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LA NOTTE DI JACOVITTI (parte seconda), di Franco Bellacci

Intellettuale russo

JacovittiCome indicato qui e citato in vari commenti in post del mese di agosto, ecco la mail di Franco Bellacci a Tomaso Turchi che accompagna l'intero stock di vignette e rubrichette realizzato nel 1972 da Benito Jacovitti per il quotidiano milanese La Notte, NON diretto da... Gianni Letta, come fa giustamente notare Sauro Pennacchioli, bensì da Nino Nutrizio per ben 27 anni (fino al 1979)!

La parola a Franco.

Ti invio in allegati jpg. alcune pagine da La Notte del 1972 con la campagna elettorale Jac-Mosca per le politiche del 7-8 maggio.

7 maggio

Casalinga

Le pagine non entrano tutte nello scanner per cui ho privilegiato, ovviamente, le vignette escludendo la parte sinistra con la foto del candidato; ma nei file “bis” troverai anche costui, per mostrare agli odierni para-elettori come si presentava un campione DOC DC degli anni Settanta.

LA NOTTE 3 BIS

Ricorda qualcuno attuale?

Elefante

Nel riquadro c’è un po’ di tutto: campagna elettorale dedicata (col ricorrente slogan “Vota Mosca 37”), vignette demenziali, vignette prettamente politicizzanti.

Manubrio

In fondo ad ogni pagina elettoralpubblicitaria c’è una striscia comica finale.

E questo è quanto.

La tua email capita a proposito. Volevo inserire alcune precisazioncelle nella recente discussione Sordi-non-Sordi, ma poi, ritenendo che non interessavano a tizio, ho desistito. Cmq, te le passo ora per la pubblicazione, se lo ritieni opportuno.

- il racconto di Mario Soldati L’imprudenza fu pubblicato sul n. 6 de IL GIORNO di domenica 7 genn. 1962 (a pag. 9) e non su IL GIORNO della DOMENICA (supplemento di 4 pagg.). Tanto per la precisione.

- ecco quanto scrive Alberto Pezzotta nel suo articolo Totò e Alberto Sordi nelle pagine di Soldati (Corriere della Sera del 16 settembre 2006, rubrica “Da leggere”).

Per celebrare il centenario della nascita di Mario Soldati, si moltiplicano i libri e i restauri delle pellicole […]. Il punto di partenza migliore è «L'imprudenza», del 1962, un ritratto di Alberto Sordi più vero del vero: non viene mai nominato, ma è perfettamente riconoscibile sotto i tratti di un celebre attore, edonista e cattolico, che per una volta mette da parte le cautele e accetta il corteggiamento di una fan misteriosa e senza volto.

- due numeri prima, Jac aveva illustrato un altro racconto di Soldati: Natale di rabbia (sul n. 305 de Il Giorno del 24 dic. 1961, pag. 9).

Purtroppo non ricordo il soggetto del disegno.
Qualcuno ha quel numero del giornale?

Il racconto, insieme ad altri dello stesso Soldati, compare nel libro Storie di spettri (Mondadori, luglio 1962).

GionniPeppeEGionniLupara,png

Più interessanti invece le informazioni su i due Gionni, di cui alla ristampa NPE.

PSINonostante le ricerche sul sito di Luca, non ho trovata aperta alcuna discussione (o non sono riuscito a trovarla in quel bailamme di blog).

Te le passo perché possono interessare i lettori e, soprattutto, l’ottimo curatore del libro. Vedi tu di renderle di pubblico dominio.

1) non è un primato.

Non è esatto, almeno in parte, quanto dichiarato in 4a di cop. del NPE. Infatti:

- Gionni Peppe fu ristampato per la prima volta a col. e in grande formato (cm. 30 x 40) sul quotidiano romano Il Giornale d’Italia (dal n. 146 del 2-3/7 al n. 186 del 20-21/8 del 1975).

- idem c. s. per Gionni Lupara (dal n. 187 del 21-22/8 al n. 216 del 24-25/9 del 1975) salvo che, a partire dalla 21a puntata, le tav. sono in bn e riunite a 4 a 4 in riquadri che occupano l’intera pagina del giornale.

Una nota spiega tale cambiamento, dovuto alla necessità di concludere al più presto le due storie e per “motivi tecnici”.

Quanto sopra non toglie alcunché alla ristampa NPE, superiore per completezza e qualità (anche se qualcuno potrebbe preferire i colori da comic book del giornale).

2) no censure e censure censurate.

La ristampa di Gionni Lupara su Il Giornale d’Italia presenta alcune peculiarità che aggiungono mistero alla tormentata storia di queste tavole.

a) sulla prima tav. compare la scritta Jacovittescamente e Benitamente (censurata in Linus).

b) sotto alle prime 20 tav. compaiono le frasi della serie Free Jac, (pure censurate in Linus), salvo che sotto alla tav. 5, e ciò per l’ovvio motivo che si parla di Linus e di OdB!

GIONNI_PEPPE_E_LUPARA-10

b) per lo stesso ovvio motivo, le due famose vignette che avevano visto la bandiera del PCI trasformata in… scaletta, hanno subito una diversa censura (o meglio, adattamento).
Gionni non tiene in mano una copia di Linus, ma quella di un quotidiano il cui titolo è (guarda caso) Il Giornale d’Italia. Sulla prima pag. del quale compare il disegnino di un “omino-fiore” piantato in un vaso (1° quadretto) e quello di una testa di vecchio dalla lunga barba bianca (2° quadretto).
È evidente che questo adattamento è stato fatto sulla pellicola della tav. e non sull’originale censurato; altrimenti come sarebbe potuto pervenire a noi con la “censura Linus”?

Basette

c) non ho ancora potuto controllare l’altra censura: Porco boia al posto di Play boia (puntata 3, tav. 9, vignetta 5). Te lo farò sapere in seguito.Un solo grazie a Bellacci per le precisazioni sarebbero davvero ben poca cosa. Gliene spettano almeno tre. A qualcun'altro, invece, di grazie ne basterebbe una, in questo periodo.

Catena di montaggio

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Commenti

Gianni Letta non ha mai diretto il milanese "La Notte", ha diretto il romano "Il Tempo".

E poi Letta non avrebbe mai potuto dirigere un quotidiano scandalistico come La Notte in quanto andreottiano e papalino.

Questo Mosca non è stato eletto.

Ma mi chiedo, chi è costui?

E' parente di Giovanni Mosca, fondatore della rivista satirica "Candido" e padre di Maurizio, il giornalista sportivo?

Accidenti, è vero!
Correggo, avevo questa memoria fallace, che era appunto della fine degli anni Sessanta, da bambino (praticamente) mi ero fatto l'idea che quel signore untuoso che avevo visto in TV fosse il perfetto direttore per un giornale come "La Notte" che, pur non avendolo mai letto (leggevo il "Corriere dei Piccoli") mi faceva altrettanto ribrezzo fisico. Sempre avendone sentito parlare in un servizio televisivo; dalle parti dove vivevo nemmeno si riusciva a trovare, se anche fossi stato così perverso da cercarlo. Al massimo potevo permettermi "Off-Side".


Non era Letta, ma il giornalista sportivo Nino Nutrizio, ritenuto abbastanza incapace dalla categoria (di questo ne sono certo).


Letta doveva essere in un dibattito fra giornalisti dove compariva anche Nutrizio.

Non so cosa intendi per "incapace", riferito a Nutrizio.

In quanto direttore di un quotidiano scandalistico è considerato in assoluto il migliore della categoria.

Vittorio Feltri è stato un suo giornalista e lo si vedeva bene su "Libero" prima maniera.

Secondo me Feltri potrebbe resuscitare il genere scandalistico, se mettesse la cronaca nera in primo piano.

Il mio è un giudizio meramente tecnico.

Questo sentivo dire dai colleghi. Forse perché Nutrizio era appunto "giornalista scandalistico", precursore del pessimo Maurizio Costanzo dell'"Occhio". Non c'è bisogno di un "The Sun", in Italia, era già anche troppo "Cronaca Vera".
Il mio è un giudizio non tecnico, ma di merito.
Il livello di cultura e di apertura mentale degli italiani è ed è stato talmente basso... da fare rabbia, allora come ora.

Di quelli che vengo pagato per darli.

L’Occhio di Costanzo era solo graficamente un quotidiano scandalistico, in realtà era una familiare. Non era nemmeno di destra (lasciamo perdere la P2).

In Italia non ci sono stati quotidiani popolari corrispondenti a quelli stranieri (Bild, Sun, New York Daily News) sia perché la gente del “popolo” leggeva poco, come da buona tradizione cattolica, sia perché i nostri popolari erano i quotidiani del pomeriggio: spariti loro, sparito il quotidiano popolare.

Ce n’era anche uno comunista, “Paese Sera” di Roma.

E poi, il familiare “Mail” non è lo scandalistico “Sun”.

Un familiare...

"Cronaca Vera" è un settimanale di serie zeta.

Per avere un'idea del quotidiano popolare bisogna guardare a "Oggi" e a "Gente" di una dozzina di anni fa.

D'altra parte quei due settimanali erano dei familiari: il confine è tenue.

Certamente, io estremizzavo, perché attraverso questi settimanali, "Gente" in particolare, sono passati concetti da far venire l'orticaria.
Era molto più accettabile il "Sorrisi e canzoni" di Vesigna, con le rubriche di Sigismondo etc. e che ogni tanto interveniva su temi extratelevisivi.

Ecco, al termine "popolare" (che non vorrei variegarecon venature preconcettualmente negative, sostituirei quello "plebeo".

Ma certamente, la classe basso-media non leggeva molto, ma aveva i suoi "Stop", "Novella 2000"... e "Grand Hotel", che per me, per ragioni immaginabili, era invece un ottimo modello di settimanale popolare.

Molino, Marino Guarguaglini, Gusmaroli, Marcello Marchesi...


E pure "La domenica del Corriere".
Divagazioni a gogò. E parliamo di cadaveri polverizzati.

Il tabloid puro ha molta cronaca nera all'inizio e molto sport in fondo. In mezzo un po' di gossip adattato per il pubblico maschile. E' un giornale pensato per un pubblico "basico", più animale che intellettuale, ma che non necessariamente vota a destra.

Se vogliamo parlare di gusti personali, invece, a me piaceva il New York Times di qualche anno fa, prima che diventasse fighetto.

