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DON ROSA E NEIL GAIMAN AL COMIC-CON

PREMESSA

I commenti di questo post riguardano in buona parte lo Studio Dami, sono anche più interessanti del post stesso, suggerisco quindi di leggerli, una tantum...

Don Rosa e Neil Gaiman

Finger_artGrazie a Jano, autore dello scatto fotografico sopra, che riunisce due grandi, entrambi ospiti di una "nostra" antica Lucca Comics dell'Ente Max Massimino Garnier alla fine degli anni Novanta: il massimo autore vivente di storie con i Paperi Disney (allora attivissimo) e quello che si preparava ad essere celebrato come il massimo sceneggiatore vivente di comic book anglofoni, forse a pari merito col nothamptoniano Alan Moore.

Photo © Jano Rohleder

Don Rosa stringe in mano il Bill Finger Award appena ricevuto al festivalone di San Diego. ispirato alla memoria di Bill Finger (a detra in un ritratto fattogli dal povero Jerry Robinson.
Manitù li abbia in pace tutti quanti.

La selezione dai deputati a ricevere il premio è fatta da un rinomato committee di esperti presidenza del quale è assegnata allo storico e autore di fumetti e serie televisive Mark Evanier.

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"The premise of this award is to recognize writers for a body of work that has not received its rightful reward and/or recognition," spiega Mark Evanier.

"That was what Jerry Robinson intended as his way of remembering his friend, Bill Finger. Bill is still kind of the industry poster boy for writers not receiving proper reward or recognition."

Evanier aggiunge anche: “Don Rosa is now retired from producing his acclaimed work with Donald Duck and Uncle Scrooge. He also drew the comics, but we honor him for the excellence of his stories, which will forever be reprinted around the world. Also, we liked the idea of having an 'all-duck' Finger ceremony."

Ulteriori notizie qui: http://www.comic-con.org/awards/bill-finger-award-node#sthash.sBrcM5q2.dpuf

Hilton San Diego

Ecco chi ha ricevuto sinora i Bill Finger Award

2012: Frank Doyle, Steve Skeates
2011: Bob Haney, Del Connell
2010: Otto Binder, Gary Friedrich
2009: John Broome, Frank Jacobs
2008: Archie Goodwin, Larry Lieber
2007: Gardner Fox, George Gladir
2006: Harvey Kurtzman, Alvin Schwartz
2005: Jerry Siegel, Arnold Drake

Comic-con

Altre news in appendice: la prima italiana del lungometraggio animato con il simpaticissimo Titeuf di Zep!

Titeuf di Zep

D'Antonio, alla Jack Davis1

Per chiudere, l'intrusione di un paio di vignette che si collegano a svariati commenti su Gino D'Antonio espressi in coda a questo post su Gianni De Luca.

Servono a sottolineare come l'inchiostrazione di D'Antonio sia debitrice di quella di Maestri statunitensi come Jack Davis, Wallace Wood e compagnia. Un dato che D'Antonio aveva in comune con Ruggero Giovannini, Carlo Boscarato (dei primi anni Cinquanta) e Roberto Diso.

LINK CORRELATI:I PREMI DEL FUMETTO: ONORE A DEL CONNELL

Commenti

Ganzifera quella foto del Comic-Con davanti al grattacielo che sta in fron of la Fiera.
Mi piacerebbe molto essere qui,

Al Comic-Con è stato presentato anche questo bel libro:


http://screwballcomics.blogspot.com/


Sunday Press publisher, editor, and comics historian Peter Maresca has unveiled his wondrous new creation, SOCIETY IS NIX - GLEEFUL ANARCHY AT THE DAWN OF THE AMERICAN COMIC STRIP 1895-1915, at the 2013 San Diego Comics Convention.

Visitors to the convention can peruse this massive new collection of forgotten masterpieces. Maresca's book collects over 150 color Sunday comics in their original large and impressive dimensions. The comics are from over 50 artists, many of whom you have likely never heard of, but whose work and artistry is as good as the names you are likely to know from this era. This volume is nothing less than a bolt of polychromatic lightning from the past -- a revelation.

Mi dispiace continuare la discussione anche qui, ma che Gino D’Antonio si ispirasse agli americani è una cosa scontata (anche se, purtroppo, a un certo punto ha mollato). Quelli che non mi persuadono sono i riferimenti a Jack Davis e, addirittura, a Wally Wood! Te li ha indicati lui? Perché aveva davvero uno strano modo di ispirarsi, in tal caso. Il tratto, per me, c’entra poco con questi autori. Anche se la corposità dei disegni è decisamente più apprezzabile dello stile disadorno che ha acquisito successivamente. Non so, per me prendeva piuttosto in modo generico dalle strip e, forse, dai francesi. Mi pento di non averne parlato con lui quando avrei potuto. Quando accennavo ai comic book cambiava discorso, come se per lui fossero arabo. Con me D’Antonio parlava solo dei film di John Ford… che palle!

Quanto ai due ottusi imitatori di Alan Moore e di Carl Barks che compaiono nella foto, il meno nano rispetto al titano di riferimento è Don Rosa. Anche se quello più alla moda rimane Neil Gaiman.

Ma sì, seminiamo zizzania anche qui.

"Ottusi imitatori"?
Ma come???
De gustibus, ma ci starei più attenta!

Ottusi perché potrebbero inventarsi uno stile loro.

Condividio le critiche di Barks e di Moore a entrambi. Soprattutto quelle di Moore...

Alla Fleetway, o meglio allo Studio Dami, tutti guardavano agli americani dei comic book, quindi come inchiostrazione ci stava che tutti questi fossero dei riferimenti. Io penso anche a Alex Toth d'annata.
Capisco perché divagassero, erano stati sgamati.
Per D'Ami, del quale conosvo poco e niente, era palese l'ispirazione.

Di Milton Caniff?

Scrivo e trovo subito un altro spunto interessante.
Cosa dice Moore di Gaiman?
Io credevo fossero in buoni rapporti.
Scusa, Sauro, se rompo facendoti perdere tempo.

Sauro: forse sì, soprattutto Caniff, ma comunque lui si rifaceva a tutti gli americani. Forse Sickles (che non conosco ma lo citava Pratt come ispiratore), quell'altro che disegnava "Abbie and Slats", scusate non ne ricordo il nome.
Forse Reaburn Van Buren?
Forse anche Frank Godwin per le donne.
Gli americani reperibili sui giornali italiani e non.

