A partire dal 15 giugno inizia un controllo stretto ed alcuni di quelli in circolazione vengono soppressi ed altri, dopo una breve sospensione, riprendono le pubblicazioni. Il PWB riuscì, il 15 agosto 1944, ad enumerare a quella data, la stampa di 12 quotidiani, 17 settimanali e 47 pubblicazioni a periodicità differente.
Alla fine del 1944 viene pubblicato in una rivista romana1 un rilevante articolo di Ettore Veo: “Quotidiani e periodici usciti a Roma dopo il 4 giugno 1944”. E’ un documento scritto a ridosso degli eventi e quindi di sicura certezza. Esso innanzitutto elenca i numerosi quotidiani distribuiti fin dal lunedì 5 giugno, alcuni dei quali soppressi già dopo due giorni, oppure sospesi per brevi periodi. Tra questi merita un cenno “Il Quotidiano”, che aveva come sottotitolo “quotidiano con l’approvazione della Santa Sede e sotto gli auspici dell’Azione Cattolica”; il suo primo numero fu venduto sabato 11 giugno e fu sospeso per un breve periodo, dal 17 al 24 giugno.
I settimanali presi in analisi nello scritto sono quasi una ventina, in gran parte di estrazione politica. Non mancano tra essi tre periodici satirici: “Rugantino” – trisettimanale in dialetto romanesco – che riprende le pubblicazioni l’8 di giugno; “Cantachiaro” – antigiornale satirico-politico, il cui primo numero viene stampato il 10 giugno, ed “Il Pettirosso” – edizione satirica settimanale dell’Avanti – che esce per la prima volta il 2 agosto.
Ma in questo elenco vi sono altresì due nuovi settimanali, a fumetti: “Giramondo” – settimanale per giovani di racconti, di avventure e di viaggi – che vede la luce il 6 agosto e “L’Avventura” – settimanale per la gioventù – il cui primo esempare esce in edicola il 13 agosto. Ambedue hanno come comune editore Capriotti. In modo inaspettato e strano non compare in questa lunga lista (che comprende tutte le pubblicazioni editate fino quasi alla fine dell’anno) il settimanale “Il Vittorioso”, che al momento della compilazione della lista aveva già stampato almeno una quindicina di numeri. Di questo arcano si cercherà di dare, più avanti, un riscontro plausibile.

IL VITTORIOSO: I PRIMI MESI DEL 1944

Nei primi mesi del 1944, mentre gli alleati occupano già l’Italia del sud e le Isole, Luigi Gedda fondatore e direttore de “Il Vittorioso”, rilancia – come presidente dell’Azione Cattolica giovanile (Giac) – l’associazionismo cattolico in vista anche del vicino dopoguerra. In una delle adunanze del Consiglio Superiore della Giac verrebbe decisa la ripresa delle pubblicazioni del settimanale, che – come si sa - è di proprietà dell’associazione stessa. Per galvanizzare i giovani lettori in ansiosa attesa, viene indetta una adunanza più mirata, quella cioè dei “Piloti e dei Fedelissimi di Roma, con canti, proiezioni cinematografiche e concorso cartelloni” , in cui “il Pilota Maggiore aveva detto tante belle novità e dopo la quale tutti hanno fatto una grande propaganda per il giornale”. Se ne dà ampio resoconto nel numero 4 del 1944.
Il biennio 1943-44 è un periodo durissimo per l’AVE (che è l’editrice dell’Associazione cattolica): i debiti si accumulano, le attività sono ferme, la ripresa editoriale è essenziale. La redazione appena ha il via libera dal suo Direttore, inizia a riattivare ed impostare per tempo – come era la norma per iniziative tipografiche nuove o rinnovate – il giornale. Per la preparazione dapprima redazionale e poi tipografica, dei testi, dei fumetti (“romanzi o narrazioni grafiche” - allora si diceva) e delle rubriche fisse, si dovrà cominciare già all’inizio di maggio (se non prima) a predisporre i primi 4-6 numeri. Si giustificherebbe in tal modo il prezzo di Lire DUE che appare in origine su tutti i primi sei numeri. Bisogna raccogliere perciò una congrua e sufficiente quantità di materiale editoriale, contattare i collaboratori, i disegnatori, i giornalisti, disporre di gran parte (se non di tutte) delle tavole delle storie interrotte con il n. 26/43, e delle tre nuove che inizieranno con il n.1 del 1944. Alcune rubriche redazionali (Radiovitt, Cantuccio dei furbi, giochi e concorsi) verranno lasciate ‘aperte’ per permettere l’inserimento dei testi poco prima della definitiva composizione tipografica e della stampa, di norma 1-2 settimane prima del giorno d’uscita2.
Si deve poi andare alla ricerca di una nuova tipografia. Con gli ultimi numeri del 1943 era stata incaricata della stampa la Tipografia L’Airone di Roma. Viene scelta ora una famosa carto-tipografia milanese con una filiale a Roma: l’IGAP (Impresa generale affissioni e pubblicità). Questa azienda tipografica, che continuerà a stampare il settimanale fino al n. 26 del 1946, non sarà tuttavia coinvolta della stampa di nessun’altro dei diversi giornali usciti nella capitale durante lo stesso anno. La ricerca e la scelta dell’azienda tipografica non deve essere stata facile e forse a ciò potrebbe far riferimento un ringraziamento, comparso sul n. 9 (del 24 settembre), ad un lettore romano (Serafino Toffanin) che aveva offerto la disponibilità della stamperia di un suo zio. Questo curioso riferimento potrebbe anche riferirsi a qualche difficoltà di stampa manifestatasi durante l’estate di quell’anno.
D’altra parte si deve lesinare sulla carta, sempre scarsa anche durante la RSI, e la tiratura per forza di cose dovrà essere drasticamente ridotta a qualche migliaio di copie o anche meno. Le zone ora raggiungibili, oltre la capitale, sono molto limitate e per giunta problematiche. Alle edicole andranno solo poche copie, poiché queste possono dare in resa delle copie invendute, quello che non certo avviene con gli abbonamenti e nelle parrocchie e nell’associazionismo cattolico, veri volani distributivi".

Due parole almeno su un personaggio de "Il Vittorioso" anteguerra. pensiamo ora a “Romano il legionario”. Personaggio inconsapevole strumento di propaganda fascista?’ Beh, non si può certo negarlo osservandolo nella sua parte di “legionario” intento a combattere nella tristemente famosa Guerra di Spagna .
Ma non ci dobbiamo meravigliare, quelli erano i tempi!! Però poi Romano dopo l’iniziale exploit nazionalista mostra altre qualità, si lega anche lui al mite dell’eroe romantico, esploratore, uomo d’avventura! Nella sua ultima avventura apparsa su “Il Vittorioso” nel 1943 ( ma disegnata a fumetti nel 1940, poi messa nel cassetto allo scoppiare della guerra e riproposta successivamente con rimaneggiamenti vari, fra i quali eclatante la sostituzione del dialogo nelle nuvolette con autarchiche didascalie e nuova impaginazioni con interventi dovuti alla stessa mano dell’autore, che nella prima tavola pone la sua firma con la data del 1942.
“Romano nel Tibet”: il nostro eroe parte per una importante missione pilotando un aereo giapponese.
Le successive incongruenze narrativo/grafiche sono dovute al fatto che la storia dovette essere “risistemata ”. L’ultima puntata, “Il Vittorioso” n°20 del 26 Giugno 1943, lascia Romano a fianco della moglie convalescente in una parte imprecisata della Mongolia: il personaggio non sopravviverà alla fine della guerra.
Da questo quadro dell’eroe anni trenta/inizio quaranta emergono non solo adulti ardimentosi, ma anche ragazzi intrepidi, eredi della tradizione ottocentesca in fatto di adolescenti con divisa, boy scouts od altro, in giro per il mondo.
Sul settimanale mondadoriano “Topolino” abbondano i piccoli eroi: un esempio eclatante, testi di Federico Pedrocchi, è rappresentato da “Pino il mozzo della baleniera”, disegnato in successione da Caesar, Pagot, Caprioli e Galeppini: la storia, lunghissima emigrò poi in Argentina per l’editorial Abril, poi nel dopoguerra, in Francia, sul settimanale “Robinson”continuerà con il nome di Jean-Marie le mousse.
Altro ragazzo in balia degli eventi fu Salvatore Tore, Il mozzo del sommergibile, sempre su “Topolino” disegnato prima dal solito Caesar poi da dell’Acqua e concluso da Leporini. Ai testi l’instancabile Pedrocchi. Ma qui ci troviamo nello scenario dell’Italia in guerra, dove il richiamo della Patria legittimava l’eroismo.
Devo dire che un autore italiano di romanzi per ragazzi degli anni trenta/quaranta che io penso non indulse in troppa deferenza nei confronti dell’uomo fascista, fu il veronese Luigi Motta, che poi nel corso del 1944, finì in carcere per motivi politici e le la cavò per il rotto della cuffia. ( La grande tormenta, romanzo autobiografico di un’epoca crudele ed eroica, Edizioni Alphabeta Verlag, 2o10, Merano).
Ma io di Luigi Motta, autore di circa cento romanzi scritti fra il 1901 e il 1955 e di più di trenta storie a fumetti-1937/1964- (postume le ultime), nel 1945 avevo letto solo due romanzi: la prima parte de “I cacciatori del far west!” intitolata “La zattera del naufragio” ( anche a Fumetti su “Topolino” nel 1943, storia disegnata da Leporini e rimasta incompiuta) e “Nelle foreste del Borneo”, prima parte de “La gloria di Janez”, edizioni SADEL, Milano. Il seguito sottotitolato “La perla di Labuan ( con riferimento alla nave da battaglia di Sandokan) come romanzo singolo non l’ho mai trovato….
Ero così rimasto a bocca asciutta, senza poter arrivare alla conclusione di quelle storie. Contemporaneamente leggevo varie altre cose, compresi i gialli Mondadori anteguerra con Maigret e Poirot dovuti alle penne dei magnifici Simenon e Aghata Cristie, che proponevano personaggi stranieri che vedevano le loro storie ambientate in una Parigi anni trenta oppure intriganti rompicapo polizieschi che avevano come sfondo l’apparentemente bucolica campagna inglese.
Ma pure avevo fra le mani la raccolta del “Romanzo mensile” anni trenta con le peripezie di Sherlock Holmes. Insomma, scenari di un “altrove” certamente lontano mille miglia dall’autarchia del pensiero di regime. Ma le cose che trovavo più affascinanti erano le avventure marinaresche, su oceani lontani, in terre esotiche popolate da eroi senza paura. Anche su “Il Vittorioso”, annate inizio anni quaranta che avevo fra le mani, potevo abbeverarmi da belle pagine a colori nelle quali Caprioli mandava i suoi piccoli intrepidi ragazzi su lidi lontani, italiani in mondi ostili, sorretti dall’amor di patria e dalla fede in un glorioso destino. Ricordo anche un romanzo a puntate assai avvincente con protagonista un ragazzo, “Simone”, con illustrazioni di Guido Grilli su testi di Athos Carrara.