Comunque i tabloid più famosi (chiamiamoli così anche se in Italia avevano il formato grande) erano di destra. E il loro linguaggio gridato, fatto di titoli enormi e di iperboli, li faceva apparire ancora più di destra.

Per questo Jacovitti, pubblicando vignette satiriche su La Notte durante gli anni caldi della Contestazioe, si è rovinato per sempre.

Come spiego nel testo che Luca ha detto che uscirà in un prossimo post, quindi mi fermo qui per non anticipare troppo.

Da ragazzino, oltre a farmi schifo i quotidiani del pomeriggio, non mi piacevano i settimanali popolari di qualsiasi genere.

Dall'età di 9 anni ogni tanto compravo "Epoca", il "Life" italiano.

E Tomaso quali periodici non di fumetti leggeva? "Candido" e "Il Borghese" a parte.

Discussione atipica ma niente male, Tomaso sembra che latiti, ma forse non interessa nemmeno ad altri, anche perché nasce una domenica sera del post-Ferragosto, quando la gente sta rientrando a casa con gli zebedei roteanti.
Io ho fatto in tempo a vedere solo l'"Epoca" dei primi anni 90, forse proprio del 1990, poco prima che chidesse.
Ma non mi entusiasmava per niente, mi sembravano lire sprecate. "Panorama" era decente, prima che quel tipo, Rossella, lo rendesse berlusconiano e quindi lo rovinasse per definizione per sempre, dato che i berlusconiani sono come i fascisti di qualche anno prima. Non leggono, magari vanno allo stadio e strillano.
Povera Italia.
Ma in questo caso si sono comportati bene.
Non leggendo non hanno comprato un settimanale oggettivamente illeggibile, una patacca.


Qualcuno ricorda anche "L'Europeo" di Rizzoli, quando era settimanale?


Quello era di parecchio superiore a tutti, poi si andava direttamente in zona "Espresso".

"Tu che friggi le basette..." Ma l'umorismo di Jacovitti era davvero surreale in quel periodo.

Tomaso potrebbe aiutarci a capire l’anticomunismo di Jacovitti, che comunque era un sentimento diffuso.

Giovanni: quell'Epoca lì era un clone di Panorama. Ma il settimanale era nato come il Life italiano. Qui puoi guardarti a sbafo, pagina per pagina, tutti i Life:

http://books.google.it/books?id=N0EEAAAAMBAJ&hl=it&source=gbs_all_issues_r&redir_esc=y

Anzi, si dovrebbe rivalutare la satira anticomunista tra la seconda metà degli anni quaranta e la prima degli anni sessanta. Si potrebbe fare un post con le bellissime vignette di Guareschi con i comunisti trinariciuti e i “contrordine compagni” per Candido, che ho visto raccolte in un paio di volumi non tanto tempo fa. Tutto un altro livello, rispetto a questo pietoso Jacovitti.

Una generazione di autori satirici, anzi, più di una, è sparita negli anni settanta.

Quelle precedenti, invece, si erano accasate a Cinecittà facendo i registi o simili, non solo Fellini (che, secondo me, era tutt’altro che di sinistra). Altri si erano dati all’illustrazione, come Boccasile, sempre artista di altissimo livello: nelle Signorine Grandi Firme, provocando le telefonate del papa a Mussolini; nei manifesti nazi-fasci; nelle copertine erotiche francesi e nelle pubblicità italiane.

Da bambino leggevo "Il Candido", ma (per obblighi anagrafici) quello di Pisanò (grazie al nonno materno, vecchio nostalgico).


Ricordo abbastanza bene le vignette dei trinariciuti di Guareschi (che, allora, era già morto).


Ricordo anche che i bersagli preferiti erano Saragat, Moro, Occhetto, Mancini ("si scrive leader, ma si legge lader" era un tormentone).


Era una rivista abbastanza povera (in dicromia),ma aveva tante vignette e questo, per un bambino grafomane, era già abbastanza.


Molto meno interessanti le due pagine centrali dove, tra testo e foto, si celebrava regolarmente qualche squadraccia d'arditi camerati.


Ricordo oscuramente che c'era qualcuno che disegnava come Luca Novelli.

E questo qualcuno si firmava, magari... "Luca Novelli"?
Tutti sbagliano, tutti sbagliamo.

Io penso che l'anticomunismo di Jacovitti avesse le radici nella sua cultura di formazione, ossia quella del "ventennio", poi tramutatasi in quella della Democrazia Cristiana, ben espressa dalla figura di Papa Pio XII°. Uomo intransigente che nel suo intimo negli anni trenta probabilmente pensava che era meglio HItler di Stalin.

Occorre anche dire che Jacovitti , quando iniziò nel 1948 a collaborare con i comitati civici di Gedda nell'ambito della campagna anticomunusta, usò intelligentemente la mano leggera producendo manifesti elettorali o di propaganda generica.Jacovitti era un uomo intelligente, ragionava con la sua testa, non era semplicemente un "impiegato della DC".
Ma su tutti incombeva l'ombra inquietante di sua Santità Pio XII°, che da oltre Tevere non lesinava veti, critiche e scomuniche.Lo stesso direttore del "Vittorioso", Carlo Carretto, fu epurato per ordine del sommo Pontefice.

Occorre anche dire che Jacovitti , quando iniziò nel 1948 a collaborare con i comitati civici di Gedda nell'ambito della campagna anticomunusta, usò intelligentemente la mano leggera producendo manifesti elettorali o di propaganda generica.Jacovitti era un uomo intelligente, ragionava con la sua testa, non era semplicemente un "impiegato della DC".
Ma su tutti incombeva l'ombra inquietante di sua Santità Pio XII°, che da oltre Tevere non lesinava veti, critiche e scomuniche.Lo stesso direttore del "Vittorioso", Carlo Carretto, fu epurato per ordine del sommo Pontefice.

Perché fu epurato?

Carlo Carretto, fervente cattolico, antifascista inviato al confine, maestro elementare cacciato perché non aveva la tessera del partito fascista, divenne poi nel 1947 presidente della G.I.A.C, Azione giovanile cattolica italiana.
Automaticamente anche direttore de "Il Vittorioso".Pupillo di Luigi Gedda, uomo di destra, entrò in collisione con le alte gerarchie cattoliche perchè considerato troppo aperto alle esigenze popolari di giustizia , libertà e diritto al libero pensiero.
Il nome di Carlo Carretto appare per l'ultima volta come direttore sul numero 12 de "Il Vittorioso"1951. Comunque anche i due successivi direttori fecero la stessa fine.

Poi Carlo Carretto si ritirò, mi pare in Palestina, divenne monaco e operò fra i diseredati di quel lembo del mondo.Morì in povertà.
Figura singolare , da me molto apprezzato, non piace per nulla a molti cattolici contemporanei.Anche l'amico e compaesano Claudio Piccinini (Che LUca conosce bene) non ama per nulla Carlo Carretto.
Io, pur essendo ateo dichiarato,ritengo Carlo Carreto e la sua fede un simbolo, un esempio di rettitudine morale.

Jacovitti era molto religioso?

Carlo Carretto fu anche scrittore e numerosi sono i suoi libri.Però, non essendo io uno storico dell'Azione Cattolica, non posso a proposito dire più di tanto.Comunque in rete c'è molto materiale, anche nei dettagli lo scontro Pio XII°_ Carlo Carretto.


Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953)
Data: Venerdì, 12 maggio @ W. Europe Daylight Time
Argomento: Democrazia Cristiana

di Marco Invernizzi

[Da "Cristianità", anno XXVI, n. 277, maggio 1998]

Il 18 aprile 1948 è una data fondamentale nella storia italiana. Attraverso una curiosa periodizzazione di mezzo secolo in mezzo secolo, nei cento anni precedenti il 18 aprile l’Italia ha definito la sua configurazione storico-politica.

Il 1848 ha segnato la fine del progetto cosiddetto neo-guelfo, che prevedeva il raggiungimento dell’unità e dell’indipendenza in un modo — per quanto discutibile — rispettoso delle radici cattoliche-universali e contemporaneamente municipalistiche dell’Italia e, al contrario, il sopravvento di forze politiche lontane e avverse alla Chiesa, come la Società Nazionale e il Partito d’Azione, la prima dominata dalla volontà di espansionismo del Regno di Sardegna e il secondo nazional-rivoluzionario.

Cinquant’anni dopo, i "fatti di Milano" del 1898 hanno prodotto una profonda frattura fra queste stesse forze liberali che, distinte in Destra storica e in Sinistra, avevano fino ad allora governato la nazione.

Come ha scritto Giovanni Spadolini (1925-1994), i cannoni del generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) avevano spento definitivamente il "sogno" di uno Stato giacobino opposto sia ai "neri" clericali che ai "rossi" socialisti ( 1 ).
Il movimento liberale prende atto dell’ascesa del Partito Socialista Italiano, fondato a Genova nel 1892, e si divide fra conservatori o "ministeriali", disposti ad alleanze elettorali con i cattolici, e progressisti — come il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (1871-1941), lo "Scalfari" dell’epoca —, indisponibili a rinunciare alla pregiudiziale anti-cattolica.

Una situazione analoga si verifica nel movimento cattolico: infatti, anch’esso si divide.

Da una parte si situano quanti non riescono a cogliere i mutamenti avvenuti nel paese soprattutto in seguito all’ascesa del PSI, e che pur "di farla ai liberali" sarebbero disposti anche ad allearsi con i socialisti: figura tipica di questo episodio è il sacerdote milanese don Davide Albertario (1846-1902), già "campione" dell’intransigentismo, che proprio nel maggio del 1898 viene arrestato a Milano con il segretario socialista Filippo Turati (1857-1932) per aver partecipato ai moti contro il governo.

Dall’altra parte stanno quei cattolici che sapranno adattarsi alla nuova situazione accantonando le gloriose insegne della battaglia intransigente — anche se formalmente l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici verrà soppressa dall’autorità pontificia nel 1903 — per dar vita a quegli accordi con i moderati liberali culminati nel 1913 nel Patto Gentiloni, che permetterà di fermare a livello parlamentare l’avanzata socialista ( 2 ).

Come avrebbe scritto Papa san Pio X (1903-1914) nell’enciclica Il fermo proposito del 1903, l’accordo non significa che i cattolici devono diventare liberali, ma semplicemente comprendere come il bene comune della nazione impone in quel frangente storico un’alleanza per scongiurare l’avvento del socialismo, un male peggiore di quello che la popolazione italiana aveva patito dall’Unità in poi.