Guarda, lavoro un secondo e il secondo dopo posto qui. Faccio un lavoro noioso. Quindi ti ringrazio io.

Moore dice che gli sembra un po' esagerato che Gaiman e tutta la Vertigo stiano ancora a plagiargli i Swamp Thing che aveva iniziato a scrivere alla fine degli anni settanta.

Sarebbe davvero interessante sapere che roba girava nello studio Dami, o come si scrive.

Roba buona, sicuramente.

Chi lo sa, intervenga.

Da una mia intervista del 2011 ad Aldo Di Gennaro (che parla dello Studio Dami):


«Il mio maestro era Alex Toth», spiega Di Gennaro, «un artista che influenzato molti miei colleghi. Anche Alex Toth ha fatto il “saltino” nel fumetto come De Gaspari lo ha fatto con l’illustrazione rispetto a Molino. Dai classici modelli di Milton Caniff e Alex Raymond ha elaborato la sua grafica ed è andato un po’ oltre.


«Io non ho mai incontrato Alex Toth, ma quando pochi anni fa ho saputo che era morto, ho pianto, qua in casa. È stato davvero un autore determinante nella mia crescita. So che per il suo carattere era difficile avvicinarlo, ma c’ è stato uno dei nostri che l’ha conosciuto: Rober Gligorov. È andato a trovarlo in California per dimostrargli la sua ammirazione… ma è rimasto un po’ deluso da Toth come persona; si lamentava, non era mai contento... Era un po’ il contrario dei suoi disegni, che erano sempre brillanti.»

se si volesse parlare di D'Antonio sarebbe necessario partire dall'inizio, in senso cronologico.Come disegnava nel 1948???
Mi ricordo una storia di cow boys...Dakota qualcosa, forse.

Comunque su Il Vittorioso nel 1951 non disegnava come nel 1957 nella storia "Il fortino dell'Huron.
Storia della quale Luca ci mostra qualcosa.

Dami in "Mani in alto" non aveva il segno di Caniff, e neppure quello di Sickles.
Caniff di "Terry e i pirati", 1934/44, è un autore apparentemente facile, ma in realtà le sue storie hanno contenuti complessi, e il disegno in un certo senso le segue.
I personaggi, maschili ma anche femminili, sono disegnati a seconda del carattere delle persone stesse.Diciamo che in Italia, con decenni di ritardo, solo Hugo Pratt riuscì in qualcosa di simile.

Poi, in "Terry e i pirati" c'è anche la caratterizzazione della lingua parlata.
Una cosa che mi affascina.

Avrà visto lo Zorro di Toth pubblicato da Mondadori nel 1966.

Era molto difficile trovare autori realistici bravi nei comic book della seconda metà degli anni cinquanta (il periodo mediocre della danbarryzzazione).

Di Gennaro ha preso da Toth molto del suo nero, ma niente del suo dinamismo.

Ehm... Aldo, nella sua intervista si riferisce alla fine degli anni Cinquanta - inizio decennio Sessanta. Certamente, Toth stava pubblicando per la Western Printing in USA, ma in Italia il suo "Zorro" non era ancora stato tradotto.
Ma la cosa non sposta i termini: Di Gennaro e colleghi (forse anche Battaglia e Toppi) acquistavano i comic book che all'epoca giungevano in certe edicole di portata internazionale sparse nei capoluoghi principali d'Italia e nei posti di villeggiatura, quindi anche a Milano.
Distribuiti dalla "Casa del Giornale" o dalla "A. G." di Napoli in tutta la penisola.

E di Toth si potevano trovare storie brevi "one shot" uscite su testate minori.
Alcune di essere le richiesi all'inizissimo degli anni Novanta per il mensile "Horror" della Comic Art. Erano appunto storie dell'orrore e del mistero.
Non tutte riuscimmo a pubblicarle, anzi. Ne rimasero fuori alcune che aveva recuperato Michael T. Gilbert, se non sbaglio, per il suo comic book "Mr. Monster".

Per inciso, fu proprio lì che riuscii a pubblicare anche qualche storia (e una cover) di Basil Wolverton. Le traducevo io stesso.
Qualcuno ricorda i "Cervestrelli di Venere"?

Caro Luca, i comic book uscivano nella libreria Algani di piazza Scala. Nella seconda metà degli anni cinquanta in Usa non uscivano storie horror: erano vietatissime. Si poteva, al massimo, trovare lo Zorro di Toth, appunto. Anche se continuo a pensare che Di Gennaro l'ha visto solo nel '66. Tu sei stato il secondo a pubblicare Wolverton in Italia, indovina chi è stato il primo?

Tu, Luca, non hai mai pubblicato storie della seconda metà degli anni cinquanta.

Non hai idea di cosa uscisse in quegli anni. Per tua fortuna, s'intende.

Come poteva, in quegli anni, D'Antonio essere influenzato da Wally Wood quando questi inchiostrava Kirby in storielle nello stile di Nembo Kid e Jack Davis avrà fatto tre o quattro albi nello stile infantile di Archie?

Evidentemente confondi la prima metà degli anni cinquanta, quella dei fin troppo famosi Ec Comics, con la seconda metà.

Quello che ho detto per la seconda metà degli anni cinquanta vale anche per la prima metà degli anni sessanta (e se la Marvel esplode con Kirby e Ditko, di certo non influenza D'Antonio).

Dammi retta: Di Gennaro, Toppi, Battaglia e D'Antonio, anche volendo, non potevano essere influenzati dai comic book.

Hanno visto Toth nel '66, tutto qui.

Semmai sono stati influenzati dalle strip americane, che in quegli anni venivano rimontate negli albi per ragazzi.

Certo, io intendo le storie di guerra, orrore, fantascienza e parodia degli EC Comics (con Wood, Elder, Davis, Severin e così via), che lo Studio Dami sicuramente teneva presenti. E ci sono anche etichette minori, transitorie, e finite egualmente nei roghi dei benpensati. Su "Horror" n. 10 dell'aprile 1991 ristampammo una di queste avventure, disegnata da Reed Crandall, col titolo italiano "Appeso per il collo".

(continua)...

Ma come non ho idea?
:-)
Le mie collezioni di comic book di quel periodo dove le metti? E qualche (rara) riproduzione su riviste e fanzine italiane e francesi...