Poi alla fine la guerra finì.
Pensando al 1945, avevo sette anni, mi rammento l'arrivo del “Vittorioso” (di nuovo tutto a colori dopo gli anni autarchici del rosso/blu) con "Pippo sulla Luna", storia intrigante e metafisica, sulla quale molti hanno dissertato. Ricordo un coinvolgente intervento a proposito di Gianni Brunoro su "Vitt & Dintorni", che meriterebbe una maggior divulgazione.Comunque su questo post ne appare la copertina, disegnata nel 1945 in contemporanea con la storia che appariva a puntate, ma poi uscito -l'albo- nel 1948 come numero uno della serie Pippo. POi il suo seguito, “Pippo in montagna”. storia che allora mi intrigò parecchio, perché era misteriosa e- per me- carica di pathos, conl'esordio sulla scena del teatrino jacovittesco del nero ladro in calzamaglia nera Zagar.
Per quanto riguarda questi anni dell’immediato dopoguerra i ricordi sono ben chiari ; non posso celare la mia emozione di fronte ai ricordi del “Vittorioso” di quel periodo con storie strepitose di Jacovitti e Craveri. Fra le tante cose che meriterebbero di essere citate scelgo come inizio un numero non a caso de “Il Vittorioso2 1947: il 45 del 23 Novembre!! Come mai due punti esclamativi?? Beh, perché qualcosa c’era di diverso rispetto ai numeri precedenti, ossia l’impaginazione delle tavole centrali, quelle tutte a colori, dove le tavole della storia craveriana “L’Isola della pace” si rimpiccioliscono e sdoppiano, e le avventure ”Mino e Dario“ di Franco Caprioli vengono sistemate fra le rimpicciolite puntate delle peripezie craveriane dell’Isola della pace assumendo una inusitata forma di “T”! Sull'esempio di quanto era accaduto sul settimanale "Topolino" l'anno precedente.
Storie quali “Pippo e la bomba comica” di Jac e “Roba da chiodi” e “Il delfino inossidabile” del favolista Sebastiano Craveri . Sulla prima di queste due storiestoria craveriane penso valga la pena spenderci su due paroline: viene pubblicata sulla parte sinistra del paginone centrale impaginato in modo da ospitare ben tre storie a fumetti, questo- mi ripeto- sull’onda un poco maniacale di una moda inaugurata l’anno precedente sul mondadoriano settimanale “Topolino”, che appunto nelle due pagine di centro presenta tre storie a fumetti, due disneiane e una di Brick Bradford. Ecco , in tale maniera probabilmente si pensava di mettere più carne sul fuoco per la delizia dei piccoli lettori, ma in pratica sulla graticola in tale maniera venivano messi i giovani utenti che si trovavano sotto agli occhi sì ben tre storie a fumetti , ma impaginate in modo poco pratico e soprattutto penalizzanti per gli autori/disegnatori di quei fumetti che vedevano le loro tavole rimpicciolite e impaginate in modo oggettivamente incongruo. Riguardando ora l’avventura degli zoolandini “Roba da chiodi” opportunamente ingrandita, beh, l’effetto è sorprendentemente diverso: risulta migliorata la leggibilità, il disegno acquista più respiro, la lettura dei contenuti delle “nuvolette” e didascalie perde l’affanno derivato dall’originale compressione e piccolezza, la narrazione della stessa storia e dei suoi contenuti narrativi risulta alla lettura molto più godibile. Insomma, la doppia pagina con tre storie era e rappresenta di fatto il caso emblematico del contesto che condizione il senso di una parte del testo che gli appartiene. Va beh, non mi dilungo e invito tutti, compresi i nosti eruditi Prof.Preziosi e Spagnolli leggere questa avventura craveriana ingrandendone le tavole. Sempre che se ne abbia il modo , il tempo e la voglia. E poi gli albi…. che non erano solo quelli dell’AVE ma anche tutti gli altri, una sorta di confusa alluvione di storie vecchie e nuove, mescolate casualmente insieme da vari editori; alcuni dall’operato assai effimero – se così mi permettete di dire - cito a tal proposito alcune serie raggruppate sotto l’egida di ”Enigmistica popolare”, editore tipografo Bandettini, Firenze. Ma i pezzi da novanta erano molti altri, fra i quali non è possibile dimenticare Nerbini e Capriotti. Nell’ambito del saggio a sei mani, Gori, Gadducci e Lama “, “Eccetto Topolino” edito dal romano Nicola Pesce, ci si ferma praticamente al 1945: il dopoguerra sarà forse trattato in un altro successivo lavoro, almeno ,così mi pare di avere capito ( Boschi, tu che sai a proposito??). Va beh, però di Capriotti e le sue pubblicazioni con i rinati eroi americani dell’età d’oro si sarebbe potuto dare una visione d’insieme più approfondita, poiché in effetti essendo l’editore in questione operante in quel di Roma ancora a guerra non conclusa- pensiamo al settimanali “Grandi Avventure”, poi all”Avventura”, “L’Ometto Pic”,”Cantastorie”, “Giramondo” e relativi albi di Mandrake , Cino e Franco, L’uomo Mascherato, “Marco Spada” e così via- la sua produzione di materiale a fumetti si lega in continuità con quella degli anni precedenti dovuta ad altri editori, fra i quali anche Mondadori, il quale poi per ragioni di opportunità politica ( compromesso con il defunto regime fascista) rimase alla sbarra di partenza fino alla fine del 1945. Comunque io, abitando nel nord Italia, le prime cose le vidi a guerra conclusa e in modo discontinuo, spesse sulle bancherelle dell’usato che vendevano alla metà della metà del prezzo originale. In tale maniera, sulle bancarelle, qualcosa riuscivo ad acquistare: ricordo edita da Capriotti nella serie Grandi Avventure una storia misteriosa ed intrigante intitolata “Cino e Franco contro i fotografi della 5° colonna” ed alcuni albi de “L’Uomo Mascherato”(1948) nell’ambito dei quali il forzuto giustiziere in calzamaglia trovatosi non so come a Parigi, doveva combattere contro la banda della “Freccia d’oro”, congrega di donne bellissime ma, ahimé, dedite ad imprese delittuose di ogni genere. Nel primo dei tre albi che contengono tale avventura,”La freccia d’oro”, una didascalia iniziale ci informa che il Nostro è stato come passeggero su di un treno che ha viaggiato alla volta della capitale francese: ma come mai, che cosa era successo prima? Mistero, poiché di quella storia risalente peraltro in origine al 1939/40 ( mai prima arrivata in Italia a causa della guerra), mancano le prime 30 strisce giornaliere!! Va beh, allora queste erano cose consuete, ma io in quel momento avevo solo 11 anni e mi ponevo domande sul perché e percome: da dove arrivava L’Uomo Mascherato??? La precedente avventura apparsa solo in parte su “L’Avventuroso” nerbiniano nel corso del 1941 ci raccontava la famosa avventura de “Il furto alla caverna del teschio”, quindi epopea ambientata nella Jungla originaria, sede naturale dell’Uomo Mascherato; su “L’Avventuroso” questa avventura continuerà apocrifa disegnata dal bravo Lemmi, ma i suoi contenuti saranno completamente inventati e quindi forvianti rispetto alla sconosciuta versione originale americana.

"Insomma, scenari di un “altrove” certamente lontano mille miglia dall’autarchia del pensiero di regime".

Ma gli autori che hai elencato non erano disponibili nell'Italia fascista?

E i fumetti americani?

E poi, quali erano i fumetti "fascisti", quelli di Jacovitti?...

Il fascismo, per fortuna, aveva la mano leggera con le arti.

La prefazione di "Falce e fumetto”, ottenibile attraverso il commento numero 100 del precedente post sul Pioniere, ci fa intuire come sarebbe stata infinitamente più invasiva, più unidirezionale, la letteratura per ragazzi in un regime comunista.

Il fascismo ha fatto cose pessime e cose meno pessime, nell’ambito culturale quelle meno pessime.

Seguirà un post che tratterà l'inizio dopoguerra.

Sauro: mi devi precisare a quali autori ti riferisci, così posso fare mente locale e rispondere con precisione.
POi, bisogna tener presente che io all'età di 4/5 anni, cioè nel 1941/42, in piena guerra, mi tovavo fra le mani romanzi e giornali ed albi a fumetti di anni prima, acquistati da mio padre e fratello maggiore.
Ad esempio l'intera raccolta dell'Albogiornale - mi pare della serie o editrice "Audacia(?) con le avventure del gigante buono Dick Fulmine, che combatteva con camicia bianca (mai nera, va precisato) a maniche arrotolate, contro lestofanti del calibro di Zambo, Barreira e maschera Bianca.
Fulmine , accusato a più voci di essere un eroe fascista, vi posso assicurare che di politica non si occupò mai.
Entrò pure lui in guerra, come tanti altri eroi di carta, e le sue avventure non ebbbero soluzione di continuità, uscirono sempre nel nord Italia anche nel 1945 e durarono , se non ricordo male, fino alla metà degli anni '50.

sauro: molte domande, devo rispondere ad una ad una, per non incasinarmi.
Allora, le avventure del Commissario Maigret di Simenon come quelle di Poirort di Aghata Cristie le leggevo sui "Gialli Mondadori, grande formato, sfondo giallo di copertina,spillati quinterno per quinterno ,poi incollati di costa.
Mi pare che la collana si fermò con lo scoppio della guerra, nel 1940.

Anche Sherlock Holmes di Doyle usciva in quella collana, ma io leggevo le sue avventure sulla raccolta del "Romanzo mensile", prima edizione inizio 1900, ristampa inizio anni venti, 1923 e continuate fino al 1931.
Ho ancora la raccolta, regalatami da mio padre quando nel 1965 mi sposai.
Interessante la traduzione dall'inglese, di tipo espressivo, non letterale.

Secondo me "Il Pioniere" non lo leggeva quasi nessuno.

Qualche militante particolarmente zelante lo comprava per i figli, i quali, probabilmente, leggevano con scarso entusiasmo solo i fumetti saltando i redazionali.

Del resto, io da bambino qualche volta compravo con i miei soldini un quotidiano ("Il Giorno" perché aveva i fumetti) o un settimanale ("Epoca" perché era illustrato senza essere "popolaresco"), ma i redazionali del "Corriere dei Piccoli" e di "Topolino" non li ho mai letti.


Nell’introduzione di “Falce e fumetto” ci si stupisce perché i comunisti non realizzavano giornalini per bambine: io mi sarei stupito del contrario, dato che per loro (ma anche per me) era sbagliato differenziare i prodotti per l’infanzia in base al sesso.

Naturalmente i cattolici pensavano il contrario.

Quelli che hanno capito come si fanno i giornalini sono i giapponesi.

400 pagine di fumetti senza redazionali.

Infatti vendono un fottìo.

L’ultimo triste tentativo di fascistizzare, comunistizzare e cristianizzare le giovani menti dei lettori attraverso le rubriche dei giornalini lo si è avuto negli anni settanta con il “Corriere dei Ragazzi”, strapieno di pallosi articoli progressisti.

Il tentativo è stato stroncato e gli autori sono passati a lavorare per Bonelli, che aveva successo proprio perché si limitava a pubblicare fumetti senza rompere i coglioni cercando di trasmettere idee politiche o religiose.

Ciao, mi riferisco a Pennacchioli:
"Secondo me "Il Pioniere" non lo leggeva quasi nessuno."

Io non so dirlo, ci vorrebbero dei testimoni dell'epoca. Ho solo letto un paio di storie di Atomino uscite in alboni a colori e poi so dell'esistenza di un libro antologico che ho letto in parte a una festa dell'Unità una decina di anni fa e che non mi aveva entusiasmato.
Atomino non aveva certamentel'attrattività di Pippo Pertica e Palla.

Atomino era interessante solo per i disegni, comunque non adatti ai bambini.


Prima che come inserto dell’Unità, il Pioniere era uscito come rivista autonoma.

La redazione era in via delle Zoccolette, la stampa in via Stalingrado.

Tra gli autori c’era Raoul Verdini, prima fascistissimo sul Balilla e poi comunistissimo qui e altrove.


Come si chiama il disegnatore dallo stile molto americano de "L'ultima marcia" pubblicata qui sopra?