Le elezioni del 18 aprile 1948

La questione socialista si sarebbe imposta all’attenzione degli italiani anche cinquant’anni dopo, alla fine della seconda guerra mondiale, dopo la caduta del regime fascista con il disastro nazionale dell’8 settembre evocato negli studi di Renzo De Felice (1929-1996), dopo la guerra civile con i governi al Nord del Comitato di Liberazione Nazionale, il varo di una nuova Costituzione, il referendum istituzionale e, finalmente, lo scontro di civiltà delle elezioni del 18 aprile.

Molte cose sono cambiate in quei cinquant’anni.

Due guerre mondiali, delle quali particolarmente la prima ha cambiato radicalmente il modo di pensare e di vivere della popolazione italiana, e non certo migliorandoli; la ventennale esperienza del fascismo; la scissione del PSI, a Livorno nel 1921, dalla quale è nato il Partito Comunista Italiano che, forte del rapporto privilegiato con l’URSS, ha progressivamente lavorato anche nella clandestinità per egemonizzare la sinistra, come le elezioni del dopoguerra dimostreranno.

La Chiesa cattolica esce dalla guerra e dall’esperienza fascista in "piena salute", per usare un gergo certamente improprio, ma efficace: ha potuto mantenere intatta la sua struttura organizzativa durante il fascismo e durante la guerra civile ha aiutato tutti gli italiani che ne avevano bisogno, conquistando così la stima e il consenso della popolazione.

Di fronte al conflitto ideologico in corso ormai dalla Rivoluzione del 1917, ma in realtà già dal 1914, cioè dall’inizio della prima guerra mondiale, in Italia la Chiesa incarna il senso comune della nazione, con i suoi sacerdoti vicino alla popolazione, pronti a confortare, ad aiutare e a consigliare in ore e ore passate nei confessionali, con il laicato organizzato nelle associazioni di massa dell’Azione Cattolica Italiana e, soprattutto, con un Papa come Pio XII (1939-1958), di grande statura non solo morale ma anche intellettuale, apprezzato e ascoltato anche oltre gli ambiti della Chiesa cattolica.

Benché lo scenario sia cambiato rispetto agli avvenimenti di fine secolo, la questione socialista rimane al centro della storia italiana e costringe a prendere posizione. Nel 1948 essa s’impone in tutta la sua drammaticità, sia per le notizie provenienti dalle nazioni dell’Europa Orientale, dove i partiti comunisti conquistano il potere e cominciano a perseguitare la Chiesa, sia per quanto specificamente avviene in Italia.

Infatti, se la Chiesa in Italia sembra godere di buona salute, altrettanto si può dire del PCI. I comunisti hanno lavorato con efficacia durante il regime fascista, sia nella clandestinità che all’interno degli stessi organismi fascisti, particolarmente quelli universitari, come mostra efficacemente l’opera di Ruggero Zangrandi (1915-1970) ( 3 ), e hanno mantenuto un legame con la popolazione, che manifesterà la sua consistenza attraverso i risultati delle elezioni del 1946 e del 1947.

Unitisi ai socialisti di Pietro Nenni (1891-1980) nel Fronte Popolare in occasione delle elezioni del 18 aprile, i socialcomunisti possono effettivamente incutere il timore di una possibile vittoria elettorale.

Inoltre, con il ritorno da Mosca del suo segretario Palmiro Togliatti (1893-1964), con l’egemonizzazione del CLN e con il tentativo del "partito nuovo" di creare un nuovo senso comune nella nazione soprattutto attraverso la mitologizzazione della guerra civile antifascista — come ha spiegato con lucidità e con profondità Augusto Del Noce (1910-1989) —, con la forza finanziaria e politica proveniente dal sostegno sovietico, il PCI nel dopoguerra, grazie anche a una sorta di "moderatismo" ideologico reso ancor più evidente dal confronto con il neo-giacobinismo del Pd’A, rappresenta veramente l’alternativa al comune modo di sentire rappresentato dal cristianesimo vissuto dalla maggior parte della società. Se a livello internazionale il mondo va sempre più dividendosi fra due sfere d’influenza egemonizzate da URSS e da USA, in Italia lo scontro avviene soprattutto fra la Chiesa e il PCI ( 4 ).

Chiesa e Democrazia Cristiana

Sia la Chiesa che il PCI devono tener conto della specificità italiana.

L’Italia è un paese a sovranità limitata, occupato e liberato dall’esercito degli Alleati nel Sud e dilaniato dalla guerra civile nel Nord, dove nel 1945 il CLN prende il posto dell’esercito tedesco e della Repubblica Sociale Italiana.

In questa parte del paese, nei giorni successivi all’8 settembre, salta qualsiasi riferimento istituzionale e la popolazione disorientata deve cercare referenti e indicazioni su come comportarsi o nella Chiesa o nei partiti della sinistra, fra i quali il PCI presto conquisterà l’egemonia.

Intenzionalmente ho parlato fino a ora di Chiesa o mondo cattolico e non di Democrazia Cristiana.

Infatti, per comprendere quanto è accaduto nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni bisogna assolutamente distinguere fra i fedeli cattolici, i militanti dell’ACI di allora, quelli dei terz’ordini e delle confraternite, e la classe dirigente democristiana con i suoi referenti ecclesiastici e nell’associazionismo cattolico.

Per giungere a questa conclusione mi sembra necessario ritornare brevemente al compromesso stipulato dalla Chiesa con il regime fascista, contrassegnato dalla firma del Concordato del 1929. I Patti Lateranensi hanno permesso totale libertà di culto e di catechesi alla Chiesa, ma l’hanno costretta a rinunciare alla costruzione di una civiltà cristiana con uomini politici formati e rappresentativi del mondo cattolico. Il totale appalto della politica preteso dal fascismo ha provocato non solo l’abbandono del Partito Popolare Italiano da parte della gerarchia ecclesiastica — con l’esilio del suo segretario, don Luigi Sturzo, e lo scioglimento del partito nel 1926 —, ma ha anche costretto l’ACI e le diverse associazioni cattoliche a rinunciare esplicitamente alla politica. Ciò determina la formazione di militanti cattolici certamente ortodossi, fedeli e animati da splendide intenzioni apostoliche, ma forse privi di una cultura politica che non sia quella del vecchio PPI oppure quella proveniente dalla Francia, basata su una certa interpretazione di Jacques Maritain (1882-1973) o su un certo Maritain.

E queste due culture politiche — quella popolare e quella "maritainiana" — orienteranno le scelte politiche della DC nei cinquant’anni successivi, rispettivamente attraverso le figure di Alcide De Gasperi (1881-1954) ( 5 ) e di Giuseppe Dossetti (1913-1996) ( 6 ), dando vita alle due impostazioni —, che intenzionalmente non chiamo correnti per non confonderle con quegli agglomerati che poi si costituiranno con interessi molto meno culturali — quella "cattolico-liberale" e quella dei "cattolici democratici", che ancor oggi in qualche modo sopravvivono nei diversi spezzoni in cui si è divisa la DC dopo il crollo del Muro di Berlino e dopo Tangentopoli.

Ma la grande maggioranza dei cattolici militanti di allora non si riconosce in queste due culture politiche e, prendendo sul serio il magistero di Papa Pio XII e quello dei vescovi italiani, ha un atteggiamento di preoccupata ritrosia verso i "miti" moderni e progressisti che i cattolici liberali, ma soprattutto quelli democratici cercano di trasmettere loro principalmente attraverso il partito.

I Comitati Civici

Sarà questa mentalità, questo "senso comune" — che normalmente i progressisti qualificano in modo sprezzante con l’aggettivo "reazionario" —, questo modo di sentire e di giudicare e di rapportarsi con la modernità che caratterizzerà lo "spirito del 18 aprile", uno spirito antitotalitario e anticomunista, che ha il suo punto di riferimento principale nelle parole del Papa riprese e ripetute dai vescovi e dai parroci del paese, mentre, dal punto di vista organizzativo, si richiama ai Comitati Civici, fondati due mesi prima delle elezioni, esattamente l’8 febbraio 1948, dal vice presidente dell’ACI Luigi Gedda per diretto incarico del Pontefice.

I CC sono uno degli organismi più adatti a operare nel mondo caratterizzato dal pluralismo ideologico e dalla conseguente conflittualità fra diversi partiti, e inoltre sono un "miracolo" organizzativo, benché possano utilizzare le strutture dell’ACI: in pochi giorni, i cattolici italiani vengono mobilitati grazie all’istituzione di ventimila comitati elettorali, i quali, secondo l’intenzione di Papa Pio XII, promuovono una propaganda non a sostegno di quella della DC, ma diretta a far emergere il dovere strettamente religioso e morale d’impegnarsi in una "battaglia di civiltà", contro il comunismo, ma anche contro l’astensionismo. Ed era quanto il PCI teme, cioè — appunto — la trasformazione dello scontro elettorale in una scelta di civiltà ( 7 ).

E la DC? È molto importante e significativo che oggi il leader del Polo per le Libertà, on. Silvio Berlusconi, si richiami alla data del 18 aprile e che esponenti già democratici cristiani sentano la necessità di ritrovarsi per celebrare questo evento.

Ma bisogna ricordare con forza non soltanto che il 18 aprile non fu una vittoria della DC, ma che — come ha scritto don Gianni Baget Bozzo ( 8 ) — nella DC vi era chi desiderava un risultato più equilibrato perché si tornasse al governo considerato "popolare", con DC, PCI e PSI. Soprattutto deve essere ricordato che il 18 aprile e anche il successivo periodo detto del "centrismo" — che pure molti cattolici considerarono un tradimento del dato elettorale, per il coinvolgimento quantitativamente superfluo dei "partiti laici" — non verranno praticamente mai più né celebrati e neppure ricordati se non con imbarazzo dai democristiani fino alla caduta del Muro di Berlino.

Questa considerazione è di uno storico come Pietro Scoppola, insospettabile da questo punto di vista: "[...] gli anni del centrismo si presentano dal punto di vista storiografico con una loro peculiarità e anomalia: la storia, per quel poco che è stato fatto in questo campo, l’hanno scritta i vinti assai più e prima dei vincitori" ( 9 ) . Non solo, ma — come ricorda lo stesso Scoppola — il 18 aprile non segna soltanto la vittoria del popolo italiano che non vuole il comunismo, ma anche l’inizio di un rapporto difficile fra mondo cattolico e DC, che trova un’espressione significativa nel modo in cui i CC "verranno silenziati" dalla DC dopo la vittoria elettorale del 1948.