Su "Horror", è vero, possedendo i diritti della National DC avevamo potuto pubblicare storie di periodi successivi, da "The Witching Hour" a "Unexpected!", per esempio, passando per le "House of...".
Ma *quel* Toth (di questi albi) è successivo a quello di "Zorro", già più stilizzato e sintetico.

Tuttavia, Toth ha lavorato anche in precedenza per la Western, e questi albi eramo molto più diffusi di quanto si potesse pensare. A Firenze, per esempio, si trovavano nelle leggendarie edicole di "sotto i portici", non lontano dal negozio di Vittadello, vicino ai bar Le Giubbe Rosse e Paskosky, o al Mercatino di San Lorenzo.

A Viareggio soprattutto nella poderosa Libreria del Lungomare sita accanto al Gran Caffè Margherita, ma anche in quella più piccola che si chiamava "Il trenino" nei primi anni Sessanta, e poi in svariate altre costeggianti le pinete.
Nel mercato cittadino, che si raggiungeva da Via Fratti (area fissa, quotidiana) un "bancarellista" dai baffi di foca, morto troppo presto, aveva centinaia di arretrati degli anni (e decenni) precedenti.

Immagino che anche a Milano accadesse qualcosa di simile. Non c'ero. Non ero nato...
A Cattolica, Rimini etc. era pieno di edicole con comic books.

Aldo Di Gennaro mi ha detto specificamente di aver preso ispirazione da quegli albi e che soprattutto quelli disegnati da Toth gli facevano da punto di riferimento nel 1961, quando ha realizzato le prime sue storie in vignette: con balloons o con un testo narrante sotto i quadretti ("Il treno del sole", "Il piccolo cow-boy"...).


Perché non credergli?


Ma posso chiedergli meglio, potrebbe essere più preciso.


(continuo ancora)

Ho sotto gli occhi un "Vittorioso" remoto, del marzo 1952.
Anno non sospetto.
La EC Comics è in pieno splendore. Si pubblica il fior fiore dei fumetti sui quotidiani, ma ci sono anche ottimi comic book.

Bene, su testi di Cassone, D'Antonio disegna "Il campeggio dei campioni", storia scarsissimamente significativa dal punto di vista della trama.
Ma il disegno è "americanofilo" incredibilmente. Nasce per il bianco e nero e la patina di celesti sfumati che un colorista ha passato nelle vignette è solo un vago riempitivo; quei toni non sono fondamentali per la completezza delle tavole, anzi, quasi infastidiscono.


Tomaso forse conosce questa storia, ma ormai è a letto!

Leggervi è un piacere, ma quanto cose conoscete! Peccato che nella mia città o nella vicina Messina non c'erano quelle edicole di cui parli, Luca, altrimenti anch'io avrei fatto scorpacciate di acquisti di comic books di quegli anni. vi ringrazio per le tante informazione che mi date con i vostri commenti. :-)

Se non altro, la settimana finisce bene, con un ADDIO PER SEMPRE a quel piccolo Diavolino che Berlu tiene al guinzaglio da anni e anni. Spunta una nota Interpol proveniente da Astana, capitale del Kazakistan, la mattina del 28 maggio.


La nota chiede alla nostra Polizia, alla vigilia del blitz, di identificare, fermare e "deportare" la donna che i kazaki ritengono viva con Ablyazov e che con lui dovrebbe trovarsi all'interno della villa di via di Casal Palocco 3. Alma Shalabayeva, nata il 15 agosto 1966.

A quell'operazione tout-court il ministro dell'Interno Alfano diede impulso mettendo a disposizione dei kazaki la nostra Polizia. (Repubblica.it)

Addio per sempre, pessimo Diavolino!

Per favore non affermiamo cose che si sanno. Rinaldo aveva già dal 1948 scatoloni di comics books e riceveva mensilmente casse dagli stati uniti con tutta la produzione sia di comics che patinate nonché molti originali che gli mandavano gli americani. Si scriveva e si telefonava con i maggiori disegnatori americani anche se per motivi economici e pratici preferiva lavorare con al vicina Inghilterra. Noi in studio avevamo tutta la migliore produzione di fumetti d'oltreocenao a cui attingere. Si lavorava in molti sulla stessa tavola quindi le influenze o le copiature ( e anche i ricalchi su vetro e episcopio) venivano parecchio diluite. Facevamo fumetti da leggere per un mercato affamato.

Gentile Giorgio, sono felice che abbia scritto questo intervento. E anche onorato dal fatto che un artista dello Studio Dami si sia imbattuto in questo blog di appassionati, di collezionisti (anche di intrusi che parlano d'altro, certo), ma in gran parte di persone che... non c'erano, e fanno soprattutto delle illazioni cercando di far interagire fra loro i pezzi di un mosaico di difficile ricostruzione.

Vorremmo davvero saperne di più, e se volesse scriverne, sarei molto contento di pubblicare un suo intervento, su cosa si disegnava, su ciò di cui si occupava lei in particolare...

Che le influenze USA fossero reciproche è evidente da alcune tavole e storie. Poi, certo, sapevo del contatto diretto con gli USA ma sul momento non mi era venuto in mente di esporre questo tema.

Buona domenica e a presto rileggerci (spero).


Luca

Caro Mario, a quei tempi, quando quelle edicole vendevano a prezzi bassi (150 o anche 120 lire, 250 i numeri "doppi" di 64 pagine) quei comic book non eri ancora nato!
:-)

Ricordo una visione quasi paradisiaca, nei miei quattro anni e mezzo di vita: uno spaccato del mercato di Viareggio, dove mi trovavo in vacanza per conoscere il mare per la prima volta, rigoglioso di comic book usati come un giardino all'italiana pieno di siepi e di verzà.

Uscivano da tutte le parti. Ricordo quello che in seguito avrei capito essere stato Captain Marvel di C. C. Beck, e dei personaggi "strani" della DC (National) disegnati da Sheldon Meyer.


Albi che vendevano a 30, 50 lire, ma che non potevo permettermi, a quell'età, e che nessuno mi comperava con la scusa che erano in Inglese e che non avrei potuto leggerli (in effetti, sapevo già leggere all'epoca, ma... era una scusa bella e buona).