@Sauro 13:33:43
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L'amico Giovanni Pinti vi presenta una panoramica du "L'Intrepido", L'Avventuroso " e "Il Vittorioso"

Le parole del titolo non sono attributi di un personaggio eroico, bensì sono titoli, improntati tutti alla mentalità “spaccona” di quel particolare momento dell’Italia fascista, di periodici a fumetti italiani, in genere settimanali, nati negli anni ’30 dello scorso secolo, che hanno accompagnato i miei stati di adolescente e giovane, e dei quali conservo tuttora un ricordo indelebile venato di nostalgia, ancorché la loro lettura, costante o saltuaria, risalga ai critici periodi dell’ultima guerra mondiale e dell’immediato post.
I fumetti di cui si tratta hanno intriso di avventura e fantasia la vita dei giovani, ma anche degli adulti, soprattutto lettori de L’Avventuroso e l’Intrepido, giornali ispirati dai cosiddetti “comics” di provenienza americana, nati proprio per essere destinati agli adulti, sia per i contenuti sia per le illustrazioni.
Tali periodici hanno avuto durate diverse ed ormai da tempo non sono più pubblicati, anche se nel corso degli anni sono state fatte ristampe in diverse forme, tant’è che ancor oggi escono pubblicazioni con i mitici personaggi allora ideati.
A fianco delle tre testate oggetto dei miei ricordi sono esistiti, e taluni risultano ancora vegeti, altri noti periodici, come il Topolino disneyano, il Corriere dei Piccoli, figlio minore del Corriere della Sera, Il Giornalino, del Gruppo editoriale di Famiglia Cristiana, Il Balilla di epoca fascista, supplemento del Popolo d’Italia, Il Monello, cugino de l’Intrepido, più adatto alla fascia di età preadolescenziale, ed altri meno noti che non sto a citare.
Prima di passare alla trattazione specifica dei tre periodici di cui si tratta, è d’uopo esprimere qualche concetto esplicativo sui fumetti, intesi ellitticamente al plurale, come disegni e loro sequenze, cui sono dedicate spesso intere pubblicazioni periodiche.
Si legge nel Dizionario della Lingua Italiana Treccani che “fumetto” (derivato da fumo) è “termine con cui si designa la nuvoletta, dai contorni generalmente frastagliati o arrotondati, contenente frasi o battute di dialogo attribuite (per lo più facendole uscire con fumo dalla loro bocca) a ciascuno dei personaggi raffigurati in disegni singoli o in sequenze di disegni”.
Vi sono due correnti di pensiero sui fumetti, quelli ovviamente ben fatti e meritevoli di tal nome.
C’è chi pensa, ed io sono fra questi, che i fumetti siano un’espressione artistico-culturale che stimola la mente del lettore, il quale riesce a legare le diverse vignette, a immaginare il passaggio che porta dall’una all’altra e il movimento che le lega e, con esso, immaginare anche i suoni e le parole che il disegno, le nuvolette e le didascalie suggeriscono.
Per contro, ci sono i detrattori, che considerano il termine, “in similitudini o come elementi di confronto, per riferirsi ad opera narrativa, teatrale, cinematografica, televisiva, che presenti i caratteri propri e deteriori dei romanzi a fumetti”.
Tornando allo specifico, dirò che il primo ad uscire, dei tre in trattazione, è stato L’Avventuroso, il cui numero iniziale reca la data del 14 ottobre 1934, risalendosi ad oltre 76 anni fa.
Fondato a Firenze dalla Casa Editrice Nerbini, ebbe come primo Direttore Mario Nerbini, al quale seguì Paolo Lorenzini (nipote di “Collodi”, l’autore di Pinocchio).
Nel primo numero, di 8 pagine giganti del formato di cm. 32 x 43,5, compariva in Italia una prima storia a puntate di Flash Gordon, con i “balloons”, le note nuvolette, che peraltro nel periodo di guerra furono ritenute dal regime fascista “demo-plutocratiche”, in quanto importate dagli Stati Uniti, e perciò proibite.
Altri tuttora celebri personaggi comparsi su tale periodico furono Mandrake il mago, affiancato dal fido servo nubiano Lothar, l’Uomo Mascherato, alias Phantom, il fantasma, con l’eterna fidanzata Diana Palmer, Jim, l’uomo della giungla.
De L’Avventuroso furono pubblicati 450 numeri, fino al settembre 1943; nel 1940, con il n. 305, il formato fu ridotto a cm. 25 x 35; nel 1940, con il n. 264, si era unito a “Giungla. Il giornale di Cino e Franco”, cambiando il titolo in L’Avventuroso Giungla; nel 1943, dopo il n. 450, la testata si era unita per 7 numeri a Topolino, prima di scomparire del tutto.
Ma dopo la cessazione de L’Avventuroso, i suoi celebri personaggi, a suo tempo importati o anche integrati con fumetti ideati da esperti disegnatori italiani, hanno continuato a vivere, sempre sotto forma di fumetti, a colori o in bianco e nero, su quotidiani o in apposite collane ancor oggi proposte soprattutto in abbinamento, per esempio da La Repubblica, che ha edito volumi di pregio, sotto il titolo “I classici del fumetto di Repubblica. Serie Oro”, raccogliendo grande successo negli appassionati, soprattutto adulti (io ne ho diversi).
Ed ecco l’altro “fumetto”, in ordine di esordio, l’Intrepido, rivista settimanale per ragazzi, pubblicata dalla Casa Editrice Moderna (poi Casa Editrice Universo) del fratelli Del Duca, uscita per la prima volta nel 1935 e rimasta in vita, con cambiamenti di contenuto, di stile, di formato, di cadenza nel corso del lungo periodo, fino al gennaio 1998, salva l’interruzione verificatasi dal 1943 al 1945 a causa della seconda guerra mondiale.
I destinatari primari sono stati i ragazzi, ma negli oltre 60 anni di uscita, con le variazioni intervenute nelle caratteristiche grafiche e negli argomenti, la rivista ha raccolto scelta e gradimento da parte dei meno giovani, finendo per costituire motivo di piacevole svago di ragazzi, giovani ed adulti.
Lo studioso e scrittore di fumetti Gianni Bono, nel suo libro “Guida al fumetto italiano”, Milano, 2002, suddivide la vita della rivista in quattro cicli. Nel primo, dal 1935 al 1951, indubbiamente il più interessante e conformato alle intenzioni della sua nascita, il giornale ebbe il formato di cm. 23 x 30 e contenne fumetti avventurosi e sentimentali, tra cui quello di Dick l’Intrepido, che diede il titolo della testata. Nel secondo ciclo, dal 1951 al 1963, la rivista prese il formato libretto e pubblicò serie italiane, come le divenute celebri Buffalo Bill e il Principe Chiomadoro, e straniere, come Tarzan, nonché fotoromanzi e inserti didattici. Nel terzo ciclo, decorrente dal 1963 al 1992, l’Intrepido assunse il formato di cm. 16 x 22 e divenne un contenitore, dapprima di fotoromanzi, poi, e in misura crescente, di articoli di sport, musica, spettacoli ed attualità, mentre le serie a fumetti lasciarono man mano il posto a storie libere, divenendo così un giornale destinato a tutti. A fine anni Sessanta i fumetti erano praticamente scomparsi, ad eccezione di Billy Bis e Lone Wolf, fumetti italiani creati, il primo nel 1966, che durò fino al 1986, il secondo, nel 1968, con durata fino al 1981.
Il cambiamento di direzione avvenuto nel 1992 iniziò il quarto ed ultimo ciclo della testata, che si dedicò a fumetti di ambientazione metropolitana dai contenuti piuttosto forti, ritenuti talvolta spinti ed oltraggiosi della morale, passando nel 1994 alla periodicità mensile e poi bimestrale, e chiudendo definitivamente i battenti con il n. 12 del dicembre ‘97/gennaio ’98, dopo un’avventura, tra alti e bassi, durata ben 63 anni.
Ed eccoci al terzo dei fumetti in trattazione, Il Vittorioso, che non era in vendita nelle edicole, ma solo nel circuito delle parrocchie, degli oratori, delle librerie cattoliche e, naturalmente, con abbonamento.
Il primo numero, datato 27 dicembre 1936, fu distribuito per Natale gratuitamente ai ragazzi dell’Azione Cattolica. La pubblicazione ufficiale ha avuto inizio con il n. 1, recante la data del 9 gennaio 1937, al prezzo di 30 centesimi. Il formato iniziale è stato di cm. 30 x 40; successivamente, vi sono stati altri formati, tutti leggermente più piccoli.
Il direttore dell’esordio fu un sacerdote, Don Francesco Regretti, artefice principale di tutta l’operazione, tesa a dar vita ad un settimanale illustrato a larga diffusione, di matrice chiaramente cattolica, da affiancare, ma anche per limitarne il successo, alle altre testate laiche già esistenti o di nuova uscita, come i fumetti sopra descritti.
Biografi dell’epoca hanno sostenuto che il titolo “Il Vittorioso” sia stato scelto dai responsabili dell’Azione Cattolica, come concessione al regime fascista, che in quegli anni attraversava un momento felice per la proclamazione dell’Impero appena avvenuta, allo scopo di ottenere il consenso alla pubblicazione ed alla successiva sopravvivenza. Va ricordato che il fascismo non vedeva di buon occhio le organizzazioni cattoliche, considerate concorrenti di quelle del regime.
Nel 1939 il direttore Regretti venne sostituito dal Prof. Luigi Gedda, Clinico universitario di grande fama, nonché Presidente centrale della G.I.A.C. – Gioventù Italiana di Azione Cattolica, che mantenne la carica fino al 1947, quando fu sostituito da Carlo Carretto, a sua volta divenuto Presidente della G.I.A.C..
Si va avanti con altri direttori che si succedono fino al 1966, dopo di che la testata cambia il titolo in “VITT”, con direttore Francesco Santoro, che l’accompagna fino al 1970, quando con il n. 43 del 29 ottobre avverrà la cessazione definitiva.
Nel 1994 il quotidiano Avvenire ha ristampato 63 numeri de Il Vittorioso postbellico, portandoli in edicola come supplemento del giornale.
Io sono stato un assiduo lettore di tale periodico, anzi ne ho curato la diffusione, nel periodo a cavallo degli anni ’40 – ’50, quando per alcuni anni sono stato Presidente diocesano della G.I.A.C.; ricordo al riguardo di avere fatto costruire una piccola edicola, che al sabato ed alla domenica veniva posta davanti alla mia parrocchia per la vendita del settimanale.
Il Vittorioso ha avuto il grande merito, e diciamo pure la fortuna, di potersi avvalere di validissimi autori, fra i quali spiccano Gian Luigi Bonelli, padre di Tex Willer, Sebastiano Craveri (un suo noto personaggio, Giraffone), Walter Molino, Raffaele Paparella ed altri importanti, ma soprattutto il molisano Benito Jacovitti (cognome anagrafico Iacovitti), il celebre Jac, che in tale giornale dà sfogo a tutta la sua potente carica surreale.
Jacovitti (la J fu adottata per originalità), dal talento artistico straordinario, iniziò la sua carriera nel 1939, a soli 16 anni, a Firenze, dove si era trasferita la sua famiglia e dove frequentò la scuola d’arte ed il liceo artistico, avendo per compagno Franco Zeffirelli, divenuto il grande regista che conosciamo. Ed al liceo di Firenze al giovane Jac, alto e magro, venne affibbiato il soprannome di “Lisca di pesce”, ed è proprio con una lisca di pesce di color rosso l’autore firmerà quasi tutte le sue opere.
Suoi celebri personaggi sono Cocco Bill, Zorry Kid, Pippo, Pertica e Palla, la Signora Carlomagno, Oreste il guastafeste, Mandrago, Gallina, e tanti altri, utilizzati anche in campo pubblicitario (con i gelati Eldorado, la Facis, i salami Fiorucci, il formaggino Mio, l’Enel, ecc.).
Jacovitti ha avuto un vastissimo campo di collaborazioni, ad iniziare da Il Vittorioso, con il quale ha avuto rapporti dal 1940 fino alla sua chiusura di battenti, e poi Il Giorno dei Ragazzi (supplemento de Il Giorno), Il Quotidiano, giornale dell’Azione Cattolica, Il Corriere dei Piccoli, Il Giornalino delle Edizioni Paoline, Il Travaso, Linus, l’Europeo, Il Tempo, ecc.
Artista precoce, a soli sei anni disegnava le prime storie a vignette, a mò di madonnaro, sui lastroni di pietra che ricoprivano le strade di Termoli, suo paese natale, conquistandosi l’ammirazione dei suoi compaesani. Alla stessa età parlava perfettamente l’albanese (la madre aveva lontane origini albanesi), tanto per dire quali doti di apprendimento possedesse il grande fumettista-scrittore, sul quale il noto critico Vincenzo Mollica ha scritto: “I critici d’arte si vergognano di dire che Jacovitti era un genio, che ha operato una grande rivoluzione con il suo modo surreale di disegnare il vero, che questo maestro del fumetto va studiato esattamente come va studiato Picasso”.
A fianco ed a complemento de Il Vittorioso, ma che ha avuto maggior durata del suo capostipite, c’è stato il famosissimo “Diario Vitt”, pubblicato dal 1949 al 1980 dalla Casa editrice AVE.
Gli anni d’oro del Diario Vitt sono stati gli anni Sessanta e Settanta, durante i quali il diario ha avuto la massima diffusione, arrivando a vendere un numero impressionante di copie (si parla di un paio di milioni di copie negli anni Settanta!).
Per il vero, dopo la cessazione del 1980, il diario riapparve con il titolo Diario Jacovitti fino al 1992, per ritornare ad essere Diario Vitt sotto le Cartiere Pigna, che, dopo qualche anno, ne decretarono la cessazione definitiva.
In questo mio articolo ho solo tratteggiato la storia dei tre periodici a fumetti, sui quali si è concentrato il mio interesse giovanile, ma la storia assai interessante del fumetto italiano andrebbe approfondita, al che potrebbe supplire una ricerca su quella fonte inesauribile di notizie che è INTERNET, dalla quale emerge che tale storia ha come data di nascita quella del primo numero del Corriere dei Piccoli, uscito il lontano 27 dicembre 1908. Negli anni Trenta iniziò la diffusione dei fumetti, prima inglesi (Jumbo) e poi, inarrestabile, di quelli americani, i famosi comics con i balloons (Topolino).
Mi fermo qui, altrimenti ci sarebbe da scrivere ancora tanto ed invece voglio lasciare dello spazio per concludere con la riproduzione di una prima pagina dei tre periodici e del diario trattati.