Le divisioni nel mondo cattolico e la funzione dei Comitati Civici

Devo l’espressione "silenziati" allo stesso Gedda, il quale, nel diario delle udienze con i Papi Pio XI (1922-1939) e Pio XII, scrive:

"Fin dal trionfale esito elettorale del 1948 la Democrazia Cristiana considerava malvolentieri l’esistenza di una formazione politica diversa da quella nata all’epoca della liberazione con il nome coniato da Don Romolo Murri, ossia diversa da se stessa, che aveva affrontato il periodo della Costituente, il referendum istituzionale e il confronto con il Fronte Popolare. La vittoria del 18 aprile, che attribuiva alla Dc la maggioranza nelle due Camere, come tutti sapevano era dovuta al massiccio intervento dei Comitati Civici, i quali non chiedevano alcun privilegio se non quello di sorvegliare che il partito rimanesse coerente alla sua qualifica di cristiano.

"Questo compito infastidiva i vertici della Dc, perché serpeggiava nel partito una corrente, capeggiata da Dossetti, favorevole a un’alleanza con i comunisti" ( 10 ).

Il mondo cattolico del dopoguerra presenta al suo interno diverse posizioni sia per quanto riguarda la cultura politica che per quanto concerne le modalità dell’azione.

Niente di paragonabile al "fumo di Satana" penetrato nel sacro recinto (11) o all’"autodemolizione" della Chiesa ( 12 ), di cui dirà Papa Paolo VI (1963-1978) negli anni successivi al Concilio Eenico Vaticano II (1962-1965); tuttavia differenze che avrebbero provocato già negli anni 1950 dolorose fratture fra i dirigenti dell’ACI, come testimoniano i casi del presidente della Gioventù di Azione Cattolica Carlo Carretto (1910-1988) e del suo successore Mario Rossi (1925-1976), entrambi entrati in conflitto con le direttive di Pio XII e perciò costretti a lasciare l’ACI.

Secondo Gedda, la sinistra democristiana ebbe una parte di responsabilità in questi accadimenti e certamente ebbe una parte nel conflitto che oppose il partito ai CC.

Il conflitto è certamente originato dalla cosiddetta questione comunista, nel senso che una parte consistente della DC avrebbe gradito un coinvolgimento governativo del PSI e successivamente anche del PCI, ma probabilmente questo aspetto politico riflette un modo diverso di considerare la democrazia, concepita in un modo nei discorsi del Pontefice ( 13 ) e quindi nell’atteggiamento, fra altri, dei CC, e giudicata diversamente dai democristiani. Questi ultimi sembravano e sembrano non considerare la democrazia come una cornice dentro la quale perseguire il bene comune del popolo italiano, cioè un metodo di governo che fra l’altro favorisca la partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica, ma al contrario come un "mito" che spiega la storia come processo irresistibile verso l’ineluttabile progresso, verso l’utopia del "sol dell’avvenire", quella "democrazia progressiva" che nella prospettiva marxista si confonde con la stessa Rivoluzione e passa attraverso la dittatura del proletariato.

"I Comitati Civici sono stati silenziati"

I CC verranno progressivamente emarginati dalla vita politica, nonostante il favore del Pontefice e nonostante Gedda diventasse nel 1952 presidente nazionale dell’ACI.

È un mistero che gli storici dovrebbero molto utilmente indagare per conoscere quali influenze — di quali forze politiche e di quali personalità ecclesiastiche — riuscirono a impedire ai CC di realizzare lo scopo per cui erano stati fondati.

La DC, con la segreteria di Amintore Fanfani, dal 1954, comincerà a dotarsi di proprie sezioni e strutture per rendere superfluo l’apporto dei CC. Con Fanfani comincerà anche la lenta e progressiva confusione fra il partito e lo Stato che degenererà molti anni dopo nel fenomeno di Tangentopoli. I CC continueranno a esistere con una vita sempre più ridotta e nel 1965 riceveranno in un discorso di Papa Paolo VI l’esatta indicazione della loro natura e del compito previsto per loro dal supremo Magistero della Chiesa ( 14 ). Papa Paolo VI, come già aveva fatto Papa Pio XII ( 15 ), li esorta a svolgere una funzione di cerniera fra l’attività del partito e la cultura politica, sforzandosi di operare sul corpo sociale per formare e informare il modo di pensare e di vivere della gente per quanto riguarda i problemi civili e politici, affrontati alla luce della dottrina sociale della Chiesa. È l’indicazione molto puntuale di una necessità che ancor oggi rimane attuale, soprattutto nel disorientamento dottrinale e operativo che ha investito il mondo cattolico dopo il crollo del Muro di

Berlino e dopo Tangentopoli.

Ma ormai è troppo tardi e lo splendido discorso di Papa Paolo VI ha tutte le caratteristiche dell’orazione funebre dei CC.

A chi presenta i CC come espressione di un mondo esclusivamente orientato a difendere un sistema di potere che invece non li ha riguardati mai direttamente — per esempio Gedda rifiuta anche la candidatura al Senato nel collegio di Viterbo, dove era sorta la Società della Gioventù Cattolica Italiana con Mario Fani (1845-1869) e con Giovanni Acquaderni (1838-1922), offertagli dalla DC, proprio per non confondere l’azione dei CC con quella del partito democristiano —, gl’interventi dei Papi a loro rivolti e quello che i CC promuovono negli anni successivi al 18 aprile — soprattutto la campagna missionaria rivolta al ritorno alla fede dei comunisti e, in genere, di quanti tale fede hanno perduto, campagna promossa non direttamente dai CC, ma dall’ACI, però con lo stesso personale e con la stessa intenzione apostolica — dovrebbero aiutare a cogliere lo spirito missionario in questo organismo di apostolato laicale.

Ma nulla è riproducibile nella storia, soprattutto in un’epoca di grandi accelerazioni come quella attuale.

Così come non sono riproducibili gli altri attori del 18 aprile, la DC e il PCI, altrettanto non riproducibili sono i CC. Ma mentre i primi due sono espressione di altrettante ideologie — e quindi felicemente finiti — i CC esprimono un’esigenza di cui la popolazione continua ad avere bisogno perché secondo natura: l’esigenza di una guida che sappia consigliare disinteressatamente — quindi senza un coinvolgimento personale a livello partitico —, che sappia — come dice Papa Paolo VI — assistere "[...] il nostro popolo tanto nella sua maturazione dottrinale, come nel suo retto comportamento nel campo delle civiche attività" ( 16 ).

(1) Cfr. GIOVANNI SPADOLINI, L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Mondadori, Milano 1994, pp. 373-401.
(2) Cfr. il mio L’Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici. Con un’appendice doentaria, Cristianità, Piacenza 1993.
(3) Cfr. RUGGERO ZANGRANDI, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, contributo alla storia di una generazione, 2 a ed., Feltrinelli, Milano 1963.
(4) Cfr. il mio 1914-1989. Ideologia marxista e prassi leninista dalla prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino, in Cristianità, anno XXIV, n. 260, dicembre 1996, pp. 13-21.
(5) Cfr. il mio Don Romolo Murri, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi nella storia del movimento cattolico italiano, ibid., anno XXIII, n. 237-238, gennaio-febbraio 1995, pp. 7-11.
(6) Cfr. la mia Nota su Giuseppe Dossetti e sul dossettismo, ibid., anno XXV, n. 263, marzo 1997, pp. 3-6.
(7) Sulla mobilitazione delle associazioni cattoliche, cfr. LUIGI GEDDA, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998; e MARIO CASELLA, 18 aprile 1948. La mobilitazione delle organizzazioni cattoliche, Congedo, Galatina (Lecce) 1992. Dei CC manca un’adeguata ricostruzione storica; cfr. GIANFRANCO MAGGI, voce Comitati Civici, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia (1860-1980), vol. I/2, I fatti e le idee, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1981, pp. 207-209.
(8) Cfr. DON GIANNI BAGET BOZZO, Preti e popolo, insieme fino alla vittoria, in Ideazione, anno quinto, n. 2, marzo-aprile 1998, pp. 74-78.
(9) PIETRO SCOPPOLA, Per una storia del centrismo, in De Gasperi e l’età del centrismo (1947-1953). Atti del Convegno di Studio organizzato dal Dipartimento Cultura Scuola e Formazione della Direzione Centrale della D.C. Lucca, 4-6 marzo 1982, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni cinque lune, Roma 1984, pp. 23-51 (p. 23).
(10) L. GEDDA, op. cit., p. 191.
(11) Cfr. PAOLO VI, Allocuzione per il nono anniversario della incoronazione, del 29-6-1972, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. X, pp. 707-708 (p. 707).
(12) Cfr. IDEM, Allocuzione agli alunni del Pontificio Seminario Lombardo, del 7-12-1968, ibid., vol. VI, pp. 1187-1189 (p. 1188).
(13) Cfr. PIO XII, I sommi postulati morali di un retto e sano ordinamento democratico. Radiomessaggio natalizio "Benignitas et humanitas" diretto ai popoli del mondo intero il 24 dicembre 1944 vigilia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, Cristianità, Piacenza 1991.
(14) Cfr. PAOLO VI, Discorso a dirigenti e collaboratori dei Comitati Civici, del 30-1-1965, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, pp. 58-64.
(15) Cfr. PIO XII, Discorso a un gruppo di appartenenti ai Comitati Civici, del 14-4-1953, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XV, pp. 61-64.
(16) PAOLO VI, Discorso a dirigenti e collaboratori dei Comitati Civici, cit., p. 61.

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Democrazia Cristiana e mondo cattolico nell’epoca del centrismo (1947-1953)
Data: Venerdì, 12 maggio @ W. Europe Daylight Time
Argomento: Democrazia Cristiana

di Marco Invernizzi

[Da "Cristianità", anno XXVI, n. 277, maggio 1998]

Il 18 aprile 1948 è una data fondamentale nella storia italiana. Attraverso una curiosa periodizzazione di mezzo secolo in mezzo secolo, nei cento anni precedenti il 18 aprile l’Italia ha definito la sua configurazione storico-politica.