Avrei dovuto aspettare i sei per ottenerne alcuni. Con il tipico francobollone della "Dell Comics" sulla sinistra in alto.

Hi Luca!

Thanks for sharing! :) Could you please add a caption "Photo © Jano Rohleder" to the pic, though? That'd be neat.

All best,
Jano

Io sapevo, forse sbagliando, che lo studio Dami aveva aperto a Milano alla fine degli anni cinquanta, e su questo ragionavo (per esempio, Jack Davis non fa più fumetti realistici dal 1954). Ora leggo che Dami, nel 1948, “riceveva mensilmente casse dagli Stati Uniti con tutta la produzione sia di comics che patinate nonché molti originali che gli mandavano gli americani. Si scriveva e si telefonava con i maggiori disegnatori americani”! Non si trattava, per caso, del 1958? Quando, in pratica, l’unico autore di comic book che poteva interessare a Dami era Tooth e pochi altri minori della Dell? Un’influenza anche precoce del caniffiano Tooth su Dami e soci è assolutamente logica.

Giorgio, chiunque tu sia, visto che lavoravi con Dami, fai qualche nome di autore americano, oltre allo scontato Toth.

O di casa editrice. La Ec? Non credo proprio.

Qui non si esce da Toth, cioè da Caniff.

Se Luca avesse detto che D'Antonio è stato influenzato da Toth, io avrei risposto: boh (come si fa distinguere l'influenza di Toth da quela di Caniff?).

Ma se dice che è stato influenzato da Jack Davis e Wally Wood, io dico: impossibile.

Mi piacerebbe sentire Becattini su questo.

To Jano:
Ciao!
Thank you a lot for youe email. As I wrote, I didn't know who was the © owner, so, I'll add it immediately.
Since yopu are in San Diego, and if you are still in touch with Don, say him "Hi" by me.
We Italian readers miss him and his work, really, and we look forward a new print of his Donald & Scrooge's stories.
And also we'd like to have him in Italy again, at our convention!


Best, Jano, I follow your job.


Luca

Perbacco... Giorgio Trevisan?
E' lui che ha scritto il commento sullo Studio Dami?
Se è lui, mi permetto di salutare il Maestro.

Guardando le prime storie di D'Antonio su "I Vittorioso"-1951-54- e su "Pecos Bill" dal 1951/52 in avanti(io arrivo al 1954, poi mollai ), si può solo dire che certamente il Nostro ochieggiava ai modelli americani, non so se di autori sindacati o di comic books.
Poi, purtroppo, ionon ricordo assolutamente il suo primo fumetto del 1948, Jeff dakota, di ambientazione (leggo) africana.
Aspetto su questo ultimo punto lumi.

Ma pensiamo agli autori veneziani dell'Asso di Picche, che certamente avevano come ispiratore Caniff di un certo periodo, ma secondo me non solo.
Dami era della partita??
Vado, cerco e torno.

Allora leggo che Dami, classe 1923,partecipò alla 2° guerra mondiale e fu fatto prigioniero in Africa, quidi suppongo nel 1941.Finita la guerra partecipò -leggo -alla produzione del lungometraggio animato "I Fratelli dibnamite".NON fece parte del gruppo dell'Asso di Picche.....
Quindi si ritorna al 1948 con Jeff Dakota: chi mai l'ha visto??

Sia chiaro, nel dopoguerra gli autori italiani guardavano i comic book, eccome! Ho trovato, e perso, un comic book horror della Atlas che ha sicuramente ispirato Geppo. Di Plastic Man è ufficiale l’influenza su Tiramolla. Ma se qualcuno dice che Tizio è stato influenzato da Caio e Sempronio dovrebbe farci vedere qualche disegno convincente.

Per Sauro.
Non voglio insistere, ma nei primi anni Cinquanta, sia Jack Davis, che Wally Wood erano attivissimi con cose loro...

Prendiamo, per esempio, un comic book di protofantacienza, "Weird Science".
http://en.wikipedia.org/wiki/Weird_Science_(comics)

Oltre a nominare Wood, Wikipedia menziona Al Feldstein, Frank Frazetta, Al Williamson, Joe Orlando, George Evans, Harvey Kurtzman (ovviamente), George Roussos, Harrison, Will Elder, Jack Kamen, Sid Check e Jack Olesen.

Sono 22 numeri dal 1950 al 1953.

Il comic book più popolare (sempre in Casa EC di Bill Gaines) era "Tales from the Crypt": 48 numeri in cinque anni circa, dal 1950 al 1955.
Il periodo di cui parliamo è quello.


Ed ecco ancora Davis, Crandall, Orlando, Ingels e così via.

http://en.wikipedia.org/wiki/Tales_from_the_Crypt_(comics)

Poi ci sono etichette minori, cloni di questi titoli di successo, o anche "Shock SuspenStories" (fra gli altri) con Al Feldstein, Wally Wood, Johnny Craig, George Evans and Jack Kamen, Al Williamson, Joe Orlando, Reed Crandall, Bernard Krigstein e Frank Frazetta.
Dal 1952 al 1955.


Potrei andare avanti...
Questo materiale in Italia non giungeva (anche se qualcuno ha sostenuto che ci fossero delle eccezioni) e i "Baby Boomers" l'avrebbero conosciuto solo nelle ristampe.

Io, personalmente, avtrei scoperto questi Maestri dai volumetti editi dalla Ballantine Books ("Mad") che venivano distribuiti un po' ovunque in Italia, dove vi fossero pocket di provenienza americana.

Sono perfettamente d'accordo su tutto, Luca. Perché mi dici questo?

Lo dico un po' a tutti, pretestuosamente.
Intendo, se qualche autore italiano si acquistava in proprio dei comic book (in ambito comico lo faceva Del Principe; come ho detto già possiedo, insieme a Castelli, una parte dei suoi comic book con annotazioni di lavoro; a fine anni Ottanta andò a venderli in blocco al negozio Milano Fumetto, che si trova/va vicino al Cimitero Monumentale di Milano) o li riceveva dagli USA il risultato non cambia.
L'influenza era diretta almeno dal 1950 in poi.
E si sovrapponeva a quella che immediatamente prima avevano esercitato soprattutto le strisce e le tavole per i quotidiani.
La integrava.