Giovanni Pinti


Le immagini di storie di Jacovitti così fondamentali come quelle che introducono questo Post, avrebbero dovuto almeno far scattare qualche interrogatico nei followers: invece proprio nulla, segno che su questo tasto è meglio lasciar perdere.Le storie disegnate da Jacovitti nel 1943, cioè "Caccia grossissima" Pippo e la pesca, Caramba, Chicchirichi,Cin cin,Cip poliziotto(quest'ultima in parte nel 1944)sono singolari non solo per la loro differenza tematica, ma anche perchè in queste grandi tavole a colori nell'arco di poco più di un anno si assiste non solo l'evolversi del gusto dell'assurdo, ma anche per il passaggio graduale di una trasformazione grafico /formale sempre più elaborata all'inizio di una semplificazione che già si avverte in "Cip Poliziotto".
Tanto che nel corso del 1944 con le 31 grandi tavole di "Pinocchio" Jacovitti pur mantenendo gli scenari elaboratissimi semplifica la forma dei personaggi.
Questo è evidentissimo nelle prime storie del 1945,"La famiglia Spaccabue " e "Pippo e il dittatore" apparse su "Intervallo" e in Pippo sulla luna"pubblicata su "Il Vittorioso.
Un confronto fra i personaggi di Pippo ,Pertica e Palla dell'inizio 1943 e quelli che vediamo nella storie succitate dell'nizio 1945, ci mostrano tanto e quanto sia avvenuta questa semplificazione formale.
Bastano le paginette riportate nel qui presente post.
Jacovitti può piacere, ma ragionarci sopra diventa qualcosa che evidentemente non interessa praticamente nessuno.
Pazienza!!!

Piove alla Salpétrière, ma questo non mi ha fatto desistere.Per reagire alla delusione del non interesse dimostrato per le opere di Jacovitti del periodo -grosso modo- 1943/45,ho preso al volo l'aereo a Bologna e dopo un'orettina eccomi qui a calpestare il suole della città dalle mille luci.Boschi e Gorla mi hanno prenotato per questa sera una suite all'HIlton, ma io ,dopo averli ringraziati, non ho accettato l'offerta, preferendo passare tutta la notte camminando fra strade , viali e viuzze di questa immensa città.
Ora quindi mi trovo nella zona circostante all’ospedale “La Salpètrière”, al confine fra il 5° e il 12°, la conobbi una prima volta attraverso il romanzo di Lèo Malet “120, rue de la gare”, con protagonista il detective Nestor Burma. Roba di 40 anni or sono.
Poi, fine anni ’80 il disegnatore francese Jacques Tardi ne ricavò un fumetto monstre edito da Casterman. Chi non l’ha letto si cosparga il capo di cenere.
Ne ho scritto un paio di volte su “Informavitt”, quando ancora la vecchia redazione non storceva il naso di fronte ad argomenti che esulavano dal contesto de “Il Vittorioso”.
Le ultime volte che con mia moglie sono stato a Parigi, nel 2009 e nel 2011 e 2013, abbiamo cercato e trovato un albergo da quelle parti, vicino al “Giardino delle piante” e al Museo di scienze naturali.
Trilla il telefonino:è Spagnolli che mi avverte che
Luca Boschi sul suo blog ha iniziato a sondare gli animi relativamente agli umori dei suoi frequentatori su un argomento intrigante e misterioso: Hugo Pratt e i suoi periodi passati a Parigi, a partire dal 1970 fino alla sua “fuga” in Svizzera”.
A queste parole Preziosi, il mio portavaligie, aggrotta le sopracciglie, si alza e guarda oltre l’ampia vetrata del soggiorno della vecchia abitazione di rue Lepeletier, qui in questo quartiere quasi sconosciuto del 9° distretto parigino, zona alle spalle del vecchio teatro ottocentesco dell’Opera Garnier .
Fra le mani gira e rigira una foto incorniciata d’argento che riproduce alcune persone all’interno di un locale, in piedi vicino allo zinc ed intente a sorseggiare, con espressione meditabonda, chissà quale liquido da bicchieri a gambo lungo e sottile, apparentemente in cristallo. Mi mostra silenziosamente la fotografia: perbacco, riconosco Hugo Pratt, Annibale Casabianca, Mario Faustinelli e lo stesso Preziosi, quest’ultimo un poco in penombra.
“Ma dove siete??”
Sospira Preziosi: “ beh, qui siamo in pieno 10°, al n°60 di rue de Lancry, nel locale di Monsieur Vito, “La Patache”, termine che in argot del 10° significa “barcone da canale”. Erano bei tempi, quando di notte io Hugo e company passavamo ore ed ore a discutere da Vito. In quel vecchio bistrot c’era ancora la vecchia stufa di buona memoria che funzionava a “ carbone ad ovuli”. Comunque se passi da quelle parti monsieur Vito è ancora all’opera, anche se, per attirare turisti, ogni tanto finti clienti, attori di professione, si esibiscono in scene improvvisate alla “titis”( popolani), per la sorpresa dei novellini del bar!!”
“Si, si” sussurro, “ me lo ricordo quel locale, ci andai una volta con Ange Tomaselli che allora abitava ancora in un monolocale a Montparnasse, dalle parti del “Giardino atlantico”. Poi si sposò e si trasferì in periferia, dalle parti dell’aeroporto di Orly. Purtroppo poi si ammalò, sarcoidosi agli occhi. Tempo dopo telefonai e la moglie mi disse che era ormai cieco e non desiderava più parlare con nessuno. Una storia molto triste.
Ma piuttosto, di Gianni De Luca, che mi racconti?? Sai, ho preparato un intervento per la casa editrice "La Marmotta" che mi porterà fama e ricchezza!!”
“Gianni De Luca, fama e ricchezza?”, mi dice Joël in tono fortemente dubitativo. “Beh nel 1971 le sue prime storie del Commissario Spada, che in Italia apparivano su “Il Giornalino” già da un anno, in Francia erano assolutamente sconosciute. Anche se a Lucca alla fine di quello stesso anno l’anno il Nostro aveva avuto l’onore di vedere allestita una sua “personale” e ricevuto l’ambito premio Yellow Kid. In quell’occasione erano presenti moltissimi addetti ai lavori francesi, anche all’interno della stessa giuria. Inoltre, sul numero di “Comics” collegato alla manifestazione lucchese, Rinaldo Traini scrive un bell’intervento dedicato al Nostro e viene ristampata a colori la sua storia de” Un uomo di fegato”.
Io sorrido e guardando teneramente il vecchio Joël gli ricordo: “però in quello stesso ambito, il festival di Lucca, fra i premiati del 1971 risultava anche un certo Jöel Laroche. Motivo: l’aver da poco stampato il primo albo in francese di Corto Maltese by Hugo Pratt, il quale - detto per inciso- faceva parte della giuria.” Una sorta di cerchio con l’affascinante aura dell’intrigo……
Il vecchio amico francese a sua volta sorride:” si , certo, io a quel tempo ero direttore di un mensile fotografico,”Zoom Magazine” ( il n°1 ora vale una fortuna) e di fumetti non mi occupavo, ma dopo aver visto le pagine delle avventure caraibiche di Corto apparse su “Pif” e il paginone su “Le Figaro” ( se non rammento male), chiesi a Hugo di stampargli per l’editrice Publicness ( della quale era responsabile lui stesso, ndr) , senza però pagargli una lira, un albo del suo personaggio, con formato all’italiana , che in Francia poi fece molto effetto. Ma fra Hugo Pratt e Gianni De Luca io credo non sia mai corso nessun legame, sia stilistico/espressivo che di vita vissuta”.
“Ah“ faccio io, ” però qualcosa in comune questi due artisti certamente ce l’hanno avuto!”. Laroche mi scruta perplesso.
“Si” continuo io,” il tempo di appartenenza. Ambedue iniziarono nel 1945 ed ebbero un collega in comune” Questa volta Joël appare preso in contropiede e fa per aprire la bocca, poi mi osserva e tace in attesa del seguito. “Ehh, trattasi di Giorgio Bellavitis, che dopo il suo esordio sulla serie Albo “Uragano” - dove iniziarono le avventure dell’Asso di Picche- passò all’AVE debuttando sugli albi della serie Vitt!
Poi successivamente, nel 1954 mi pare, addirittura lasciò “Il Vittorioso “ per andare a lavorare in Inghilterra.
Hugo Pratt, da vero giramondo intanto da tempo aveva preso il piroscafo ed era volato in Argentina.
De Luca invece, da quel che mi risulta, rimase a Roma e non si mosse mai dalla capitale.
Comunque molti suoi lavori furono utilizzati dall’AVE per l’editoria portoghese e francese”.
Inizio anni ’70: Hugo Pratt prende il treno e da Genova va in Francia, a Parigi precisamente, e iniziando a pubblicare su “Pif Gadget” Corto Maltese” ha modo e maniera di vedere poi i suoi personaggi diffusi in albi”
“Ma non sarebbe stato possibile fare la stessa cosa per De Luca. Ossia editare suoi albi in Francia??”
Ride di gusto Laroche:” ma che dici Tomaso, non hai presente quale era allora la situazione dell’editoria a fumetti?’ Poi Gianni lavorava per “Il Giornalino”, non aveva tempo e forse nemmeno voglia di uscire dal seminato Poi, a dir il vero, le edizioni San Paolo non si sprecarono in tale senso, poiché del Nostro in riedizione apparve solo una sua storia, “L’uomo senza ricordi”, nella serie albi del Giornalino n°7 del luglio 1973!!.
“Guarda” fa Spagnolli,” pensa ad una sorta di sostituzione fra i nostri due artisti, un gioco dell’immaginario ed “vedi” nel 1971 Gianni De Luca in Irlanda alla ricerca della tomba del poeta Yeats. Non senti la viva voce del Nostro che echeggia fra le pareti??”
“In una taverna presso Dublino", racconta De Luca delle persone mi guardano interessate, poi un tizio barbuto, con tanto di pipa sbuffante in bocca e boccale di schiumosa guinnes in mano,si avvicina dicendo: "Gianni, sono io Mortimer, che diavolo fai qui in Irlanda!". Annuisco e lui: "Era prevedibile". Mi offre da bere e se ne va. Quando poi arrivo a Drunclifte, sulla tomba di Yeats trovo una tale, un certo capitano Blake, che mi saluta, mi riconosce e dice: " Gianni come stai? Quanto tempo è che non ci si rincontrava...", e scompare. Non l' avevo mai visto in vita mia". Sorride Hugo e con aria sorniona e fa: “non basta: il primo albo del Commissario Spada, o era Corto Maltese? venne pubblicato a Parigi da uno stampatore ebreo cultore d' occultismo, Joel Laroche, in rue Lepelletier allo stesso numero civico dove, nel 1897, Yeats aveva collocato il vecchio alchimista.
Spagnolli e Preziosi prendono appunti pendendo letteralmente dalle mi labbra.
Che soddisfazione!!!!!!!

A chi si ispira Jacovitti nell’ultima vignetta?

Sembrano elementi di De Chirico trasportati in un quadro di Dalì.

Questo è l’inizio del surrealismo di Jacovitti?

Può essere che Jac parta dall’arte colta per poi riallacciarsi ai non lontani ricordi dei cartoni americani surreali visti negli anni trenta.