Il 1848 ha segnato la fine del progetto cosiddetto neo-guelfo, che prevedeva il raggiungimento dell’unità e dell’indipendenza in un modo — per quanto discutibile — rispettoso delle radici cattoliche-universali e contemporaneamente municipalistiche dell’Italia e, al contrario, il sopravvento di forze politiche lontane e avverse alla Chiesa, come la Società Nazionale e il Partito d’Azione, la prima dominata dalla volontà di espansionismo del Regno di Sardegna e il secondo nazional-rivoluzionario.

Cinquant’anni dopo, i "fatti di Milano" del 1898 hanno prodotto una profonda frattura fra queste stesse forze liberali che, distinte in Destra storica e in Sinistra, avevano fino ad allora governato la nazione.

Come ha scritto Giovanni Spadolini (1925-1994), i cannoni del generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) avevano spento definitivamente il "sogno" di uno Stato giacobino opposto sia ai "neri" clericali che ai "rossi" socialisti ( 1 ).
Il movimento liberale prende atto dell’ascesa del Partito Socialista Italiano, fondato a Genova nel 1892, e si divide fra conservatori o "ministeriali", disposti ad alleanze elettorali con i cattolici, e progressisti — come il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (1871-1941), lo "Scalfari" dell’epoca —, indisponibili a rinunciare alla pregiudiziale anti-cattolica.

Una situazione analoga si verifica nel movimento cattolico: infatti, anch’esso si divide.

Da una parte si situano quanti non riescono a cogliere i mutamenti avvenuti nel paese soprattutto in seguito all’ascesa del PSI, e che pur "di farla ai liberali" sarebbero disposti anche ad allearsi con i socialisti: figura tipica di questo episodio è il sacerdote milanese don Davide Albertario (1846-1902), già "campione" dell’intransigentismo, che proprio nel maggio del 1898 viene arrestato a Milano con il segretario socialista Filippo Turati (1857-1932) per aver partecipato ai moti contro il governo.

Dall’altra parte stanno quei cattolici che sapranno adattarsi alla nuova situazione accantonando le gloriose insegne della battaglia intransigente — anche se formalmente l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici verrà soppressa dall’autorità pontificia nel 1903 — per dar vita a quegli accordi con i moderati liberali culminati nel 1913 nel Patto Gentiloni, che permetterà di fermare a livello parlamentare l’avanzata socialista ( 2 ).

Come avrebbe scritto Papa san Pio X (1903-1914) nell’enciclica Il fermo proposito del 1903, l’accordo non significa che i cattolici devono diventare liberali, ma semplicemente comprendere come il bene comune della nazione impone in quel frangente storico un’alleanza per scongiurare l’avvento del socialismo, un male peggiore di quello che la popolazione italiana aveva patito dall’Unità in poi.

Le elezioni del 18 aprile 1948

La questione socialista si sarebbe imposta all’attenzione degli italiani anche cinquant’anni dopo, alla fine della seconda guerra mondiale, dopo la caduta del regime fascista con il disastro nazionale dell’8 settembre evocato negli studi di Renzo De Felice (1929-1996), dopo la guerra civile con i governi al Nord del Comitato di Liberazione Nazionale, il varo di una nuova Costituzione, il referendum istituzionale e, finalmente, lo scontro di civiltà delle elezioni del 18 aprile.

Molte cose sono cambiate in quei cinquant’anni.

Due guerre mondiali, delle quali particolarmente la prima ha cambiato radicalmente il modo di pensare e di vivere della popolazione italiana, e non certo migliorandoli; la ventennale esperienza del fascismo; la scissione del PSI, a Livorno nel 1921, dalla quale è nato il Partito Comunista Italiano che, forte del rapporto privilegiato con l’URSS, ha progressivamente lavorato anche nella clandestinità per egemonizzare la sinistra, come le elezioni del dopoguerra dimostreranno.

La Chiesa cattolica esce dalla guerra e dall’esperienza fascista in "piena salute", per usare un gergo certamente improprio, ma efficace: ha potuto mantenere intatta la sua struttura organizzativa durante il fascismo e durante la guerra civile ha aiutato tutti gli italiani che ne avevano bisogno, conquistando così la stima e il consenso della popolazione.

Di fronte al conflitto ideologico in corso ormai dalla Rivoluzione del 1917, ma in realtà già dal 1914, cioè dall’inizio della prima guerra mondiale, in Italia la Chiesa incarna il senso comune della nazione, con i suoi sacerdoti vicino alla popolazione, pronti a confortare, ad aiutare e a consigliare in ore e ore passate nei confessionali, con il laicato organizzato nelle associazioni di massa dell’Azione Cattolica Italiana e, soprattutto, con un Papa come Pio XII (1939-1958), di grande statura non solo morale ma anche intellettuale, apprezzato e ascoltato anche oltre gli ambiti della Chiesa cattolica.

Benché lo scenario sia cambiato rispetto agli avvenimenti di fine secolo, la questione socialista rimane al centro della storia italiana e costringe a prendere posizione. Nel 1948 essa s’impone in tutta la sua drammaticità, sia per le notizie provenienti dalle nazioni dell’Europa Orientale, dove i partiti comunisti conquistano il potere e cominciano a perseguitare la Chiesa, sia per quanto specificamente avviene in Italia.

Infatti, se la Chiesa in Italia sembra godere di buona salute, altrettanto si può dire del PCI. I comunisti hanno lavorato con efficacia durante il regime fascista, sia nella clandestinità che all’interno degli stessi organismi fascisti, particolarmente quelli universitari, come mostra efficacemente l’opera di Ruggero Zangrandi (1915-1970) ( 3 ), e hanno mantenuto un legame con la popolazione, che manifesterà la sua consistenza attraverso i risultati delle elezioni del 1946 e del 1947.

Unitisi ai socialisti di Pietro Nenni (1891-1980) nel Fronte Popolare in occasione delle elezioni del 18 aprile, i socialcomunisti possono effettivamente incutere il timore di una possibile vittoria elettorale.

Inoltre, con il ritorno da Mosca del suo segretario Palmiro Togliatti (1893-1964), con l’egemonizzazione del CLN e con il tentativo del "partito nuovo" di creare un nuovo senso comune nella nazione soprattutto attraverso la mitologizzazione della guerra civile antifascista — come ha spiegato con lucidità e con profondità Augusto Del Noce (1910-1989) —, con la forza finanziaria e politica proveniente dal sostegno sovietico, il PCI nel dopoguerra, grazie anche a una sorta di "moderatismo" ideologico reso ancor più evidente dal confronto con il neo-giacobinismo del Pd’A, rappresenta veramente l’alternativa al comune modo di sentire rappresentato dal cristianesimo vissuto dalla maggior parte della società. Se a livello internazionale il mondo va sempre più dividendosi fra due sfere d’influenza egemonizzate da URSS e da USA, in Italia lo scontro avviene soprattutto fra la Chiesa e il PCI ( 4 ).

Chiesa e Democrazia Cristiana

Sia la Chiesa che il PCI devono tener conto della specificità italiana.

L’Italia è un paese a sovranità limitata, occupato e liberato dall’esercito degli Alleati nel Sud e dilaniato dalla guerra civile nel Nord, dove nel 1945 il CLN prende il posto dell’esercito tedesco e della Repubblica Sociale Italiana.

In questa parte del paese, nei giorni successivi all’8 settembre, salta qualsiasi riferimento istituzionale e la popolazione disorientata deve cercare referenti e indicazioni su come comportarsi o nella Chiesa o nei partiti della sinistra, fra i quali il PCI presto conquisterà l’egemonia.

Intenzionalmente ho parlato fino a ora di Chiesa o mondo cattolico e non di Democrazia Cristiana.

Infatti, per comprendere quanto è accaduto nella storia italiana degli ultimi cinquant’anni bisogna assolutamente distinguere fra i fedeli cattolici, i militanti dell’ACI di allora, quelli dei terz’ordini e delle confraternite, e la classe dirigente democristiana con i suoi referenti ecclesiastici e nell’associazionismo cattolico.

Per giungere a questa conclusione mi sembra necessario ritornare brevemente al compromesso stipulato dalla Chiesa con il regime fascista, contrassegnato dalla firma del Concordato del 1929. I Patti Lateranensi hanno permesso totale libertà di culto e di catechesi alla Chiesa, ma l’hanno costretta a rinunciare alla costruzione di una civiltà cristiana con uomini politici formati e rappresentativi del mondo cattolico. Il totale appalto della politica preteso dal fascismo ha provocato non solo l’abbandono del Partito Popolare Italiano da parte della gerarchia ecclesiastica — con l’esilio del suo segretario, don Luigi Sturzo, e lo scioglimento del partito nel 1926 —, ma ha anche costretto l’ACI e le diverse associazioni cattoliche a rinunciare esplicitamente alla politica. Ciò determina la formazione di militanti cattolici certamente ortodossi, fedeli e animati da splendide intenzioni apostoliche, ma forse privi di una cultura politica che non sia quella del vecchio PPI oppure quella proveniente dalla Francia, basata su una certa interpretazione di Jacques Maritain (1882-1973) o su un certo Maritain.

E queste due culture politiche — quella popolare e quella "maritainiana" — orienteranno le scelte politiche della DC nei cinquant’anni successivi, rispettivamente attraverso le figure di Alcide De Gasperi (1881-1954) ( 5 ) e di Giuseppe Dossetti (1913-1996) ( 6 ), dando vita alle due impostazioni —, che intenzionalmente non chiamo correnti per non confonderle con quegli agglomerati che poi si costituiranno con interessi molto meno culturali — quella "cattolico-liberale" e quella dei "cattolici democratici", che ancor oggi in qualche modo sopravvivono nei diversi spezzoni in cui si è divisa la DC dopo il crollo del Muro di Berlino e dopo Tangentopoli.

Ma la grande maggioranza dei cattolici militanti di allora non si riconosce in queste due culture politiche e, prendendo sul serio il magistero di Papa Pio XII e quello dei vescovi italiani, ha un atteggiamento di preoccupata ritrosia verso i "miti" moderni e progressisti che i cattolici liberali, ma soprattutto quelli democratici cercano di trasmettere loro principalmente attraverso il partito.