Intendo che non era necessario attendere il 1966 per trovare del "buon Toth" o Wood e Davis e così via. Anzi, a quel punto Davis era "inarrivabile", avendo evoluto il suo stile in modo personalissimo, con i tratteggi del "Mad magazine" in bianco e nero e Wood era già in una parabola discendente all'opera spesso con ruoli "alimentari" per la National DC.

Qui c'è un Toth non ancora stilizzato, con Darby O'Gill, di fine anni Cinquanta e anche questo è abbastanza in linea con i suoi colleghi USA citati e con D'Antonio (che però, già almeno dal 1952 è molto "americano"): http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2013/04/alex-toth-incontra-walt.html

O lei è Giorgio Montorio (l'autore che parla dello Studio Dami)?
Un saluto.

Comunque, sulla base di quanto affermato da Giorgio, io direi che D'Antonio in quel periodo è stato influenzato dai disegnatori della Dell. Alcuni dei quali potrebbero essere vagamente confusi con Davis e Wood.

Warren Tufts assomiglia a Wally Wood e Doug Wildey a Jack Davis. Con molta fantasia, s'intende. E altri nomi della Dell se ne potrebbero fare.

Tutto corrisponde: Di Gennaro parla di Toth, che era della Dell. Giorgio (torna tra noi!), parla di pacchi nel 1948, ma sicuramante intendeva il 1958, quando la Dell era l'unico editore decente.

E con questo ammetto di aver sbagliato quando negavo l'influenza dei comic book su D'Antonio e compagni (Giorgio è stato decisivo).

Appare solo ora il tuo commento, Luca.

Se tu avessi detto che D'Antonio si ispirava a Toth o a Tufts, avrei commentato: mah, forse.

Ma tu dici Davis e Wood e io voglio proprio vedere chi concorda con te: le iscrizioni sono aperte.

Lavorando anche di domenica, alterno lo scrivere noioso con uno scrivere non noioso (almeno per me).

A meno che la dichiari l’autore o vi siano testimoni che la certifichino, l’ispirazione di un autore deve risultare evidente dalla sua opera.

Per esempio, nei primi anni ottanta mio fratello Gabriele disegnava storie per il settimanale “Il Monello” ispirandosi a Frank Miller. Noi due conoscevamo molto bene Miller perché compravamo sempre i comic book americani, ma i critici non ancora. Se però oggi uno andasse a rivedere queste storie esclamerebbe: “Minchia, ma questo sembra Miller!”. Non ci sarebbero dubbi sull’ispirazione.

Guardando agli anni cinquanta percepisco un influsso da alcune strip, soprattutto, e da certi comic book, ma non ho mai visto nessuno che sia stato influenzato dagli Ec comics (che all’epoca, secondo me, in Italia non conosceva nessuno). Se però qualcuno può dimostrare il contrario, è il benvenuto.

Inoltre, Tomaso, che è scomparso di scena, diceva che D’Antonio è cambiato molto alla fine degli anni cinquanta, e questo, secondo me, potrebbe derivare dall’influsso dei comic book di Dami (segnalati da “Giorgio”), che erano con tutta probabilità della Dell.

Okay, anche se il fantomatico Giorgio (che anch'io richiamo in servizio, ma non si può pretendere, è domenica di fine luglio, le persone normali non stanno al computer, anzi, qualcuno fra un quarto d'ora sarebbe a Rimini a ritirare un premio, se fosse normale, non parlo per gli assenti) sostenesse che allo Studio Dami, a metà anni Cinquanta, giungessero in una cassa ogni mese gli EC Comics, che sono esattamenet di quello stesso periodo, questo non farebbe testo, perché per forza i comic book che glingevano in Italia sarebbe stati della DELL.
Io getto la spugna, perché a quanto pare la logica non funziona davanti ai preconcetti.
Con tutta la simpatia...

Saludos!


L.

Possiamo immaginare che allo Studio Dami arrivassero sia i DELL, sia gli EC, sia altri indipendenti (Cresto, Nedor, ACG e così via), di quello stesso periodo.

Luca, un'informazione: lo studio Dami non era stato fondato nel 1958?

In quegli anni c'erano solo la Dc, l'Atlas, la Dell, l'Acg e la Charlton. Me ne sono dimenticata qualcuna?

Be', solo la Dell presentava materiale accettabile.

Certo, Dami poteva avere una scorta di vecchi comic book.

Tieni presente che conosco ogni singolo albo dei comic book.

Per "Cresto", intendi la Crestwood?

Salute, intervengo. Mah... se Giorgio parla del 1948, perché dovrebbe aver sbagliato di dieci anni?
Vedo che è scritto: Approda ai fumetti nel 1948, quamdo disegna la serie "Blek e Gionni" dopo aver maturato alcune esperienze nell'illustrazione e nel disegno animato. All'inizio degli anni Cinquanta, dopo aver disegnato Rio Kid su testi di Gianluigi Bonelli e aver terminato la serie I tre Bill insieme al disegnatore Giovanni Benvenuti, crea Gordon Jim, un nobile scozzese rifugiatosi negli Stati Uniti ai tempi della Guerra d'indipendenza.


E' poi la volta di "Mani in alto!" e di "Sergente York", una saga ambientata nel West e incentrata sulle avventure di una sorta di Legione straniera. Contemporaneamente disegna alcuni episodi di Pecos Bill per Mondadori.


Io chiedo, le disegna tutte da solo queste cose o no?


Bisognerebbe sentire Carlo Porciani, che mi risulta ancora vivo.

Opputre provate a consultare di nuovo Aldo Di Gennaro.
Buone vacanze a chi ci va.

Nel 1948 non poteva avere quei contatti che diceva Giorgio. A che titolo li aveva?

Sicuramente già comprava comic book, in piazza Scala.

Qualcuno ha mai visto un albo della Ec con sopra il timbro dell'importatore italiano?

Comunque Giorgio dovrebbe spiegare il senso di tutto questo traffico di pacchi e di patinate con gli americani. Non mi risulta che Dami lavorasse per loro.

Sarebbe stato più logico ricevere pacchi di albi inglesi e cercare di imitarne lo stile. Anzi, questo era praticamente obbligatorio se si voleva vendere fumetti agli inglesi. E a me pare che D'Antonio avesse anche allora uno stile più europeo che americano. Tutte quelle ombreggiature sono molto anglo-ispaniche (gli spagnoli lavoravano già da tempo per gli inglesi).