Guardando la bella copertina di "Pippo sulla Luna" verrebbe da chiedersi: Jacovitti fu un precursore della fantascienza?’ Beh non esageriamo, però nel 1941 disegnò la storia “Un marinaio nella stratosfera” che di un viaggio nello spazio parla: quindi almeno l’intenzione c’era. “Il Vittorioso”a partire dal n°1 del 1937 dedicò inizialmente la prima pagina disegnata- questa si- in stile “mussoliniano” da Paola Bologna, che con il “Mistero di Saturno” cercava di tener testa ai fumetti di fantascienza dei giornali a fumetti concorrenti, in primis “L’Avventuroso”. A dire il vero il “cineromanzo” fantastico non fu particolarmente coltivato sul “Vittorioso”: Penso alla storia “Il dominio di Xuma” di Bonelli /Cozzi risalente al 1940, ambientata nell’Africa nera con una strana “contaminazione” avveniristica, rappresentata da questa sorta di scienziato pazzo, Xuma, che inventa armi futuribili e persino un gigantesco robot definito mecantropo!!
Comunque, anche se di questo genere letterario esiste qualche cosa risalente agli anni venti, probabilmente fu solo nel corso del decennio degli anni ’30 che per primo (?) il grande figurinaio Enrico Novelli, in arte Yambo (burattinaio, corrispondente di guerra, divulgatore scientifico, scenografo e commediografo , autore per la radio e critico teatrale, giornalista (per “La Nazione”, “Il Mattino”, “Il Nuovo Giornale”, “Il Travaso”, “Il Giornale Illustrato dei Viaggi”, “il Fanfulla”, “Il Pupazzetto”, “Capitan Fracassa” e così via ), ebbe modo di scoprire e sperimentare le vaste potenzialità della narrazione attraverso le immagini fumettate. Il suo personaggio simbolo, Ciuffettino ( il primo romanzo che lo vede come protagonista risale addirittura al 1902), prese vita nella forma di fumetto nel 1935 sulle pagine del "Giornale di Cino e Franco" e sugli albi dell’editore Giuseppe Nerbini; in seguito il Nostro collaborò anche con Mondadori, per il quale realizzò Gli uomini verdi e I Pionieri dello Spazio ("Topolino", 1935), Robottino ("I tre porcellini", 1935) e infine di nuovo Ciuffettino (1941 e 1943) in chiave protofantascientifica impegnato in un avventuroso viaggio nella Cometa X. Un discorso tecnico/critico sullo stile di Yambo ( 1876/1943) non può prescindere dal contesto storico di appartenenza: fortemente connotato da stilemi art nouveau passerà indenne attraverso le contaminazioni del cosiddetto stile “ventennio”
Yambo ai giorni nostri poi ,si è inaspettatamente guadagnato una nuova vita, poiché Umberto Eco ce lo farà ritrovare, stravagante e smemorato protagonista e di fatto filo conduttore vivente, in La misteriosa fiamma della regina Loana, un’opera via di mezzo fra il saggio e l’amarcord.
Non bisogna poi dimenticare che per il fiorentino Nerbini Yambo affrontò la narrazione storica sconfinando in pagine disegnate " a metà fra realismo e sogno, con sfumature surreali, come il Giulio Cesare pubblicato sul "Giornale di Cino e Franco", oppure di deserti quasi metafisici e ancora disperatamente Liberty come Il segreto dell’oasi di Cufra (sull’ "Avventuroso" del 1938 [ Leonardo Gori]). Poi ancora Oltre le frontiere della civiltà e L’anello degli Incas ( su "L’avventuroso", 1939 e 1940), quindi Makanis il bandito senza volto ("Piccolo Avventuroso" 1936) e per finire Orlandino cuor d’acciaio, che apparve nel 1938 sull’ effimero "Pinocchio” durato un breve batter di ciglia, lo spazio di un anno. Nella seconda metà degli anni trenta anche il Corrierino, stimolato dalla concorrenza di altre testate che avevano monopolizzato la narrativa grafica avventurosa d’oltre Oceano iniziò la pubblicazione di racconti a puntate (di firma italiana), interpretati da corsari, uomini d’armi, pirati e avventurieri, nei quali comunque il balloon ancora restava escluso, essendo i testi apposti alla base delle strisce. Ricordo del 1937/38 le collaborazioni di un quasi esordiente Edgardo dell’acqua con “Fiamme sul polo”, di Guido Zamperoni e Vittorio Cossio, ma anche Di Attilio Mussino e a partire dal n°22 nel 1938 una storia umoristico/avventurosa con risvolti fantastici intitolata “Il ritorno di maleficus” disegnata da (?).
Anche lo scrittore Luigi Motta ( coincidenza volle che in quello stesso anno, il 1938 - sul nerbiniano Jungla uscisse a puntate un suo vecchio romanzo ( 1912) “Il tunnel sottomarino”, disegnato da Ferdinando Vichi poi riproposto in forma di albo n°91 l’anno successivo)” fu assoldato con il suo “Il capitano piastre d’oro” disegnato da Domenico Natoli: insomma il C.d.P cercava di mettersi alla pari con gli altri settimanali a fumetti, come “Il Vittorioso” o “L’Intrepido” ( per rimanere nel campo autarchico) che coniugavano il genere avventuroso in più di una maniera.
Nel genere “avveniristico” filone particolare di fumetti (dei « cine-romanzi » come più tardi si definirono) si provò e riprovò anche l’allora già anziano e prima citato Attilio Mussino, con una storia di fantapolitica, quella de La torre del mago 2000, iniziata su “Il Corriere dei Piccoli” il 27 settembre 1936. La storia vale la pena di essere riassunta ad uso e consumo dei tanti che probabilmente non la conoscono. Io non ne sapevo nulla e devo all’amico Antonio Guida il fatto di averne visionato alcune tavole.
La vicenda inizia ambientata “ sulle rive dell’Atlantico su uno sperone di roccia battuto dalle tempeste ( una visione, se non geograficamente, emotivamente salgariana ) ci presenta il professor Cesare Falco, uno scienziato che ha inventato negli USA– con l’aiuto della graziosa figlia Giovanna e dell’ intrepido aviatore Mario Ussi, fidanzato della ragazza – due armi terrificanti,ossia lo « spring-siluro » e il « riflettore fulminante » . Tutto questo per dare all’Italia – siamo nel 1950, nell’imminenza di una guerra mondiale – « il primato sicuro del mare e dell’aria ». Questo ci viene spiegato nelle didascalie già nella prima puntata.
Ma, l’avventura lo vuole, tre spie diaboliche, Joe Fuller dell’lntelli-gence Service, Iru-lru del giapponese Drago Nero e Maskaroff della Ghepeù, cercano in tutti i modi di appropriarsi i piani generali delle sue invenzioni.
Naturalmente Falco – lo stesso nome lo fa intuire- sarà più veloce ed astuto dei farabutti, che rimarranno a mani vuote.
Falco, giungerà dopo mille traversie in patria, e potrà realizzare concretamente le sue armi micidiali.
In tale maniera determinerà la vittoria dell’italica Patria nei confronti di una misteriosa alleanza di potenze occidentali: Francia ed Inghilterra??
La « pax romana » che conclude la storia è platealmente l’ennesimo osanna al regime totalitario fascista. Regime che controlla ogni tipo e genere di stampa , compresa quella per ragazzi che rivolgendosi alle menti più giovani della popolazione possono e devono venire indottrinate.
Giunti a questo punto non posso esimermi dal citare il nostro Franco Chiletto : perché mai?? Non sono sazio di quanto già scritto e pubblicato?’ Il fatto è che ultimamente l’amico di vecchissima data Antonio Guida, grande collezionista ed esperto di fumetti classici, mi ha mandato materiale relativo all’attività di Chiletto su “Il Corriere dei Piccoli”, e così di fronte a quelle tavole prima mai viste, mi è venuto voglia di riprendere il discorso. Trattasi de “ Tre esploratori interplanetari” nel 1944: storia questa in 12 puntate, dal n° 9 al 21. Questa avventura di genere “viaggio astrale” l’ho potuta leggere in fotocopia grazie sempre alla disponibilità di Antonio Guida, uno dei primi collaboratori di “Informa Vitt”, attualmente ancora sulla breccia.
Vale la pena di spendere almeno due parole su questa storia misconosciuta dei tre esploratori interplanetari, poiché è l’unica di questo genere disegnata dal Nostro in tutta la sua lunga carriera: scritta, ma non sceneggiata, da A. Beretta riprende il tema del piccolo clandestino, che in questo caso si nasconde all’interno dell’astronave progettata e costruita dal padre, l’esimio scienziato professor Siderus e del suo braccio destro Cosmus(!). Lo scenario e l’atmosfera rimandano un poco alle storie di fantascienza disegnate da Yambo, che sul settimanale “Topolino” mandò il suo Ciuffettino fra stelle e pianeti; naturalmente il disegno è tutt’ altra cosa. E nessun punto di contatto c’è con il classico fantascientifico di Zavattini /Scolari,”Saturno contro la terra”, serie entusiasmante che iniziata nel 1936 terminò addirittura nel dopoguerra e che emigrò persino negli Stati Uniti pubblicata a colori sui comic books.
Comunque, nella storia di Chiletto la meta iniziale del viaggio siderale, lo si apprende nella prima puntata, avrebbe dovuto essere il pianeta Marte. Si parte dal Cosmodromo di Milano ( in realtà un prato in aperta campagna, viva l’autarchia!!) ma per una serie di complessi motivi Siderus è costretto a fermarsi sulla Luna. Pianeta stranamente abitabilissimo nella fascia che sta fra la parte illuminata e quella oscura. Ma… l’impatto con i piccoli abitanti della pallida Selene non è amichevole, poiché i lunari, visivamente una sorta di coleotteri umani ma in realtà mollicci al tatto e dagli immensi occhi fosforescenti, senza apparente motivo sono avversi alla spedizione astronautica dei tre terrestri. Quindi avventure nelle viscere lunari dove in grandi antri vivono questi indigeni in possesso di una strana tecnologia che pur aliena dall’uso del fuoco li ha portati a costruire una macchina che domina la volontà altrui. Interessante questo aspetto narrativo, poiché verrà ripreso molte volte negli anni avvenire, fino ai giorni nostri con “Koma”, fumetto svizzero di Wazem e Peeters, uscito anche in Italia.
Va beh, alla fine il tutto, banalmente si svelerà essere solo un sogno di Pierino, il figlio dello scienziato. Eh, che ci volete fare?? Ma quale è lo scenario nel contesto del quale viene pubblicata questa storia di Chiletto? Nel 1944, il Corriere dei Piccoli esce inaspettatamente con un formato diverso, quasi quadrato. A parte questo, la direzione non muta naturalmente l’ adesione alla Repubblica di Salò. Sul numero due torna l'anno dell’ "l'era fascista" (il XXII°) sotto la testata; poi col numero 6 la direzione passa a Cesare Ferri, fascista di ferro. Dal numero successivo, Edgardo Dell'Acqua inaugura la serie dello Scolaro Franco Lelli: sono tavole auto conclusive edificanti, ma disegnate in pieno stile realistico . Sul numero 10, Cappadonia disegna la prima delle vicende di Rosellina: suo fratello sta per partire volontario nelle file delle tristemente famose “Brigate nere”: sono tavole moralistiche, che propongono ai giovani lettori (bimbi??incredibile!!) una visione della RSI contraddistinta da una adesione popolare plebiscitaria, che, per quanto ne so, non c'è mai stata.
In questo inizio di 1944 “Il Vittorioso” non esce, Roma è ancora in mano ai nazifascisti e verrà liberata solo in data 4 Giugno: un periodo veramente terribile nel quale la popolazione stremata non aveva certo desiderio di acquistare per i bimbi e ragazzi giornali a fumetti, anche se – come abbiamo visto - qualcosa nelle edicole effettivamente c’era.



Beh, Jacovitti frequentò il liceo artistico a Firenze, quindi la pittura di certo l'aveva praticata e studiata.
Ma l'assurdo e il surreale iniziano prima di "Pippo sulla luna" che è del 1945.
Già nel 194' ci sono nelle sue storie che per esprimere sorpresa vengono raffigurare con la testa che si stacca dal collo e vola in aria, peri poi tornare ben attaccata al suo poso:gags da caroni animati, come le persone distratte che camminano nel vuoto, in "Chicchirichi"del 1943.
Jacovitti era il frutto dei suoi tempi, e fra cinema muto e cartoni animati evidentemente aveva assimilato stilemi di quei generi.