I Comitati Civici

Sarà questa mentalità, questo "senso comune" — che normalmente i progressisti qualificano in modo sprezzante con l’aggettivo "reazionario" —, questo modo di sentire e di giudicare e di rapportarsi con la modernità che caratterizzerà lo "spirito del 18 aprile", uno spirito antitotalitario e anticomunista, che ha il suo punto di riferimento principale nelle parole del Papa riprese e ripetute dai vescovi e dai parroci del paese, mentre, dal punto di vista organizzativo, si richiama ai Comitati Civici, fondati due mesi prima delle elezioni, esattamente l’8 febbraio 1948, dal vice presidente dell’ACI Luigi Gedda per diretto incarico del Pontefice.

I CC sono uno degli organismi più adatti a operare nel mondo caratterizzato dal pluralismo ideologico e dalla conseguente conflittualità fra diversi partiti, e inoltre sono un "miracolo" organizzativo, benché possano utilizzare le strutture dell’ACI: in pochi giorni, i cattolici italiani vengono mobilitati grazie all’istituzione di ventimila comitati elettorali, i quali, secondo l’intenzione di Papa Pio XII, promuovono una propaganda non a sostegno di quella della DC, ma diretta a far emergere il dovere strettamente religioso e morale d’impegnarsi in una "battaglia di civiltà", contro il comunismo, ma anche contro l’astensionismo. Ed era quanto il PCI teme, cioè — appunto — la trasformazione dello scontro elettorale in una scelta di civiltà ( 7 ).

E la DC? È molto importante e significativo che oggi il leader del Polo per le Libertà, on. Silvio Berlusconi, si richiami alla data del 18 aprile e che esponenti già democratici cristiani sentano la necessità di ritrovarsi per celebrare questo evento.

Ma bisogna ricordare con forza non soltanto che il 18 aprile non fu una vittoria della DC, ma che — come ha scritto don Gianni Baget Bozzo ( 8 ) — nella DC vi era chi desiderava un risultato più equilibrato perché si tornasse al governo considerato "popolare", con DC, PCI e PSI. Soprattutto deve essere ricordato che il 18 aprile e anche il successivo periodo detto del "centrismo" — che pure molti cattolici considerarono un tradimento del dato elettorale, per il coinvolgimento quantitativamente superfluo dei "partiti laici" — non verranno praticamente mai più né celebrati e neppure ricordati se non con imbarazzo dai democristiani fino alla caduta del Muro di Berlino.

Questa considerazione è di uno storico come Pietro Scoppola, insospettabile da questo punto di vista: "[...] gli anni del centrismo si presentano dal punto di vista storiografico con una loro peculiarità e anomalia: la storia, per quel poco che è stato fatto in questo campo, l’hanno scritta i vinti assai più e prima dei vincitori" ( 9 ) . Non solo, ma — come ricorda lo stesso Scoppola — il 18 aprile non segna soltanto la vittoria del popolo italiano che non vuole il comunismo, ma anche l’inizio di un rapporto difficile fra mondo cattolico e DC, che trova un’espressione significativa nel modo in cui i CC "verranno silenziati" dalla DC dopo la vittoria elettorale del 1948.

Le divisioni nel mondo cattolico e la funzione dei Comitati Civici

Devo l’espressione "silenziati" allo stesso Gedda, il quale, nel diario delle udienze con i Papi Pio XI (1922-1939) e Pio XII, scrive:

"Fin dal trionfale esito elettorale del 1948 la Democrazia Cristiana considerava malvolentieri l’esistenza di una formazione politica diversa da quella nata all’epoca della liberazione con il nome coniato da Don Romolo Murri, ossia diversa da se stessa, che aveva affrontato il periodo della Costituente, il referendum istituzionale e il confronto con il Fronte Popolare. La vittoria del 18 aprile, che attribuiva alla Dc la maggioranza nelle due Camere, come tutti sapevano era dovuta al massiccio intervento dei Comitati Civici, i quali non chiedevano alcun privilegio se non quello di sorvegliare che il partito rimanesse coerente alla sua qualifica di cristiano.

"Questo compito infastidiva i vertici della Dc, perché serpeggiava nel partito una corrente, capeggiata da Dossetti, favorevole a un’alleanza con i comunisti" ( 10 ).

Il mondo cattolico del dopoguerra presenta al suo interno diverse posizioni sia per quanto riguarda la cultura politica che per quanto concerne le modalità dell’azione.

Niente di paragonabile al "fumo di Satana" penetrato nel sacro recinto (11) o all’"autodemolizione" della Chiesa ( 12 ), di cui dirà Papa Paolo VI (1963-1978) negli anni successivi al Concilio Eenico Vaticano II (1962-1965); tuttavia differenze che avrebbero provocato già negli anni 1950 dolorose fratture fra i dirigenti dell’ACI, come testimoniano i casi del presidente della Gioventù di Azione Cattolica Carlo Carretto (1910-1988) e del suo successore Mario Rossi (1925-1976), entrambi entrati in conflitto con le direttive di Pio XII e perciò costretti a lasciare l’ACI.

Secondo Gedda, la sinistra democristiana ebbe una parte di responsabilità in questi accadimenti e certamente ebbe una parte nel conflitto che oppose il partito ai CC.

Il conflitto è certamente originato dalla cosiddetta questione comunista, nel senso che una parte consistente della DC avrebbe gradito un coinvolgimento governativo del PSI e successivamente anche del PCI, ma probabilmente questo aspetto politico riflette un modo diverso di considerare la democrazia, concepita in un modo nei discorsi del Pontefice ( 13 ) e quindi nell’atteggiamento, fra altri, dei CC, e giudicata diversamente dai democristiani. Questi ultimi sembravano e sembrano non considerare la democrazia come una cornice dentro la quale perseguire il bene comune del popolo italiano, cioè un metodo di governo che fra l’altro favorisca la partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica, ma al contrario come un "mito" che spiega la storia come processo irresistibile verso l’ineluttabile progresso, verso l’utopia del "sol dell’avvenire", quella "democrazia progressiva" che nella prospettiva marxista si confonde con la stessa Rivoluzione e passa attraverso la dittatura del proletariato.

"I Comitati Civici sono stati silenziati"

I CC verranno progressivamente emarginati dalla vita politica, nonostante il favore del Pontefice e nonostante Gedda diventasse nel 1952 presidente nazionale dell’ACI.

È un mistero che gli storici dovrebbero molto utilmente indagare per conoscere quali influenze — di quali forze politiche e di quali personalità ecclesiastiche — riuscirono a impedire ai CC di realizzare lo scopo per cui erano stati fondati.

La DC, con la segreteria di Amintore Fanfani, dal 1954, comincerà a dotarsi di proprie sezioni e strutture per rendere superfluo l’apporto dei CC. Con Fanfani comincerà anche la lenta e progressiva confusione fra il partito e lo Stato che degenererà molti anni dopo nel fenomeno di Tangentopoli. I CC continueranno a esistere con una vita sempre più ridotta e nel 1965 riceveranno in un discorso di Papa Paolo VI l’esatta indicazione della loro natura e del compito previsto per loro dal supremo Magistero della Chiesa ( 14 ). Papa Paolo VI, come già aveva fatto Papa Pio XII ( 15 ), li esorta a svolgere una funzione di cerniera fra l’attività del partito e la cultura politica, sforzandosi di operare sul corpo sociale per formare e informare il modo di pensare e di vivere della gente per quanto riguarda i problemi civili e politici, affrontati alla luce della dottrina sociale della Chiesa. È l’indicazione molto puntuale di una necessità che ancor oggi rimane attuale, soprattutto nel disorientamento dottrinale e operativo che ha investito il mondo cattolico dopo il crollo del Muro di

Berlino e dopo Tangentopoli.

Ma ormai è troppo tardi e lo splendido discorso di Papa Paolo VI ha tutte le caratteristiche dell’orazione funebre dei CC.

A chi presenta i CC come espressione di un mondo esclusivamente orientato a difendere un sistema di potere che invece non li ha riguardati mai direttamente — per esempio Gedda rifiuta anche la candidatura al Senato nel collegio di Viterbo, dove era sorta la Società della Gioventù Cattolica Italiana con Mario Fani (1845-1869) e con Giovanni Acquaderni (1838-1922), offertagli dalla DC, proprio per non confondere l’azione dei CC con quella del partito democristiano —, gl’interventi dei Papi a loro rivolti e quello che i CC promuovono negli anni successivi al 18 aprile — soprattutto la campagna missionaria rivolta al ritorno alla fede dei comunisti e, in genere, di quanti tale fede hanno perduto, campagna promossa non direttamente dai CC, ma dall’ACI, però con lo stesso personale e con la stessa intenzione apostolica — dovrebbero aiutare a cogliere lo spirito missionario in questo organismo di apostolato laicale.

Ma nulla è riproducibile nella storia, soprattutto in un’epoca di grandi accelerazioni come quella attuale.

Così come non sono riproducibili gli altri attori del 18 aprile, la DC e il PCI, altrettanto non riproducibili sono i CC. Ma mentre i primi due sono espressione di altrettante ideologie — e quindi felicemente finiti — i CC esprimono un’esigenza di cui la popolazione continua ad avere bisogno perché secondo natura: l’esigenza di una guida che sappia consigliare disinteressatamente — quindi senza un coinvolgimento personale a livello partitico —, che sappia — come dice Papa Paolo VI — assistere "[...] il nostro popolo tanto nella sua maturazione dottrinale, come nel suo retto comportamento nel campo delle civiche attività" ( 16 ).