Non vorrei che Giorgio, pur apparentemente così sicuro, avesse fatto un po' di confusione.

Come sempre questi argomenti mi sono ostici, avrò letto sì e no una storia di Rinaldo D'ami, un Ineditalia dell'Anafi al massimo (ma non ci metterei la mano sul fuoco).
Ne ho letto.
A menon pare per nulla strano che D'Amy, o Dami guardasse i fumetti americani, cercasse di copiarli, di riprenderne lo spirito e ne richiedesse ai colleghi di fare lo stesso.

Leggo un'intervista di Ticci, il cui Tex ho sempre amato: Anche nel periodo da Rinaldo Dami prendevamo ispirazione dai fumetti americani e quando vedevo un fumetto fatto male mi arrabbiavo. Una sella western, non è una sella da buttero. La sella, gli speroni... Ho sempre fatto ricerche precise. Specialmente all'inizio. Già da lettore mi arrabbiavo quando vedevo queste cose. Da lettore, Pecos Bill mi piaceva quando lo disegnava D'Antonio, ma mi faceva un pò arrabbiare.
Oggi lo riguardo e lo trovo molto poetico, bello, e romantico.
****
http://domenicocali.blogspot.it/2012/01/giovanni-ticci-ilustrador.html

Fine citazione.


In sostanza, leggevano e copiavano comic book USA per documentarsi su dettagli e intanto ne assorbivano lo stile.

Anche secondo me, come ho già detto, Dami guardava i comic book dagli anni quaranta.

La questione del periodo di cui parliamo è però diverso perché la Fleetway pubblicava fumetti di guerra e sicuramente erano gli stessi inglesi a mandare il materiale di riferimento (erano molto pignoli su armi, divise eccetera).

Peraltro i soldati dei fumetti erano sempre britannici e, quindi, i comic book bellici americani come documentazione non sarebbero serviti quasi a niente.

Ticci sembra dire che D'Antonio non si documentava sui comic book western americani.

mah, in una intervista rilasciata da D'Antonio su un albo del Giornalino contenente una storia disegnata da Giovannini,si legge che si tentava il rinnovamento cercando di seguire la linea degli americani, la stilizzazione alla Caniff,
Però D'Antonio su "Il Vittorioso" con inizio il 1951 e fine nel 1965 ( Alessandro, solo quattro tavole, poi Trvisan fino alla fine) non seguì una progressione stilizzante, ma gradualmente si ammorbidì e pervenne ad uno stile naturalustico/realistico.
Almeno, così vedono i miei occhi.

Sempre Ticci sembra dire che i comic book servivano solo come documentazione, non per lo stile dei disegni.

Altro discorso per Damy, che stilizzò fino alla fine.Damy aveva le carte in regola per farlo

Ci saranno state delle interviste a D'Antonio, io ne ricordo vagamente una.

Qualcuno vada a rileggerle e le riassuma.

In tutte le interviste si parla delle fonti di ispirazione.

Il bello è che se D'Antonio fosse ancora in vita non ce ne fregherebbe niente delle sue influenze.

Di sicuro non fregherebbero a me.

Mi accanisco solo per il gusto fine a se stesso di smontare l'ipotesi di Boschi.

Oggi dovrò lavorare fino a tardi...

Beh, le fonti migliori sono le tavole disegnate,Fra il 1957 e il 58 D'Antonio disegna su "iL Vittirioso" la storia di King Arthur ragazzo: sono tavoloni 54X38 (con i bordi) a colori. Nonostante la stampa off-set che appesantisce parecchio, le tavole sono, per me, belle.

Per concludere:

- D’Antonio non ha mai avuto riferimenti artistici precisi, ha solo tentato di disegnare il meglio che poteva.

- Il misterioso Giorgio ci ha messo fuori strada: i disegnatori dei fumetti di guerra, come D’Antonio, ricevevano da Dami solo il materiale di consultazione inglese.

- Non ce lo vedo D’Antonio, tutt’altro che brillante per come l’ho conosciuto personalmente, a compulsare i comic book per puro sfizio artistico. Li avrà non-guardati con la stessa diffidenza mostrata quando ho provato a farglieli vedere io.

- Le chine di D’Antonio di quel periodo non sono ispirate a Davis e Wood (queste sono solo fantasticherie), ma agli “anglo-spagnoli” della Fleetway. Lo stesso vale per gli altri italiani di quel gruppo.

- Quanto a Di Gennaro, tutto quel nero mi sembra che ce lo metta solo dopo l’edizione italiana dello Zorro di Toth, non prima. Ma qui posso sbagliarmi.

Buona notte.

Tutti gli autori della Fleetway avevano come modelli gli autori americani di comic book, quelli poco americani e troppo personali (come Pratt, per esempio) venivano malvisti e fatti lavorare meno.
L'ho scritto in "Irripetibili!" citando anche la fonte.


Così, D'Antonio, Tacconi, Canale, Porciani e così via si ispiravano alle impaginazioni delle vignette, ai chiaroscuri, alle pennellate, alle fisionomie mutuati dagli States diffondendo questo stile anche in Inghilterra, dove peraltro lo stile si era affermato in quanto arrivavano nei punti vendita di giornali anche comic book statunitensi almeno dall'inizio degli anni Quaranta.

Giorgio, dacci la conferma che attendiamo!

Io volevo far incazzare Giorgio per indurlo a intervenire facendogli spiegare se questi comic book li usavano per documentazione, come dice Ticci, per ispirazione come dici tu o perché scarseggiava la carta igienica (come presumo io). Ma tu, con la tua consueta grazia di elefante, hai rovinato tutto.

Dopo le preghiere rituali, ho preso il sacro testo, “Irripetibili!”, ma non sono riuscito a trovare la fonte che dici. In compenso ho rivisto il Di Gennaro di Fortebraccio, che aveva già tutti quei neri alla Toth (si fa per dire).

Certo che se Dami ha cercato di americanizzare tutta quella gente e questi sono i risultati, è stato un vero successo. Infatti scrivi che Pratt lavorava meno perché non si americanizzava… cioè lui, l’unico americano (con Canale)!

Scrivi anche che la banda di Dami ha insegnato a disegnare in stile americano a quelli dalla Fleetway. O io sono un deficiente, il che in ogni caso è acclarato, o ti hanno preso per il lato B.