Oh, finalmente hai ammesso l'influenza dei cartoni animati!!!


Tranne te, Tomaso, qui nessuno ha una conoscenza "annalistica" di Jacovitti.

Personalmente conosco tutto Jacovitti dai tempi del supplemento del Giorno al CdP/CdR.

Più storie sfuse precedenti, pubblicate da Il Mago e su libri vari, come quello con Heil Flint.

Non ho una chiara percezione cronologica.

Per averla, credo, bisognerebbe essere dotati della tua venerabile età, dato che Jac non è mai stato ripubblicato in maniera sistematica.

Ciao. Io avevo pensato a un quadro di Salvador Dalì piuttosto che a De Chirico. Non trovate? L'arte alta influenza il fumetto.

Sauro: però cronologie di Jacovitti by Cadoni ce ne sono sparse quà e là.
Sono una guida indispensabile per chi si vuole orientare nella sua sterminata produzione.
Beh, si, i cartoni animati e i film muti -io penso a quelli si Stanlio e OLllio_ dove i poveracci venicano compressi ed allungati, ad esempio.
Però (aaaaah) nella seconda metà dell'ottocento, ancor prima di Lewis Carrol con la sua alice che cresce, si rimpicciolisce, si allunga ecc, c'erano in circolazione librettini per bambini, illustrati, che presentavano tali assurdità.

Giovanni: il periodo delle piazze metafisiche di De Chirico precede nel tempo le opere di Salvator Dalì.Di Dalì ci sono opere inquietanti, come i dipinti degli orologi in liquefazione, o di cavalli in fiamme.
Jacovitti aveva studiato tutta l'arte moderna e conosceva certamente queste opere.
Poi l'apporto di Dalì è fondamentale metafisicamente in tutta una serie di films, a partire da Bunuel per finire con HitchcoK.

Più probabile che l’abbiano ispirato i cartoni visti da piccolo negli anni trenta. E poi Alice non ha mai avuto successo in Italia.

Che se ne fa uno della cronologia di Cadoni se non ha i fumetti?

Poi, un conto è leggere Jac da piccoli, un altro da adulti.

Io i volumi di Stampa Alternativa li compro e li metto via, senza quasi leggerli.

Anche se tu non sei d’accordo, Jac avrebbe avuto bisogno di un editor-sceneggiatore come Stan Lee, che ha reso fruibile la straripante creatività di Kirby.

Ogni tanto rileggo Hergé, salvo quella merda sulla Luna, ma Jac è tutto chiacchiere e niente trama, almeno negli anni sessanta.

Nei settanta rimedia con le storie brevi, che lo costringono a impostare un soggetto.

Ma quando ristampano Jak Mandolino?

A proposito: i libri di Stampa Alternativa non hanno i neri un po’ mosci?

Ma Jacovitti parlando di cinema citava quasi solo i film western, da quelli muti con Tom MIx, fino a quelli di Tognazzi e VIanello.
Ma si ricordava anche del film "Zazie nel metrò del 1959, specialmente perchè c'era l'attore Vittorio Caprioli, mezzo francese e mezzo romano, che Jacovitti aveva conosciuto di persona.
Poi ci quel film italiano del 1945/46 "Atollo k" con Stanlio e Ollio...... con Vittorio Caprioli nella parte del banchiere inglese!!

Volevo dire che sia Carrol che alcuni suoi precedessori erano famosissimi negli States, tanto che fu un illustratore americano.Peter Newell nel 1901 /2 ad uscire dallo stereopito figurale vittoriana della bimba Alice.Io ho avuto la fortuna di entrare in possesso di un volume americano che ripropone le due storie carolliane con tytte le illustrazione di Newell. Quindi i disegnatori americani di cartoon avevano quegli esempi sotto gli occhi.
Poi Newell disegnò anche fumetti senza nuvolette, i famosi pisolini di Polly, ora anche in Italia grazie all'editrice "Orecchio Acerbo", Via Aurelio Saffi, Roma.
AUGH!!!

Questa storia di Martin Mystère me la sono persa, purtroppo:

http://olderoticart.tumblr.com/image/75345454910

Da dove verrà l'illustrazione di Romanini?

L'ultimo inserto di fumetti comunisti l'aveva commissionato il leader della Fgci Massimo D'Alema, alla fine degli anni settanta per il settimanale "La Città Futura".

Lo curava Bernardi, se non ricordo male presentava Giardino, Panebarco... insomma, i transfughi de "Il Mago" dell'ingiustamente dimenticato Zancan, e poi chi?

Sauro, non so se qualcuno ha già risposto.
Potrtei sbagliare, ma il disegnatore del "Pioniere" era Carlo Peroni con la sua vena realistica, studioso di comics americani.
Sicuramente sue sono alcune storie di Ffantascienza pubblicate in prima pagina del "Pioniere". Ne ha parlato Pier Luigi Gaspa in un suo saggio (forse "Da Rebo a Brendon", che pubblicammo con l'Ente Garnier a Lucca).


Ho cercato una scheda, che ho redatto almeno 15 anni fa, sulla "Città futura". ma non l'ho in memoria, sarà su qualche cd random.


Per certo, "Il Mago" proseguiva le pubblicazioni parallelamente alla "Città futura". Zancan, al quale devo molto, mi disse che la scoperta di Panebarco, Cavezzali, Carpinteri (presente anche lui, irriconoscibile) è stata di Bernardi, poi Bepi proseguì i contatti con loro chiedendo, limando, mandando tavole al mittente, facendo riletterare...

Trovo in memoria la seguente notazione:


.
Mœbius è un punto di riferimento obbligato per un buon numero di neo-fumettisti proiettati negli anni Ottanta. Lo stesso Stefano Tamburini, nella sua già ricordata prima storia per “Cannibale”, Catastrofe, echeggia forse un’avventura urbana di Mœbius realizzata per “Métal”, quella tradotta in italiano come 'Incubo bianco' sul supplemento fumettistico del settimanale dei giovani berlingueriani “La città futura”, diretto dall'allora enfant prodige Luigi Bernardi.
-
E trovo anche questa parte di intervista con Giardino, ripresa su 2Irripetibili", che diceva:

“Intorno al 1980 vennero pubblicate delle storie brevi sul supplemento a fumetti de “La Città Futura”, supplemento diretto da Bernardi. Erano storie con una grafica nettamente diversa, perché agli inizi si copiano i propri autori preferiti e io tentavo di rifare la grafica di Battaglia, quindi discretamente diversa da quello che è il mio stile. Però le storie sono buone, non c’è da cambiare praticamente niente: potrei riprenderle pari pari, ridisegnarle oggi e riproporle, non me ne vergogno affatto.”


(continua)

Il prosieguo è su Massimo Liorni, e può interessare anche G. Moeri e chi altro ha scritto, in altri post, chiedendo notizie sui Fratelli Spada e il rimontaggio di strisce e tavole del KFS.


Ho parlato con "chi c'era", oggi pomeeriggio.


Quella prestazione era fatturata come "montaggio e ritocco". Uno dei lavori che oltre a Ri Benelli, come dicevo tempo fa, era svolta da Pippo Franco, Laura Troschel (dal 1967 in poi, quantomeno) e altri.


Da quell'anno, Massimo Liorni è divenuto "impiegato stabile", mentre prima lavorava da esterno.


Dico il peccato, ma non il peccatore, se non mi autorizza a parlarne.


Liorni ha iniziato il lavoro a contratto proprio da quando ha cominciato a uscire il Flash Gordon con quattro vignette per pagina.
Quindi, Sauro, il responsabile è appunto Liorni con il suo staff.
Prima di allora lavorava preferibilmente per l'editore Giuseppe Vita, anche con questa stessa funzione.


Il problema è trovare il tempo di trascrivere quanto mi è stato riferito.

Ho qualche nome in più, interessante ma che non aggiunge molto a quanto già conoscevamo.


Nessuna notizia in più, invece, sul "Vitt" e il coinvolgimento dei Fratelli Spada nella gestione del settimanale.

Jacovitti negli anni a partire dalla fine dei cinquanta e il decennio successivo dei60...... c'è un poco di tutto, anche due storie pubblicate sul "Vittorioso" con trama di Mario Basari; questo perchè in quel periodo,1958/59, il NOstro aveva moltissimo lavoro e non riusciva a tenere dietro a tutto.
Nel 1959 era contemporaneamente su "Il piccolo missionario"/ "Voci d'Oltremare"( con Zim),Allegria,Giornale del Mattino(con Filippo Pecorino),Il Giorno della Donna", Il Giorno dei Ragazzi,Il Vittorioso( Pippo e Gibù, su testi del prima citato Basari), "Il Corriere dello Spazio", Il Travaso ( Pasqualino Rififi).Questo solo per le storie a fumetti, e può darsi che mi dimentichi qualcosa. Quanto ho citato fortunatamente lo possiedo, quindi ho controllato.
Con l'inizio del 1960, Jacovitti -come da lui stesso dichiarato, scritto e pubblicato - firma un contratto con il "Giorno"che lo vuole in esclusiva ( stipendio fisso con regolari contributi [ negli anni 80 Jacovitti godrà di una piccola pensione, diritti goduti anche per i contributi versatigli dal 1968 al....(?) dal gruppo del "Corriere della Sera], più un tot per tavola), con l'eccezione del Diario Vitt, Almanacchi Vitt ed appendici.
Inizia così un periodo che progressivamente porterà il NOstro a lavorara in modo frettoloso e anche ripetitivo, con qualche eccezione.
Ad esempio la storia di "Baby Tarallo( Giorno del lunedi) è originale con una trama ben articolata. Ma sul "Giorno dei Ragazzi" Cocco Bill è veramente seriale in tutti i sensi, cioè ripete sè stesso,Con pace dei suoi più irragionevoli ammiratori.Alcune storie degli anni sessanta sono però ben pensate e altrettanto ben eseguite: Little Tomnel 1966, Pippo western su "Vitt" le tavole (una o due)autoconclusive di "Agatone " su L'Automobile, ecc.
Poi entrando al "Corriere dei Piccoli" dal 1968 in poi, si accentua il carattere ripetitivo delle storie del Nostro, persino banale, come la serie convulsa di Zorry Kid.
Insomma bisogna non essere superficiali nel giudicare, ma separare il grano dal loglio.AUGH!!!
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Sauro: tu chiedi di Jak Mandolino...... quello metamorfizzato che inizia su "Vitt" nel 1967, I presume.
In questo caso qualcosa è stato ristampato.
La storia del 1978 ,"Jak Mandolino" apparsa in origine sul Diario Vitt del 1978, appare ( anche se riprodotta malaccio)sul volume de "I classici del fumetto di Repubblica",Serie Oro, che presenta le storie del Nostro tratte dai diari Vitt.

Al sottoscritto piacciono le storielline di Jak Mandolino pubblicate dul "Corriere dei Ragazzi" nel 1972/3, dove il Nostro ,a volte, si incrocia con altri personaggi conosciuti, tipo, Cip, Gallina, Zagar e -mi pare -la Signora Carlomagno. Al 1971 invece risale l'ultimo exploit di pippo , Pertica e Palla (sul coevo Diario Vitt) terzetto di ragazzi avventurosi senza impegni scolastici, apparentemente orfani ( solo zii e zie), che incontraroni Jak Mandolino prima maniera su "Il Vittorioso" in "Hallo Pippo", storia ambientata negli USA, a New York, se ricordo bene.
Ma non vado oltre, non voglio eccedere per eviare di eventualmente causare traumi (da deficit cognitivo) ai nostri due luminari ,Professori Spagnolli e Preziosi.
Che, ci metterei la mano sul fuocherello, queste note non le stanno di certo leggendo.
O sono eccessivamente maligno??

Son tre ore che sotto la pioggia battente aspetto Luca Boschi, qui dalle parti di "Place de la Republique; anche" il buon "Lisca di pesce" sta arrivare qui da un momento all'altro per svelarci aspetti inediti della sua vita e per distribuire un pacco di tavole originali di Baby Tarallo. Il tempo passa, sauro si gingilla con la sua colt 45 trinca, Stan e Ollie mangiano pastasciutta precotta, confezionata in una vaschetta di similalluminio, Sebastiano sta leggendo un albo serie Roma del 1942 disegnato da Franco Chiletto: Il treno di soccorso. L'ha avuto da Arsene, un amico francese esperto di Caesar e Van Straelen( vedi sito relativo).