(1) Cfr. GIOVANNI SPADOLINI, L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Mondadori, Milano 1994, pp. 373-401.
(2) Cfr. il mio L’Unione Elettorale Cattolica Italiana. 1906-1919. Un modello di impegno politico unitario dei cattolici. Con un’appendice doentaria, Cristianità, Piacenza 1993.
(3) Cfr. RUGGERO ZANGRANDI, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, contributo alla storia di una generazione, 2 a ed., Feltrinelli, Milano 1963.
(4) Cfr. il mio 1914-1989. Ideologia marxista e prassi leninista dalla prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino, in Cristianità, anno XXIV, n. 260, dicembre 1996, pp. 13-21.
(5) Cfr. il mio Don Romolo Murri, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi nella storia del movimento cattolico italiano, ibid., anno XXIII, n. 237-238, gennaio-febbraio 1995, pp. 7-11.
(6) Cfr. la mia Nota su Giuseppe Dossetti e sul dossettismo, ibid., anno XXV, n. 263, marzo 1997, pp. 3-6.
(7) Sulla mobilitazione delle associazioni cattoliche, cfr. LUIGI GEDDA, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, Mondadori, Milano 1998; e MARIO CASELLA, 18 aprile 1948. La mobilitazione delle organizzazioni cattoliche, Congedo, Galatina (Lecce) 1992. Dei CC manca un’adeguata ricostruzione storica; cfr. GIANFRANCO MAGGI, voce Comitati Civici, in Dizionario Storico del Movimento Cattolico in Italia (1860-1980), vol. I/2, I fatti e le idee, Marietti, Casale Monferrato (Alessandria) 1981, pp. 207-209.
(8) Cfr. DON GIANNI BAGET BOZZO, Preti e popolo, insieme fino alla vittoria, in Ideazione, anno quinto, n. 2, marzo-aprile 1998, pp. 74-78.
(9) PIETRO SCOPPOLA, Per una storia del centrismo, in De Gasperi e l’età del centrismo (1947-1953). Atti del Convegno di Studio organizzato dal Dipartimento Cultura Scuola e Formazione della Direzione Centrale della D.C. Lucca, 4-6 marzo 1982, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni cinque lune, Roma 1984, pp. 23-51 (p. 23).
(10) L. GEDDA, op. cit., p. 191.
(11) Cfr. PAOLO VI, Allocuzione per il nono anniversario della incoronazione, del 29-6-1972, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. X, pp. 707-708 (p. 707).
(12) Cfr. IDEM, Allocuzione agli alunni del Pontificio Seminario Lombardo, del 7-12-1968, ibid., vol. VI, pp. 1187-1189 (p. 1188).
(13) Cfr. PIO XII, I sommi postulati morali di un retto e sano ordinamento democratico. Radiomessaggio natalizio "Benignitas et humanitas" diretto ai popoli del mondo intero il 24 dicembre 1944 vigilia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, Cristianità, Piacenza 1991.
(14) Cfr. PAOLO VI, Discorso a dirigenti e collaboratori dei Comitati Civici, del 30-1-1965, in Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, pp. 58-64.
(15) Cfr. PIO XII, Discorso a un gruppo di appartenenti ai Comitati Civici, del 14-4-1953, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XV, pp. 61-64.
(16) PAOLO VI, Discorso a dirigenti e collaboratori dei Comitati Civici, cit., p. 61.

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Jacovitti ha dichiarato più di una volta che a suo parere con la morte e la dissoluzione del cervello, tutto finisce.
Poi no so se andasse in Chiesa ad accompagnare la moglie.

Era influenzato da un pensatore di qualsiasi genere?

Leggeva libri?

Questo è il punto dolens nella biografia ideale di Jacovitti: non parla, o si parla mai, delle sue letture.
Era un uomo colto, attentissimo al divenire della società, capace di coglierne anche i minimi sussulti.
L'unica cosa che mi disse nel 1989 fu che andava molto al cinema, film di ogni genere, e che si ricordava molti lavori di Fellini, ma anche il film del 1959 "Zazie nel metro", soprattutto prchè fra gli attori c'era il bravo Vittorio Caprioli, che ssendo biligue parlava il francese e non aveva necessità di essere doppiato.
Ma Jacovitti alle mie domande non rispose a tono, preferendo prendermi in giro per il mio barbone da frate e dicendomi:" ma come mai un professore con tanto di barba legge le mie storie per bambinetti??".

Mi disse anche che era molto soddisfatto per l'accordo fatto con Mondadori riguardo le sue ottocento tavole cedute all'editore con un contratto ventennale rinnovabile.Mi disse: prendo il 5% sulle vendite degli Oscar e prima per "Il Mago".In effetti il contratto fu rinnovato nel 1990 e nel 2010.
Però per avere certezze sarebbe necessario sentire Silvia Jacovitti, che io non conosco.

Sulla cultura di Jacovitti ho dei dubbi.

Comprava il giornale e andava al cinema, non credo leggesse libri. Per questo non ti rispondeva.

Quale era l'aspetto del comunismo che più lo infastidiva?

Jacovitti era acculturato.lo si evince leggendo le sue storie a fumetti: disegnare nel 1951 la storia di fantascienza "Pippo nel 2000" con evidenti citazioni di Wells e del suo "Time machine", signigicava allora avere una conoscenza della fantascienza che in Italia era rara, se non assente negli scrittori di quella che allora si chiamava "letteratura avveniristica".
Inoltre già nel 1945 con "Pippo sulla luna" Jacovitti dimostra una cultura non comune nei riguardi dell'arte pittorica e filmica legata al surrealismo , all'espressionismo e alla metafisica.
Il protagonista, Pippo, vive una avventura in bilico fra la realtà, il sogno e le evidenti pulsioni distruttive dell'inconscio.Correva l'anno di grazia 1945.....

Il viaggio nel tempo era già sfruttato dai fumetti, da Buck Rogers in poi. Probabilissimo che si intendesse di pittura, essendo un disegnatore. Secondo me, di libri, nel senso di saggi, non ne leggeva.

Quale era l'aspetto del comunismo che più lo infastidiva?

Per non dire la macchina del tempo sulla quale viaggiava Brick Bradford, personaggio ben noto in Italia.

Mah, mi pare che Jacovitti su questo punto non sia mai stato esplicito.
Se uno vuole può procedere per deduzioni.Io penso che un aspetto del comunismo che poteva infastidire Jacovitti poteva essere quello relativo alla proprietà individuale.Al fatto che l'individuo non conta poco e nulla e che è lo Stato , o il popolo in generale, ad essere al centro di tutto.
Poi, l'equazione era: comunismo uguale a stalinismo.
POi, oggettivamente, il comunismo sovietico era una dittatura delle peggiori.
Però, credo, che questi siano mie convinzioni che proietto su Jacovitti.

Mah, mi pare che Jacovitti su questo punto non sia mai stato esplicito.
Se uno vuole può procedere per deduzioni.Io penso che un aspetto del comunismo che poteva infastidire Jacovitti poteva essere quello relativo alla proprietà individuale.Al fatto che l'individuo non conta poco e nulla e che è lo Stato , o il popolo in generale, ad essere al centro di tutto.
Poi, l'equazione era: comunismo uguale a stalinismo.
POi, oggettivamente, il comunismo sovietico era una dittatura delle peggiori.
Però, credo, che questi siano mie convinzioni che proietto su Jacovitti.

C'erano anche le riviste illustrate, che dall'inizio del secolo tiravano fuori spesso il tema: "Come sarà il 2000?". Mi ricordo alcune illustrazioni di Kurt Caesar su questo argomento.

Poi, chi ci dice che temi e documentazione relativa non venissero forniti dal direttore?

Mi riferisco alla fantascienza,chiamiamola così, italiana.
In "Pippo nel 2000" dal futuro arriva un disco volante per rapire uomini della allora contemporaneità o del passato.Di italiano ,prima, non c'era mai stato nulla del genere.Jacovitti ,in Italia, in questo caso du un precursore.Almeno, per quanto neso.Non sono uno studioso nemmeno di protofantascienza.Ma ce ne sono, anche che tengono siti su internet.

Il direttore de "Il Vittorioso"??? Ma faceva tutto il capo redattore, che dal 1948 era Domenico Volpi.Il quale, anche da me contattato su questo tema, ha a mio parere sempre edulcorato la realtà.
Domenico Volpi era, illazione mia, la talpa del Vaticano nel "Vittorioso".

Una precisazione su fratel Carlo Carretto: ricordo che a metà degli anni '80 nel corso di una "settimana sociale" della parrocchia ad Assisi si andò una sera a visitare fr. carretto in un eremo a -credo, sono passati q1uasi 30 anni- a Spello. Lo ricordo coem una specie di santone che guidava sedute di meditazione con giovani seduti per terra...
A proposito del Jacovitti politico su "la Notte", ricordo che alla mostra a Torino nel 1998 c'era un manifesto elettorale degli anni '70 (attribuzione mia) con un cerchio rosso con un pugno chiuso e lo slogan;: "perché il pugno di Mosca diventi un pugno di mosche". Mi aveva colpito perché ricordava un quadro costruttivista, del tipo dei quadrati neri di Malevic, e avevo apprezzato il riferimento grafico

Paolo, non hai altri elementi su questo manifesto? Esiste un catalogo della mostra?

Questa fissazione per l'Unione Sovietica risale alle campagne elettorali della seconda metà degli anni quaranta.

La Dc non usava più questi espedienti nei manifesti degli anni settanta.

I manifesti politici spesso sfuggono a noi fumettofili.

Io avevo uan decina di grandi manifesti trotzskisti di Crepax realizzati negli anni settanta, che non ho più visto riprodotti da nessuna parte.

Per non dire dei manifesti anticomunisti di Pinter, bellissimi e poco conosciuti.

Oltre a essere poco colto, secondo me Jac non era neppure molto sveglio.

Gli artisti non devono essere per forza colti e intelligenti (il filosofo Platone li considerava delle bestie).

Conta molto l'istinto, e Jac ne aveva da vendere.

Devo guardare a casa, credo che il manifesto sia riprodotto nel volume "Eja eja baccalà" di Stampa Alternativa. E lo stile è chiaramente anni '70.
La mostra del '98 al Museo dell'Automobile di Torino fu organizzata dalla figlia Silvia. Ricordo che volevo comprare il catalogo, ma era scarso di illustrazioni e non lo presi

Sauro: sospetto che tu abbia dei pregiudizi di casta su che cosa significhi essere acculturato.
La cultura che cosa è mai???
Avere fatto greco al liceo???
Leggere correntemente il latino?'Che so, amare Alessandro Manzoni???
Leggere saggi di filosofia?? Pesato e misurato su questi parametri io sono un pitecantropo redivivo!!

Ho il catalogo del 1998:ci darò un'occhiata.

Nel catalogo non c'è.Penso che sia su un numero di "Jacovitti Magazine : controllerò dopo la siesta.

Paolo: non dubitavo che il manifesto fosse degli anni settanta. Notavo che Jacovitti, come in queste vignette, era fermo agli anni quaranta.

Non c'entra niente: secondo me, sin dall'inizio Jacovitti è stato influenzato, e pesantemente, da Max Fleischer.