Giorgio Trevisan, io scherzo sempre. Vedi un po' come tratto il povero Boschi.

Raccontaci qualcosa di quei tempi, anche se magari non ti ricordi i particolari come gli editori dei comic book eccetera.

Se fossi un “critico”, intervisterei piuttosto quelli della Fleetway. Gli inglesi conoscevano bene il fumetto americano, attraverso strip e comic book (lo stesso Will Eisner ha forse lavorato prima per loro che per i connazionali). Negli anni cinquanta, poi, c’erano Jeff Hawke di Sydney Jordan e Dan Dare dell’ancora più grande Frank Hampson. No, gli inglesi non avevano bisogno di lezioni americane dagli italiani. Semmai gli italiani hanno dovuto studiarsi bene i disegni classici della futura Fleetway, con tutte quelle orribili sfumature pesanti che alcuni della banda di Dami hanno, purtroppo, conservato per sempre. Ancora nel 1977, “2000 Ad”, il settimanale di Judge Dredd che ogni tanto compravo, aveva queste orribile sfumature pesanti che mi hanno sempre fatto orrore. Tanto che quando Giolitti mi propose di lavorare per gli inglesi gli risposi “manco morto”. Sfumature che, appunto, “grazie” a Dami abbiamo visto sul Corriere dei Piccoli e nell’edizione della Dardo dei fumetti bellici inglesi. Quanto a Hugo Pratt, certamente non l’hanno fatto lavorare perché era poco americano, affermazione che suona umoristica benché l’abbia trovata scritta sul fondamentale “Irripetibili!”, ma perché odiava i dettagli. E gli inglesi della Fleetway, ai quali probabilmente dei comic book non fregava niente, erano rompicoglioni su armi, divise, macchinari e veicoli. Basti pensare che a un certo punto Pratt pagò uno per disegnargli treni e simili su Corto Maltese, per altro con uno stile diverso dal suo, per capire che i fumetti della Fleetway non erano roba per lui. Insomma, a me pare che questi reduci dello studio Dami un po’ non ricordino, un po’ dicono cose che non sanno e un po’ (tanto) millantino. Il che è normale.

Ecco il contatto con Alex Toth:

http://giorgiotrevisan.blogspot.it/2010_09_01_archive.html

Giorgio Trevisan “Per Roy D'Amy (Rinaldo Dami) tra il 1956 e il 1960 disegna le matite di CHERRY BRANDY RACCONTA ed esegue matite e inchiostrazioni per storie di guerra destinate al mercato britannico (Fleetway). Nello stesso periodo D'Amy incarica Trevisan di concludere una storia di cui Alex Toth ha disegnato le sole 2 tavole iniziali pubblicate settimanalmente da una rivista inglese.”

Sembra che Dami avesse cercato di far lavorare Toth in Inghilterra e questi, come suo solito, abbia perso l'occasione sul nascere.

Purtroppo il grande Toth è stato molto sfigato dal punto di vista professionale.

Comunque sempre e solo Toth collegato a Dami.

http://annitrenta.blogspot.it/2009/10/giorgio-bellavitis-e-gli-altri-seconda.html

Ormai sono ridotto a lavorare per il nemico. Sempre e solo Alex Toth.

Smurfswacker27 ottobre 2009 03:12
Molto, molto interessante. Nella terza pagina di d'Antonio vedo l'influenza inequivocabile di Alex Toth! I visi degli protagonisti, e alcune pose, assomigliano quelle di Toth negli Standard Comics di 1952-1953. Ho visto l'influenza di Toth nel lavoro di altri disegnatori italiani (di Gennaro, Battaglia, Trevisan)...ma finora non negli fumetti degli anni 1950s.

Leonardo27 ottobre 2009 08:19
Alex Toth! Certo, hai ragione! Terza vignetta della prima striscia, ultima della terza... Sarebbe interessante vedere se ci sono addirittura ricalchi. Credo proprio che D'Antonio "copiasse" gli americani a causa del suo lavoro nello studio Dami, notoriamente americanofilo: Rinaldo Dami (Roy D'Amy) era un caniffiano della scuola di Venezia, nell'immediato Dopoguerra, e certamente imponeva ai suoi collaboratori, specie per il mercato inglese, lo stile statunitense che riteneva (giustamente) più attuale.

Bene, il caniffiano Dami imponeva Alex Toth.

D'altra parte abbiamo letto da Tomaso che, a un certo punto, il Vittorioso imponeva di guardare a Caniff...

Se sapevo che il personaggio misterioso era Toth, neanche mi imbarcavo in questa menosissima sequela di commenti.

So riconoscere Jack Davis e, soprattutto, Wally Wood. Quelli di cui si parlava all’inizio. E invece c’era di mezzo ‘sto bastardone di Toth, bravissimo ma noioso.

Per fortuna nessuno è arrivato a leggermi fin qui.

PierGiorgio 22/lug/2013 17:54:17

Salve, ragazzi. Mi sarebbe piaciuto venire a Rimini, Ma... dove ne ha parlato Sebastiano? Mi sono perso il commento, sepolto da una valanga di sproloqui su Alex Toth e lo Studio Dami? (...)

http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2013/07/i-disney-italiani-vince-il-premio-fossati-2013.html#comments

L'hai detta giusta, fratello.

Ma io non volevo offendere nessuno, Saur.
Solo che nopn ho visto questo commento.

Non capisco il tuo intervento, Mattia. Per caso sei l’alter-ego di PierGiorgio? Il quale, peraltro, ha detto una cosa giusta.

Il fatto è che, a quanto pare, allo Studio Dami avevano una concezione di ispirazione che si avvicinava a quella del ricalco.

Non mi pare che lo stile caniffiano di Toth abbia inciso strutturalmente su questi disegnatori. Pratt guardava a Caniff da prima, come Dami, quindi lui non c’entra.

Insomma, il tentativo di americanizzazione, almeno alla lunga, si è risolto in un fallimento.

Ah, ho trovato, Saur e PierGiorgio.