@ Luca

Avevo sentito parlare della temeraria impresa di Perogatt. Un po’ malriuscita: in questa tavola non si vede una faccia.

Forse il supplemento a fumetti della Città Futura aveva un’altra testata, e l’hai archiviato con quella.

Come disegnatore Carpinteri era promettente, ma ha poi preso altre strade. Quelli della banda di Igort volevano fare più i grafici che i disegnatori, negando al mondo il loro contributo che avrebbe potuto essere importante.

Quindi era Bernardi, sin dall’inizio, ad animare la scena emiliana (in effetti, buona parte degli autori de Il Mago di Zancan veniva da lì).

Riguardo a Liorni, ti riferisci a una delle tante idee indottemi dagli alieni bastardi che si sono introdotti nel mio cervello? Pensavo che Gordon fosse lucidato, tanto che avevo regalato la mia collezione completa a un amico, e invece Liorni e soci la ritoccavano semplicemente per farla entrare nel nuovo formato.

Va be’, a marzo esce la magnifica edizione di Gordon della Titan tradotta in italiano.

@ Tomaso

Anch’io amo l’ultimo Jak Mandolino.

Quando lo trovavo sul Corriere dei Ragazzi era sempre una festa per gli occhi.

Si critica spesso il colorista del CdP/CdR (a proposito, chi era?) perché colorava alla carlona. Vero, ma i colori erano vivacissimi e ben accostati.

Luc Orient, per esempio, con i colori originali è molto meno bello (anche se più “artistico”) di quello italiano.

Solo ora vedo che il post è stato ripristinato e che si sono aggiunti dei commenti. Che dire Tomasoprospero? E' stato troppo buono nell'aver dedicato il suo tempo nel metter la questione in forma di racconto (che mi riprometto di leggere con maggiore attenzione) dedicandomi anche un personaggio.
Vorrei solo precisare che non sono professore universitario ma un umile ricercatore (non stipendiato nè incardinato)che durante il suo dottorato di ricerca sulla propaganda attraverso il fumetto dal 1939 al 1965 in Italia e Germania ha passato per 3 anni giornate e giornate in giro per l'Italia e la Germania a sfogliare, leggere, consultare e scannerizzare pagine e pagine di riviste a fumetti, tra cui il Vittorioso (dal 1937 al 1965).
Ora scusatemi se non sarò un assiduo lettore di questo "forum", ma la vita mi reclama...

Grazie a Nicola.
Certamente, la vita reclama tutti noi e, disperatamente, cerchiamo di liberarci di questa avvinghiante carta moschicida che il computer, con annessi e connessi.


Complimenti e auguri per la sua attività di ricercatore, in particolare su quel periodo e su quei fumetti, che sono ben poco noti da noi e, credo, anche in Germania.
Esiste un ricercatore, studioso e amico di lunga data, che in Germania si è occupato varie volte dei giornali a fumetti a cavallo della II Guerra mondiale, e che è il rigorosissimo e devoto Eckart Sackmann.
Qui una sua scheda:
http://www.comic.de/sackmann/prof.html

E il suo indirizzo, se servisse (lo ha reso pubblico, quindi non rivelo niente di privato):


Dr. Eckart Sackmann
Hoher Weg 2, D-31134 Hildesheim
Tel. 05121/98 123-0
email sackmann@comic.de, sackmann@comicplus.de


A presto, penso che in qualche occasione ci incontreremo, prima o poi!


Luca

Dal sommario di "Falce e fumetto" sembra di capire che nella Germania dell'Est venivano pubblicati fumetti.

Io non ne sapevo niente, ma forse erano semplicemente storielle illustrate per bambini, come quelle di Rodari.

Dato che l’autore vive più nella vita reale che in quella virtuale, scoprirò la verità solo leggendo il libro.

Peccato anche per te, Tomaso, dato che si tratta dell’unico altro conoscitore del vecchio Vittorioso apparso in questo post.

Comunque la Germania (Federale) è la grande occasione mancata del fumetto europeo, non avendo mai pubblicato niente di interessante a livello autoctono.

Colpa di Hitler, che pur amando Max und Moritz non ha fatto entrare il fumetto nei cruciali anni trenta.

C’è quella storia, non so se vera, dell’editore Vecchi (o chi altri era) che va a proporre inutilmente i fumetti a Goebbels.

Ma anche prima di Hitler la sinistra tedesca detestava la forma fumetto, come si può evincere dagli sfottò di Simplicissiumus.

Buon Martedì!
Sono tornato ieri sera da Rotterdam,
città umida e bigia che per tre giorni
mi è stata d'intorno insieme a giovani sedicenti artisti
amanti di gatti e di languidi tepori casalinghi.
Sono pertanto oltremodo nauseato.
Vi ringrazio per quanto pubblicate in questo blog,
vedo però che c'è sempre qualcuno che si ostina a chiamarlo "forum"....
Forse sarebbe preferibile chiamarlo "oasi".
Ma comprendo che, per poterlo chiamare oasi,
bisognerebbe aver ben chiara almeno l'idea di deserto.

Caro Luca,
spero ci siano occasioni di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come alcune storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.

Caro Luca,
spero ci sia occasioni di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come le storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.

Le mie perplessità sulle riserve fumettistiche tedesche alimentano la sensazione che nel libro si parli in maniera pedagogica di editoria per l’infanzia e che, per una strana convenzione tipicamente italiana, si metta nel titolo il genere fumetto pur essendo questo, probabilmente, trattato in maniera incidentale.

Quarant’anni dopo “Apocalittici e integrati” di Umberto Eco, un testo solo apparentemente rivoluzionario, nelle scienze sociali italiane fa ancora figo (chissà perché) fingere di parlare di fumetti. Anche quando i fumetti non li legge più nessuno.

D’altra parte, al mondo non esiste solo il fumetto e qualsiasi studio su qualsiasi argomento, se ben impostato, è degno di interesse.

Con tutto questo vorrei solo dire che a noi appassionati di fumetti non interessano automaticamente i racconti illustrati per ragazzini.

A me, nello specifico, non interessano per niente.

Mi cospargo il capoccione di cenere!
Purtroppo ho conosciuto bene la situazioni di persone che dopo il dottorato diventano ricercatori senza un soldo in tasca.
E' una delle tante vergogne italiane.Sull'altro piatto della bilancia altre persone con 10 e più incarichi tutti pagati, contemporaneamente.
A dà venì Baffone!!!

Riprovo a ripostare il mio commento per la terza volta. Mi scuso per le eventuali ripetizioni.

Commento originale:

Caro Luca,
spero ci sia occasioni di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come le storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Putroppo in Italia non c’è praticamente nulla che parli del fumetto nella DDR. Mentre moltissimo è stato scritto in Germania.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.


Non è nemmeno giusto prendersela con chi studia cose diverse dal fumetto.

O che guarda al fumetto spinto da motivazioni non fumettistiche.

Ognuno può studare quello che vuole o come vuole.

E poi i titoli ai libri vengono dati dagli editori, più che dagli autori...

Ripubblico qui un mio post che avevo già pubblicato ma che ogni volta scompare dalla pagina non appena postato.
Chiedo scusa per eventuali ripetizioni.
“Caro Luca,
spero ci sia occasione di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come le storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Putroppo in Italia non c’è praticamente nulla che parli del fumetto nella DDR. Mentre moltissimo è stato scritto in Germania.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.”

Riposto qui un mio post che scompare dalla pagina non appena pubblicato.
Chiedo scusa per eventuali ripetizioni.
“Caro Luca,
spero ci sia occasioni di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come le storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Putroppo in Italia non c’è praticamente nulla che parli del fumetto nella DDR. Mentre moltissimo è stato scritto in Germania.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.”

Beh, ci sono altri conoscitori de "Il Vittorioso", che non in questo post, ma in altri di questo stesso Blog sono intervenuti, anche per interposta persona.
Con notizie e materiali rari.Poi, io non sono veramente un collezionista; non ho mai speso grosse cifre per i fumetti, preferendo utilizzare lo stipendio per mandare avanti la famiglia, anche in senso allargato.
Ad esempio, chi ha mai avuto fra le mani l'annata de "Il Vittorioso" originale"1944_ mai uscita in EMilia Romagna a causa della guerra-, quella che ora ha una valutazione stratosferica.Io mi sono accontentato della ristampa Pichierri.
Il fatto è che ognuno ha i suoi problemi, e per certe povere persone sfortunate i problemi sono tali e tanti che ai blog non ci pensano neppure.Hanno altro per la testa

Si , lo so.
Ma a volte come si fa a sapere come stanno veramente le cose.
POi, si, certo, bisogna pur campare e se il "fumetto" serve come mezzo per poter campare, e casomai farti avere un buon lavoro sicuro, bien vengano convegni e quant'altro!!

Propaganda atraverso il fumetto dal 1939 al 1965, in Italia e Germania: ma questo lavoro triennale del nostro Spagnolli, non ho ben capito se poi sia stato dato alle stampe divulgato.Sono rimbambito???

Per il libro "Falce e fumetto", nella barra di colore blu clicca "pagine iniziali" per leggere l'introduzione, e poi guarda l'indice su "indice":

http://www.nerbini.it/Nerbini.it/volumi/073-Falce%20e%20fumetto.htm

Ho appena scaricato da internet il primo numero di "Evviva" del 1973, con le ristampe di:

- Il Piccolo Sceriffo
- Sciuscià
- Nat del Santa Cruz
- Radar
- Ridolini

Testimonianze di un lontano passato che, per fortuna, mi sono perso.

scusa, ma come si scarica 'sta roba?

Comunque è un peccato che gli editori di personaggi così vari, e sicuramente molto più interessanti di quanto appaiono a me oggi, non abbiano avuto l'idea di ristamparli nel formato libretto di Bonelli ("Evviva" ha il formato di Linus, credo).

Neppure la Dardo lo faceva, se non ricordo male.

D'altra parte, gli editori mi dicevano che Sergio Bonelli facesse pressione sui distributori per non distribuire questo formato.

Quando è stato lanciato il "mio" Ronny Balboa, altri albi nel formato libretto (non di Bonelli) non esistevano.

@ Francy

Leggi la mail che ti ho appena inviato.

Siccome credo che nessuno gestica più i diritti di questi vecchi fumetti, proverò a spedirti anche "Evviva" via email, ma ci vorrà parecchio.

Ciao.
Non avevo riflettuto sul fatto che "Balboa" era stato scritto da Sauro Pennacchioli! Sauro, ti avevo considerato come direttore dell'Intrepido e questo mi era sfuggito, Non era male, ne ho letto qualche numero ma poi ha cambiato nome. O faccio confusione con Samuel sand della Star Comics?
Credevo che prima di Balboa fosse uscito Lazarus Ladd di ade Capone e non ricordo di chi come disegno. Sono passati tanti anni enon si parla mai di questi fumetti, non ne trovo nemmeno alle mostre di fumetto dove ci sono tonnellate di Tex e Dylan Dog.
Poi c'era anche Demon Hunter e un'altro bonelliano con la parola "Demon" nel titolo.

1.
Durante il ritorno da uno dei viaggi a Vittuone dall’agente italiano della Marvel, che raccontavo in un altro post, l’editore mi aveva proposto di fare un giallo tascabile a fumetti con storie autoconclusive.

Io ho ribattuto che sarebbe stato meglio fare un personaggio fisso nel formato libretto e sono riuscito a convincerlo.

Voleva per forza un avvocato ricco dal nome Balboa.

Questi tre elementi non mi andavano, ma li ho accolti e ho progettato il personaggio.

Avrò scritto poco più di una ventina di albi.

2.
Poi l’editore, a un certo punto, cominciava a dirmi: “Guarda, Ronny Balboa va bene in edicola, ma io lo vorrei fare più così… e più così…”.

Insomma, la cosa era diventata troppo impegnativa per me.

In seguito anche lui ha capito che il nome Balboa era naif e l’ha cambiato.

Interveniva anche sulle sceneggiature per renderle più tranquille.

L’unico episodio che è rimasto tale e quale, sia pure con una vignetta cancellata (quella dove Ronny molla un ceffone a una bambina), è, se non ricordo male, il n. 25, con il passato vietnamita di Balboa.