Un paio di poster elettorali di Jacovitti sono riprodotti nel volume C'ERA UNA VOLTA LA DC - edito da SAVELLI nel 1980.
Gran bel volume cartonato, di grande formato, acquistabile, come ormai tutto, su qualche sito Internet.
Ci sono manifesti di ogni tipo, tra cui uno molto simpatico, in cui un bambino si rivolge ad un gruppo di coetanei e suggerisce: "Se papà e mamma non andranno a votare, noi faremo pipì a letto!".

Francyduck: di che anno sono i manifesti di Jacovitti?

Stando alle indicazioni (peraltro un po' generiche) contenute nel libro, dovrebbero essere uno del 1948 ed uno del 1952. Mi pare che di questo parlai con Antonio Cadoni (anzi, lo conobbi proprio grazie a questo volume), grande Jacovittologo, il quale, su uno dei due manifesti, se non ricordo male, mi diede informazioni più dettagliate. Dovrebbe intervenire lui, o forse posso andare a ripescare qualche sua vecchia mail.

Per ora lasciamo in pace Cadoni.Un grave lutto l'ha colpito, ed ora è in Sardegna ospite delle sorelle.

Sauro: sono incuriosito, ma intendi riferirti agli stidios di animazione Fleischer???

Sì, per me Jacovitti è profondamente fleischeriano. Poi, a un certo punto, da Max Fleischer prende anche il surrealismo.

Secondo me, negli anni trenta i cartoni Disney e Fleischer erano un po' come i Beatles e i Rolling Stones.

E' una questione di "energia", più che di stile. Jacovitti ricerca l'energia di Fleischer.

Come Jack Kirby, che per Fleischer aveva lavorato come intercalatore.

Anche se Jac e Jack sono molto diversi, secondo me hanno entrambi studiato l'energia che emanava Fleischer.

Di certo non ha preso da Disney.

Le immagini di Disney erano "belle" ed aggraziate, quelle di Flescher rozze ed energiche.

Come Jac.

Mi spiace moltissimo per Nino; quanto al resto, seguo con attenzione anche se non sempre ho le competenze per capire i riferimenti di chi interviene.

Da bambino per me la cosa era evidente.

Il Topolino di Romano Scarpa era per fighetti (all'epoca, mi si scuserà, avrei detto per frocetti) come i cartoni Disney.

Il tosto Cocco Bill di Benito Jacovitti era la stessa cosa dei cartoni fleischeriani di Popeye: I can't get satisfaction!

Il surrealismo grafico e l'abolizione della quarta parete sono caratteristiche anche di Tex Avery, l'altro anti-Disney. Peraltro Avery cominciò quasi contemporaneamente a jac... che Jac lo abbia visto in seguito?

Ma il barocchismo di Jacovitti (e di Kirby) rimanda a Fleischer, non all'essenziale Avery.

E poi ci sono le date: Jac era pischello ai tempi di Fleischer.

L0o so, per questo ho messo le mani avanti sul fatto che Avery e Jacovitti comincno quasi contemporaneamente... Ed è il lato metalinguistico, con i personaggi che parlano con l'autore o che dicono "non puoi ammazzarmi adesso, mancano tre pagine alla fine della storia", etc., che Jac ha in comune con Avery

Mah, influenze ce ne possono sempre essere.

Comunque trovo che, per la sua pulizia formale, Avery sia antitetico a Jacovitti.

Ancora più di Disney.

Ma Fleischer disegnava lui le storie che animava?? Non erano personaggi inventati da altri?
Forse parliamo di due Fleischer diversi???

In verità la "pulizia formale" di Avery arriva piuttosto tardi, pobabilmente sotto l'influenza dei film della UPA. L'Avery iniziale è più "barocco" e meno curato. Forse possiamo dire che è il percorso di Avery a essere antitetico a quello di Jacovitti, il quale ha pure avuto un periodo (i primi anni '50 nel Vittorioso) più "pulito": vale a dire, l'uno diventa più asciutto col tempo e l'altro più barocco.

Paolo: si, il manifesto è sul volume di "Stampa alternativa".E' firmato 1972, anno evidentemente fatale!!!

tomaso: certo, Popeye è un personaggio di Segar, quindi non inventato dai Fleischer, ma i film erano disegnati da -credo- Dave Fleischer e dai suoi animatori. E il Popeye dei Fleischer ha ben poco a che vedere con l'originale segariano

Ricordo vagamente un lungometraggio di Popeye con ,mi pare, la caverna di Alì Baba.Era in bianco e nero.Non posso quindi esprimermi su il gemellaggio Jacovitti/Fleischer.C'è qualcosa in rete che posso vedere???

Mah, che dire???
Jacovitti all'inizio, a partire dal 1939 non era molto pupazzettistico.POi, gradualmente nel 1943 con "Pete lo sceriffo" giunge ad un arrotondamento delle forme.Ma poi il suo disegnò continuò ad evolversi per naturale germinazione.
Iopoi, non sono un esperto ci autori di cartoni animati.

Troppi post svaniscono, anche brevi,Il discorso perde di senso.

Troppi post svaniscono, anche brevi,Il discorso perde di senso.

Va beh, tento ancora: nulla nasce dal nulla.
Jacovitti si guardava intorno, ma quando iniziò a disegnare si inventava tutto.
Naturalmente può assomigliare a questo o a quello, ma sostanzialmente è un creativo.

Jacovitti è figlio del suo tempo, quindi si avvertono assonanze con altri disegnatori.
Ma inazialmente, quando è totalmente naif, sempre un bambino che disegna senza pensare a regole precise, senza voler imitare alcuno.

Prendi Olivia e le donne di Jac: sono identiche.

I personaggi di Jac hanno la faccia un po' così di quelli che hanno visto Genov... cioè un cartone di Max Fleischer.

Naturalmente parlo solo di ispirazione, perché segno e contenuti sono diversi.

Però sta ancora studiando a Firenze all'Istituto d'arte, quindi impara le regole della prospettiva, della teoria delle ombre e così via.E questo si avverte nelle storie del 1942, Riguardatevi "Cucu" del 42 e "Chichirichi"del 1943.Capirete che cosa voglio dire.

In effetti, Jac non ha mai voluto imitare nessuno, la sua è una ricerca personale.

Ma se fosse nato dieci anni prima o dieci anni dopo il suo stile sarebbe stato molto diverso, perché sarebbero cambiati i suoi riferimenti obbligati.

Sauro: Jac ammirava Walter Faccini che si ispirava un poco a Segar.Quindi......
Ripeto, nessuno si inventa qualcosa dal nulla.Noi nasciamo e impariamo tutto da quello che vediamo e sentiamo.L'umanità é un'insieme di individui che si assomigliano.Se appena nato prendi un bambino e lo metti a vivere in mezzo a delle scimmie, che cosa accadrà???
Non sarà mai un essere umano come noi.


Comunque ora lascio: vado nella gabbia dove gli scimpanzè mi attendono.

Esco un attimo dalla gabbia.Certo , è logico, ognuno di noi è figlio del suo tempo.
Ma non si può ragionare usando il condizionale"se", perché non si approda a nulla.Se Hitler fosse morto nella culla??
Ma il fatto è che non morì nella culla.

E' forse il primo disegnatore che, per ragioni anagrafiche, è stato più ispirato dall'animazione che dall'illustrazione.

Non amava Disney perché non cercava di essere carino.

E allora l'altra possibilità è Fleischer.

Ha visto i cartoni di entrambi.

Anche se, quando disegnava, non aveva davanti a sè nessuna immagine da copiare: si vede che è orgogliosamente autodidatta.

Jacovitti dichiarò che da piccolo amava moltissimo il disneyano film "Biancaneve", tanto che poi a memoria disegnò tutti i sette nani a memoria.

Inoltre alcune storie delle origini hanno struttura narrativa disneyana,ad esempio "Caccia grossa" del 1941 cos' come "Pippo e la boa" di quello stesso anno.Chiedilo a Boschi che queste cose le sa.

Boschi , dai, diglielo tu!!

Può essere, Disney era sicuramente molto più famoso di Fleischer.

Ma da lui deve avere preso le cose meno disneyane, come i sette nani, appunto.

Non certo Biancaneve.

Io non sono un esperto, scrivo solo perché ho le dita sulla tastiera.

So solo che Fleischer era noto in Italia perché la principessa di Savoia gli chiese il disegno di un uccellino apparso in un cartone.

Altro non so, vado a immaginazione.

All'epoca Disney e Fleischer avevano abbastanza in comune, ma c'erano anche delle differenze.

Poi Fleischer si era messo a imitare Disney, per esempio proprio con quell'uccellino carino che piaceva tanto alla principessa, ed è stata la sua fine.

Nella carineria era più forte Disney.

Infine, tutti dicono di essersi ispirati a Disney, compreso Tezuka, nessuno a Fleischer.

Ci sarà un motivo.

Credo che dopo Biancaneve, l'unico film grandissimo di Disney (soprattutto nelle parti più alla Fleischer), i concorrenti siano scomparsi dal ricordo dei contemporanei.

Tanto più che, come abbiamo visto, perfino Fleischer si era messo a copiarlo.

Durante i primi anni professionali di Jacovitti, Fleischer era completamente declinato per le ragioni dette e quindi non sorprende affatto che non lo seguisse.

Se l'influenza di Fleischer c'è stata, questa ha inciso profondamente quando Jacovitti era ragazzino.

Si, tutto è possibile.Jacovitti arrivato a Macerata verso il 1934/5 ebbe modo di avere fra le mani "Topolino" e "L'Avventuroso"
Era quindi aperto ad una moltiplicità di influenze.Forse andava al cinema, anzi di certo ci andava.Quindi può aver visto i lungometraggi di Popoye, se erano arrivati in Italia,Ma erano arrivati???

Qui ci vuole il super esperto dei lungometraggi di Popeye: quando arrivarono in Italia??

Di che anno è Popeye e i 40 ladroni??
Però io ricordo un lungometraggio in bianco e nero che si svolgeva su un'isola, con Braccio di ferro che combatteva un gigante:possibile???

Bella domanda.

Io ho materiale in inglese, come il libro "The Fleischer Story" di Cabarga, ma niente in italiano.

Il fatto che i cartoni trasmessi in tivù siano in inglese farebbe pensare che non erano stato importati, perché la traduzione all'epoca era d'obbligo.

D'altra parte qualche cartone tradotto l'ho sentito, da piccolo.

Quindi la mia artiolata risposta è: boh.

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