L'intervento è questo, l'avevo postato anche altrove:

sono stato a rimini...
che casino!!!
una Sauna!!!
dicevano che c'era l'aria condizionata ma era una presa in giro!!!
e di certo gli intelligentoni l'accendevano al momento dell'apertura!
risultato?
porte aperte nella speranza che il "vento" portasse via il caldo MA, portava via quel poco di aria fresca che i condizionatori producevano!
condizionatori che di certo non sono aumentati di numero anche se il "tendone" è raddoppiato in superfice!

e che dire che non si riusciva a passare?
: oltre allo spazio per i tavoli va calcolato lo spazio di una persona, per lato, che si ferma di fronte allo stand e.. almeno lo spazio per 2 (DUE) persone che si incrociano...
in altre parole va lasciato lo spazio per 4 corsie!
p.s.
e come se ciò non bastasse:
alcuni standisti aumentavano la suoerfice del loro tavolo invadendo di almeno mezzo metro lo spazio di transito!
controlli NISBA?!?!

E' notte piena.
Una rapida lettura di quanto avete scritto mi rimanda il sonno.

Manet partendo da una incisione del Raimondi ripresa da un disegno di Raffaello, costruisce ,per molti, il suo capolavoro. O l'inizio della pittura moderna: cosa di cui non ne sono convinto. Ma questo sarebbe un altro discorso. Sulla struttura raffaellesca compie un lavoro di coloritura vestendo i personaggi ove aggiunge una ulteriore figura sullo sfondo rovesciando la posizione della prima figura a sinistra.

Insomma: una copiatura sfacciata mimetizzata con il colore!

Tornando a noi e considerando che la storia é sulle nostre spalle, D'Antonio, pur vedendo "gli americani", esprimeva una figurazione personalissima fatta di un dinamismo "vitale" che solo chi é dotato di genio ed è a conoscenza dell'anatomia dei corpi umani e degli animali puo' arrivare a concepire con una libertà espressiva di grande forza. Le sue composizioni non risentono mai di pesantezza stilistica: è sempre leggero, dinamico...Signori: D'Antonio è (stato) un grandissimo!!! Mi rendo conto che non è facile capirlo!!!

Gli albi americani arrivavano in Italia tramite alcune agenzie distributive anche milanesi. Dami aveva rapporti in America e in Inghilterra: gli era facile procurarsi albi.

Il sonno mi attende!!!

Caro Nestore, i miei commenti in questo post hanno un tasso di provocazione ancora più alto del solito. Inoltre, tieni presente che io e Boschi, anche se ce la tiriamo per far colpo sugli sprovveduti, qui parliamo di cose di cui non sappiamo un cazzo. Non siamo come quell’insopportabile snob di Becattini, che interviene solo se ha qualcosa di sensato da dire. Grazie, così sono capaci tutti.

Ho sempre saputo che Dami era un fanatico dei comic book, e si vede pure bene dal suo lavoro. Dami è stato uno dei miei autori preferiti in assoluto. Quello che mi stupisce è come questa sua benemerita passione abbia così poco inciso, dal punto di vista strutturale, sui disegnatori del suo studio.

Quanto a D’Antonio, era sicuramente più bravo di come lo dipingo (e a suo modo “americano”), anche se personalmente l’ho sempre trovato “menoso” e privo di ispirazione.

Comunque qui si fa il punto sulla situazione:

http://lucaboschi.nova100.ilsole24ore.com/2013/07/quattro-minuti-e-tredici-con-jack-davis.html

D'antonio possiede una forza ispiraiva da farlo un unicum nel panorama fumettistico italiano: non è assimilabile a nessuno: americani compresi! Eventuali acquisizioni vengono filtrate dalla sua potente personalità! Una certa stanchezza nel suo lavoro la si avverte nell'ultimo periodo ove diventa "manierista di sè stesso"!


Per quanto riguarda Dami, è stato uno studio che ha sfornato grandi professionalità. Uno su tutti:
Giovanni Ticci!

Il più grande disegnatore italiano vivente!!!

Sì, lui una volta era bravo.

Ma aveva preso più da Giolitti che da Dami.

Negli ultimi tempi è diventato inguardabile.

Però non è mai stato capace di inventare niente.

Creatività zero.

Una specie di Dan Barry, insomma.

Davvero, Nestore, consideri Ticci il più grande disegnatore italiano vivente?
Grandissimo, senza dubbio...
Ma più di Manara?
O di Claudio Villa?
Ho visto le sue illustrazioni per il Palio e sono bellissime, ma un'affermazione del genere è davvero forte...

Troppo divertenti questi battibecchi. Becattini "insopportabile snob".... Mi sembra che qui si vuole il sangue, la rissa.
Ma in fondo siete tutti amici e poi la sera vi troverete come le star a bere tre o quattro whisky al Roxy Bar, no?

Carissimo Sauro, Proclo e amici tutti,

Ticci è un maestro geniale in tutti i sensi. Snocciola composizioni alla Cecil de Mille con una facilità distribuendo segni e neri ad un livello molto difficile da arrivare a capire.

Purtroppo per la massa è più facile lasciarsi sedurre da parte di chi cerca in modo pesante una masturbazione decorativa, molto insistita negli effetti, per nascondere limiti strutturali nella composizione figuraiva!

Si Proclo, Ticci è di una spanna superiore a Manara che è straordinario nelle sue donnine ma non ha l'ampiezza del Ticci. Claudio Villa, bravissimo pure lui ma non arriva mai al livello di Ticci; e credo che lui lo sappia. Cura i primi piani, le testine; ma la composizione non ha la forza dinamica di Giovanni: rimane su un piano di staticità perchè preferisce curare molto quel po' che sa fare; e quindi, per un "occhio" più raffinato, meno creativo! Insomma, costruisce delle belle copertine, ma Ticci concatena capolavori di vignette in sequenza di straordinaria sintesi. Molti, dovrebbero studiarlo bene: ma ripeto: non è facile!

Mi piacerebbe fare una lezione sul suo linguaggio!

Sauro, nonostante i tuoi "svolazzi" ti voglio bene! E" vero che ha appreso molto da Giolitti ma le basi le ha prese tutte da Dami!

Un abbraccio vacanziero!

Claudio Villa, per dirla alla Sauro, usa ancora molto la posa fotografica; per carità, anche Ticci lo ha fatto proprio nel primo periodo Dami ma è arrivato ad un livello creativo che inventa tutto con facilità. Caro Sauro, il periodo che preferisci è più "curatino". Ed è lo stesso impegno nella cura del segno che gli permetteva di nascondere ancora certi limiti che oggi (già da vent"anni) non ha più!!!

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