Spiacente Francy, o il file era troppo pesante o io (più probabilmente) non sono buono a spedire file pesanti.

Io spedisco solo testi per lavoro, non roba con immagini.

Grazie per le precisazioni. Mi é venuta voglia di leggere qiuel n. 25 di Balboa, che poi era il cognome del pugile Rocky 'il gran campion'.
Per trasferire files anche pesanti senza problemi provate a usare il metodo Wetransfer.

https://www.wetransfer.com/

A me ha funzionato quasi sempre e non intasa le caselle della posta soprattutto. Ce n'é pure un altro che però ho usato di rado e non ricordo il nome.
Buonanotte a tutti.

Sono apparsi ora improvvisamente dei commenti di Spagnolli con data dello scorso pomeriggio. Troppo tardi per consultare i siti ma intanto gli sono grato per aver ampliato questa discussione che ho seguirto anche nei post dei giorni precedenti senza intervenire per mancanza di argomenti anche se ho trovato alcuni interventi un po' pretestuosi-

faccio intervenire -a sua insaputa - Carlini, appassionato e collezionista del "Vittorioso":
Qualcosa ancora su Craveri

Questo non è un “raccontino” di miei ricordi craveriani, del tipo di quelli già pubblicati in “VITT&Dintorni”, in quanto, sul Nostro”, assai poco mi è rimasto da dire.
Posso, ad esempio, ricordare il timore che mi prese quando, nel giugno 1946, terminato “Il Cometino utilitario”, il Vittorioso rimase, per alcuni numeri, “digiuno” dei suoi disegni (non era mai successo prima!) ed il sollievo provato poi nel leggere nella posta di “Radio Vitt”: «…Credevate proprio che il mago Craveri non avesse più frecce al proprio arco?...» annunciante “Lo scatolino magico”. Ricordo anche che, dopo una giornata caldissima passata da parenti, ed il “lungo” viaggio di ritorno (una decina di chilometri) con la famosa “vettura” della zia (con un’asina per motore), tornato la sera a casa stanchissimo, presi in mano il Vitt con la prima puntata di questa storia, arrivato quel giorno e, guardandolo, non capivo se fossi sveglio o se stessi sognando. Oppure quando, lo stesso anno, apparve il “3° giro di Zoolandia” e mi rimase impressa la macchina rossa del Vitt: gli anni seguenti, quando il Giro d’Italia passava dalle mie parti, andavo a vedere il passaggio dei corridori con la speranza di scorgerla.
No, questo è un articolo con pochissimo testo (praticamente è finito) e diverse immagini: foto delle due mostre craveriane - quella a Roma nel 1995 e quella a Godega nel 2009 - che finora ho visto.
L’idea di questo mini-articolo mi è venuta leggendo in facebook ciò che ha scritto l’amico Tomaso Turchi a commento della foto di un disegno originale, inedito, prestatoci per la mostra di Godega (vedi “Nipoti ingrati di Papà Craveri” su V&D n. 15, Dic. 2010), che ho inserito nel “Diario di Craveri”: «sarebbe una gran bella cosa poter vedere ristampate (su Vitt&dintorni?) copertine e pagine a colori di Craveri: sogni proibiti». A parte che la nostra rivista, salvo la copertina, è in bianco e nero, non posso che condividere il suo pensiero.
Materiale di Craveri è già stato pubblicato in passato, sia nelle pagine interne, a corredo di articoli, sia in qualche copertina di “InformaVitt” e dell’attuale rivista.
Termino con una precisazione: nel raccontino: Ancora ricordi di un “Craveriano di ferro”, pubblicato nel n. 20, Giugno 2012, di V&D, scrissi di essere passato per Via Cavour a Carmagnola, dove – a quanto avevo sentito dire da qualcuno, che ora mi sfugge – avrebbe abitato Craveri. E per quella via ci sono passato, infatti, per andare dalla stazione all’albergo e viceversa, solo che, l’ho scoperto recentemente, non era quella giusta.
Infatti, rileggendo (dopo oltre diciotto anni) quanto un suo compaesano, Pio Bertalmia, ha scritto a pag. 139 del volume: Sebastiano Craveri il poeta del fumetto e dell’illustrazione, edito da Cantagalli per le mostre a Carmagnola e Piancastagnaio del 1993 (ventennale della morte), Craveri aveva abitato, appena sfollato da Torino, in Borgo San Giovanni e, finita la guerra, si era trasferito in Via Gardazzana. «Cavolo! – mi son detto – allora ho scritto… cavolate!». Presa la cartina stradale di Carmagnola ho trovato che il suddetto borgo si trova (forse perché “sud-detto”?) a… sud della cittadina, un po’ staccato dal centro, mentre la Via Gardazzana è proprio nel centro storico ed anche in questa ci sono passato, di ritorno dal cimitero. Quindi, in ogni caso, la casa l’ho vista e la “magra consolazione, non sapendo quale fosse”, mi è sempre rimasta.

Post scriptum

Qualche settimana fa, cercando in ebay un paio di numeri del Vittorioso, anni cinquanta, che fossero in condizioni migliori di quelli che ho, mi è cascato l’occhio sulle offerte di due libri del 1927: “Teodora imperatrice di Bisanzio” e “Lucio d’la Veneria”, con le più remote illustrazioni di Craveri.
Ho seguito le aste e, siccome non ci sono state offerte, li ho avuti al prezzo base, assai modesto. Sono tutti e due in buone condizioni, a parte qualche segno dovuto al tempo: il primo aveva addirittura le pagine ancora intonse.
le illustrazioni di entrambi mi ricordano le incisioni ottocentesche:
Le prime cinque illustrazioni di “Teodora” sono di un certo V. Barbi, mentre le undici rimanenti e la copertina sono di Craveri; quelle di “Lucio” invece – 14 a piena pagina e 27 piccole, oltre, anche qui, la copertina – sono tutte di Craveri.
Leggo in facebook che quest’ultimo romanzo fu pubblicato negli anni 1885/86 a puntate, in 40 fascicoli, illustrati da Giuseppe Pigna, e che la prima edizione in volume unico è questa del 1927, illustrata dal Nostro.


Mario Carlini

Sauro: vista l'introduzione al saggio "Falce e fumetto", di certo non acquisterò il relativo volume: non è pane per i miei denti!
Ma invece per quanto riguarda NIcola Spagnolli, non ho capito se il suo lavoro triennale svolto nell'ambito del dottorato universitario,che per tema ha la propaganda fatta attraverso i giornali a fumetti in Germania e in Italia-Il Vittorioso- , è stato in qualche modo divulgato.
Per quanto l'aspetto germanico io sono assolutamente un grande somaro e presumo di restare tale, ma su "Il Vittorioso"mi piacerebbe leggere che cosa ne è saltato fuori.
Perchè poi "Il Vittorioso" -che io non difendo a priori, anzi ,trovo nell'operato dell'AVE/Azione Cattolica dei momenti di faziosità inaccettabile- in genere aveva come finalità più che altro di educare i lettori ai principi base del credo cattolico.
Anche se io- forse poco permeabile- nei fumetti de "Il Vittorioso" trovavo a volte la fastidiosa abitudine di glorificare il martirio di ragazzi, come se il morire giovane per la gloria di Dio fosse un avvenimento altamente auspicabile.
Meno male che c'era Jacovitti, altrimenti "Il Vittorioso" sarebbe affondato prima.


Riposto qui per l’ennesima volta un mio post che non so perché non viene pubblicato
“Caro Luca Boschi, spero ci siano presto occasioni di incontrarci e grazie per lo spazio che hai dato alla nostra conferenza.
Conosco - non di persona- l'editore e studioso Sackmann che dal 2006 cura i fantastici e utili annali "Deutsche Comicforschung".
Per quanto riguarda il fumetto nella Germania nazista, a dispetto ancora a quanto si dice e si scrive qui in Italia - forse perchè non si conosce il tedesco- l'ostracismo tedesco nei confronti del fumetto era presente ancora all'inizio del '900, quando autori e giornalisti tedeschi commentavano con disprezzo il cosiddetto Yellow Journalism e le strisce a fumetti pubblicate in USA. Un editore svizzero a metà anni '30 provò a esportare in Germania una rivista dedicata a Topolino ma senza successo benchè i cartoons di Topolino piacessero molto in Germania e allo stesso Hitler come testimoniano i diari di Goebbels.
A questo proposito vi segnalo questo articolo che parla dell'argomento prendendo spunto da un "vecchio" libro in tedesco di Laqua, da non molto pubblicato anche in inglese:
http://www.lospaziobianco.it/54541-disney-germania-nazista
Ho consultato archivi tedeschi, leggi, disposizioni, letteratura tedesca sull’argomento e chiesto a studiosi tedeschi come Bernd Dolle Weinkauff, che insegna storia del fumetto a Francoforte dove ho svolto parte delle mie ricerche. Ma non ho trovato disposizioni esplicite di censura riguardanti il fumetto in sé da parte nazista. Ad esempio, a differenza dell’Italia dove dal ’42 era vietato l’uso dei balloons, in Germania sulle riviste illustrate è ancora possibile trovare le nuvolette nelle strisce comiche per tutto il periodo della guerra.
A proposito di Vecchi. Su di una rivista tedesca ho trovato un reportage da Lucca del giornalista tedesco Stefan Döller che nel '79 incontrò e intervistò a Lucca Vecchi, il quale riferì al giornalista l'incontro con Goebbels e del progetto di vendere fumetti anche in Germania ma secondo Vecchi, stando all'intervista, non se ne fece niente per via dello scoppio della guerra. Ma dell'incontro non vi è traccia nei diari sempre molto precisi di Goebbels. Ma questo non vuol dire che l'incontro non ci fu.
Per quanto riguarda il fumetto nella DDR, mi dispiace Saur ma ti rimando al mio saggio in "Falce e fumetto" perchè in un post su di un blog trovo molto difficile e dispendioso in termini di tempo dipanare un argomento così complesso. A questo servono i libri ma non ti preoccupare, non lo faccio per interessi di cassa (;-))perché non ci guadagno niente dal fatto che tu eventualmente acquisti il libro, che puoi trovare nelle biblioteche pubbliche.
Se però vuoi farti un’idea grafica del fumetto nella DDR ti rimando al seguente link:
http://www.ddr-comics.de/
Nel menù a sinistra nel riquadro in blu trovi titoli di riviste con brevi presentazioni e info nonché qualche riproduzione, come le storie tedesche di Atomino, pubblicate nella seconda metà degli anni ’60 su Frösi.
Putroppo in Italia non c’è praticamente nulla che parli del fumetto nella DDR. Mentre moltissimo è stato scritto in Germania.
Ultima cosa: la mia tesi di dottorato “Guerra e pace nel fumetto italiano e tedesco: propaganda, (ri)educazione e memoria. 1939-1965” non è stata pubblicata ma su questo ci sto lavorando.
Spero di essere stato esaustivo e chiaro.”

@ Spagnolli

Non dubitavo della sua competenza, ma della consistenza del fumetto-fumetto nella propaganda tedesca, dell’Est o dell’Ovest, per la scarsa presenza dello stesso.

Un Atomino in tedesco non fa primavera.

Anch’io ho detto che la diffidenza al fumetto era precedente a Hitler.

Gli anni trenta sono comunque fondamentali perché, malgrado la diffidenza che era presente pure in Italia (il Corriere dei Piccoli toglieva le nuvolette dai comics), in questo decennio i fumetti avventurosi, che prima non esistevano, sbarcano ovunque.

Hitler e Goebbels, quindi, hanno chiuso al fumetto (almeno a quello realistico). Non credo per ragioni ideologiche, ma protezionistiche.

Come dice lei, Hitler adorava Topolino, ma se i cartoni non venivano proiettati era per gli alti dazi che la Disney avrebbe dovuto pagare.

@ Tomaso

Forse Spagnolli è l’assistente, o qualcosa di simile, del professore che ha scritto il libro sul Vittorioso, per questo ha scansito il Vittorioso.

Togliti dalla testa che oggi qualcuno si legga un trentennio di numeri del Vittorioso!

Se continui a fargli domande sul Vittorioso lo metti a disagio.

Piuttosto, qualcuno dovrebbe fare un sito dove postare tutti i fumetti anteguerra, numero per numero.

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